di Colin Crouch
Germania, Regno Unito e Stati Uniti sono tre Paesi con tradizioni politiche diverse, ma con sviluppi recenti molto simili nell’area del centro-sinistra. In tutti e tre i casi c’è stata una prima fase, di grande successo, di una forma di socialdemocrazia “neoliberalizzata”; dopo la quale ci sono stati un crollo elettorale e, in seguito, un’ondata di disillusione tra i sostenitori storici e più appassionati dei rispettivi partiti; la quale a sua volta ha determinato uno spostamento a sinistra dei partiti stessi, gradito alla base ma forse eccessivo per il resto dell’elettorato. E mentre in questi tre Paesi ci si interroga sul nuovo corso, in Italia è appena arrivata la prima ondata, quella della socialdemocrazia neoliberista.
Nel Regno Unito i governi di Tony Blair e Gordon Brown dal 1997 al 2010 hanno riformato la politica sociale in vari modi, ma non hanno visto né affrontato i problemi della diseguaglianza e del potere crescente dei più ricchi e delle grandi imprese, tanto che molti tra i ministri di quell’esecutivo hanno accettato, alla scadenza degli incarichi politici, posti molto ben pagati nelle grandi imprese.
Ora il partito laburista ha eletto un leader, Jeremy Corbyn, che sta molto più a sinistra di tutti quelli che l’hanno preceduto dal 1935. E il partito scende nei sondaggi.
Ora il partito laburista ha eletto un leader, Jeremy Corbyn, che sta molto più a sinistra di tutti quelli che l’hanno preceduto dal 1935. E il partito scende nei sondaggi.
In Germania il governo rosso-verde dal 1998 al 2005 ha introdotto molte riforme economiche, ma anche la cosiddetta “Hartz IV”, una revisione della politica sociale che ha ridotto l’assistenza ai senza lavoro, rendendo più poveri i disoccupati in quel paese. Anche in questo caso è poi successo che ex-ministri socialdemocratici e verdi hanno ottenuto posti eccellenti presso le imprese. La conseguenza è stata la formazione di un nuovo partito, Die Linke, alla sinistra della Spd – com’è successo anche in Scandinavia, dove tali partiti spesso fanno parte di coalizioni con i socialdemocratici.
Ma la Linke ha al suo interno anche esponenti del vecchio partito comunista della Germania orientale, partito che non ha mai avuto una fase di Eurocomunismo, come i partiti comunisti in Italia o Spagna, ma è stato il bastione del regime crudele della Repubblica Democratica Tedesca. Molti elettori tedeschi non potrebbero mai accettare un’alleanza con questa gente. Una parte della sinistra tedesca si è dunque messa fuori dalla partecipazione a eventuali governi.
Il centro-sinistra americano, dopo un’analoga disillusione con l’era di Clinton, pareva aver trovato una soluzione migliore, con Barack Obama. Ma non c’è sul campo adesso un erede di Obama, e il partito democratico torna alla famiglia Clinton. Che resta legata all’ambiente dell’establishment finanziario: le si chiede ad esempio perché accetta tanti soldi della parte di Goldman Sachs.
La reazione di una parte della base è molto simile a quella che c’è stata col fenomeno Corbyn: un uomo abbastanza vecchio della sinistra, che attrae i giovani radicali – il senatore Bernie Sanders. Dalle parti europee l’impresa di Sanders non sarebbe tanto difficile; ma può vincere un politico che si autodefinisce “socialdemocratico” in un Paese del quale la gran parte degli elettori non vede alcuna differenza tra un sistema sanitario pubblico e lo stalinismo?
I tre casi presentano alcune differenze. Per esempio, nel Regno Unito al centro del conflitto tra destra e sinistra del partito laburista c’è anche la guerra in Iraq, cosa che non succede in Germania. Ma sono accomunati da un dato: la disillusione, che non riguarda solo le politiche, ma il comportamento personale dei personaggi di primo piano dei partiti e i loro rapporti con individui e imprese ricchissimi. Il riformismo della sinistra e l’accettazione piena del capitalismo, che hanno caratterizzato gli anni ’90, hanno fallito nel comprendere le nuove diseguaglianze della nostra età e le loro tremende conseguenze sulle relazioni sociali e sul comportamento dei più ricchi.
Quel che il centrosinistra ha perso è il senso di una posizione morale. Certo, difendere posizioni etiche è molto più facile per l’ala radicale, dato che la sinistra vera preferisce posizioni pure, senza scendere a compromessi con altri. Ma, benché siano più realisti, i cosiddetti “moderati” devono guardarsi dal pericolo che la ricerca dei compromessi, il realismo e il pragmatismo li conducano in un deserto morale senza punti fermi, sia nella politica pubblica sia nel comportamento personale.
La stessa cosa succede nella parte opposta del campo politico: un aspetto importante della retorica dei nuovi populisti della destra estrema è la contestazione, ai leader conservatori tradizionali, di aver perso le proprie certezze; l’accusa è di averle annacquate nei compromessi e così facendo di aver reso impossibile un discorso “onesto”.
Secondo il modello tradizionale della politica, dovrebbero essere i partiti e i loro iscritti a custodire la solidità etica un movimento. In effetti nei casi americano e britannico si può vedere un ritorno a questo ruolo del partito, ma è diminuito molto il numero degli iscritti e degli attivisti. Possono questi pochi farsi carico della rappresentanza di un popolo più ampio, composto da coloro che non condividono le posizioni radicali, ma non tollerano più il crollo dell’onestà in politica? Il compito di indicare e mantenere la direzione morale della politica non può essere delegato alle ali radicali.
I moderati devono ritrovare la propria direzione. Non è un compito facile, dopo decenni di pragmatismo che ha sconfinato nel cinismo. Il centro-sinistra ha una sua posizione politica ed etica, a sé stante e non frutto di un compromesso? Ha una proposta di riforma, in qualche campo, che non sia solamente nella demolizione delle conquiste della socialdemocrazia che fu? Piuttosto che sprofondare in litigi e recriminazioni, le varie ali del centro-sinistra devono chiedersi come dare risposta a queste domande.
Foto in apertura di Kim Raff / The New York Times
Fonte: pagina99

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