mercoledì 30 marzo 2016

O Cristo o la mafia. Tertium non datur

di don Paolo Farinella
Ancora una volta dobbiamo assistere a uno scempio che si ripete a scadenza; tutti sanno, facendo finta di non sapere e cadendo dal pero a fatto avvenuto. Il Venerdì Santo del 2016 (25 Marzo) a San Michele di Ganzaria (Catania) durante la solita processione della portantina (fercolo) del Cristo morto, presenti preti e carabinieri, è accaduto ciò che non avrebbe dovuto mai accadere: i portatori collusi si sono fermati davanti all’abitazione del mafioso Francesco la Rocca, rinchiuso in regime di 416-bis e i familiari del capomafia ricevono l’omaggio del Cristo morto. Il gesto è chiaro: Cristo è sottomesso al capomafia, il quale, anche se in carcere in regime di 416-bis, comanda senza discussione attraverso la delega alla «famiglia», davanti a preti e carabinieri che fungono da testimoni ufficiali.
A nulla serve che, dopo il fatto, costoro «si dissocino», perché sapevano che sarebbe successo, come è sempre accaduto. Bastava cambiare tragitto oppure prendere uno scudiscio e fustigare i portatori perché non si fermassero davanti alla casa del mafioso.
Una dissociazione verbale è solo un insulto ancora maggiore, perché da che mafia è mafia, il connubio con la religione è sempre stato intrinseco ed essenziale. Vale di più un inchino del Cristo morto che qualsiasi altra sudditanza, perché si afferma la soprannaturalità della mafia e si fa passare l’idea che il mafioso è come Dio che dispensa il premio ai buoni (i sottomessi fedeli) e il castigo ai cattivi (ai nemici della famiglia e ai disobbedienti) con la vita o la morte. Questa è convinzione certa nei mafiosi.
Negli anni ’60 del secolo scorso, l’arcivescovo di Palermo, cardinale Ernesto Ruffini, soleva dire che in Sicilia «la mafia non esiste», dando così il più potente «assist» alla mafia che infatti ringraziava con oro, incenso e mirra.
Gli ultimi Papi hanno gridato parole di fuoco contro la mafia, ma serve a nulla, se i preti «locali» non hanno un rigurgito di coscienza e non prendano una decisione, la sola che può smuovere le coscienze omertose dei Siciliani (non tutti, certamente, ma la quasi totalità), vietando per almeno 50 anni ogni processione e manifestazione religiosa esterna che in Sicilia, in modo particolare, nulla hanno di espressione di fede, essendo solo forme folcloristiche, per altro dispendiose, in una Regione che muore di fame.
C’è una differenza sostanziale tra «religione» e «fede». La prima è la negazione di Dio perché si fonda sull’esteriorità e sulla pomposità oscena, trasformata in divertimento sentimentale che non ha alcuna incidenza etica o influsso sulla coscienza. È solo manifestazione di lascivia allo stato puro. La fede è incontro con la «persona che si chiama Gesù Cristo» e farne la discriminante della propria vita. La prima si nutre di vuoto e manifestazione chiassose e mafiose, che esige la folla anonima e plaudente al suon di bande e con preti bardati come funzionari egiziani; la seconda si nutre di interiorità perché è un appello alla coscienza affinché la vita sia vissuta in coerenza.
Se si chiedesse a tutti i partecipanti alla processione di San Michele di Ganzaria cosa ne pensano dell’inchino di Cristo al mafioso, per altro detenuto – che vada bene –, non risponderebbero, secondo la logica del «nenti sàcciu – non vedo, non sento, non parlo», oppure direbbero che non c’è niente di male, che quella è una casa come tante, oppure che va bene così.
C’è un solo modo per mettere tutto in riga: in opposizione alla mafia che ha sempre dominato processioni e settimane sante, per affermare la propria onnipotenza, la gerarchia cattolica, molto spesso e volentieri complice e connivente, esplicita e implicita, dica pubblicamente che «sono vietate tutte le processioni, tutte le manifestazioni, finché tutto il popolo, singolarmente, persona per persona, non firmi una dichiarazione pubblica di dissociazione alla mafia con l’impegno che specialmente i portatori – spesso infiltrati mafiosi – debbano essere verificati uno per uno, ammettendo soltanto coloro che avranno dimostrato nella vita ordinaria antecedente di essere credenti e praticanti e, come tali, non compromessi in alcun modo con la mafia.
Qualcuno potrebbe obiettare che è soluzione drastica; costui sappia che negli anni ’70 del secolo scorso, Mons. Antonio Riboldi, vescovo di Acerra, vietò la processione fuori della Chiesa ed estromise i mafiosi e gli altri mercanti dal tempio. Forse per questo non lo fecero mai cardinale. Il fatto esiste e quindi si può fare. O Cristo o la mafia. Tertium non datur.

Fonte: MicroMega online - blog dell'Autore 

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