La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

mercoledì 9 marzo 2016

Se il bazooka di Draghi premia la Germania e spara ormai a salve per l'Europa

di Renzo Rosati
Quante divisioni ha Mario Draghi? Il famoso commento di Stalin sul Papa andrebbe modificato: quante divisioni ha “ancora” Draghi? Questo è il problema a poche ore dal lancio del terzo intervento di Quantitative easing (espansione monetaria del credito) del presidente della Banca centrale europea. Di munizioni Draghi ne ha in parte avute, in parte se l’è date, in parte ancora è ricorso alla forza delle proprie parole, come quanto, il 26 luglio 2012, a Londra, disse “Within our mandate, the Ecb is ready to do whatever it takes to preserve the euro. And believe me, it will be enough” (“All’interno del nostro mandato la Bce è pronta a fare tutto ciò che è necessario per salvare l’euro. E credetemi, sarà abbastanza).
I mercati, e i governanti di un’Europa allora sull’orlo del collasso, gli credettero e da quel momento, tra alti e bassi, i micidiali spread si sono normalizzati, il rischio default non è più incombente, e le economie si sono (lentamente) avviate verso la ripresa.
Oggi di fine dell’euro per insolvenza non parla più nessuno; caso mai si parla di rottura dell’Europa per il deficit politico, dalla questione migranti alla demografia, allo scollamento tra governi e opinioni pubbliche (tranne Germania e Gran Bretagna, nessun esecutivo della Ue è stato confermato dai cittadini, neppure nei Paesi più virtuosi). Ma tornando alle munizioni di Draghi, è evidente che si stanno esaurendo, al di là delle decisioni di giovedì 10 marzo e delle reazioni dei mercati.
Di partenza la Bce non ha la possibilità di stampare moneta della Federal Reserveamericana e di tutte le altre banche centrali mondiali. È un’anomalia, denunciata da molti in Europa specie alle latitudini mediterranee: ma se anche l’Eurotower avesse potuto fabbricare euro e magari lanciarli “dall’elicottero”, secondo la terapia anti-crisi dell’ex presidente della Fed Ben Bernanke, non l’avrebbero mai fatto. Un’Europa divisa sulle frontiere e sui decimali di Pil, figuriamoci se si sarebbe trovata d’accordo su misure così drastiche.
Così Draghi ha dovuto imbracciare il bazooka, e spesso a scopo deterrente. Dei molti strumenti nei quali è articolato il Quantitative easing, infatti, quello che ha funzionato meglio è l’acquisto di titoli di debito pubblico, sul mercato secondario e su scadenze medie: gli spread ed i rendimenti sono crollati, e di questo hanno beneficiato non solo Paesi come l’Italia (che risparmia di interessi circa 4 miliardi l’anno), ma soprattutto la Germania, che con i tassi negativi è da tempo in avanzo di bilancio e può programmare investimenti, aumentare la spesa sociale, accogliere (se lo farà) profughi necessari al mercato del lavoro, incoraggiare le aziende a innalzare gli stipendi; tutto ciò che andrebbe fatto anche da noi, ma che non possiamo permetterci.
Naturalmente i tedeschi non sono solo beneficiati da Draghi, anche se poi se ne lamentano, ma si fanno forti della loro disciplina di bilancio e di una invidiabile stabilità politica, nonché del surplus commerciale. Tuttavia il meccanismo del Qe, i cui benefici sono ripartiti tra i Paesi in base al Pil e alle quote di possesso della Bce, premia i più forti; e ancora di più lo farà se gli acquisti si estenderanno alle obbligazioni regionali, dove i land tedeschi sarebbero pronti a partecipare con richieste dieci volte superiori alle regioni italiane e del Sud Europa.
Un’altra arma che la Bce può usare è l’aumento del tasso negativo sui soldi che le banche lasciano in giacenza presso la stessa Eurotower: oggi è allo 0,3%, potrebbe essere portato allo 0,4 o oltre. Si tratta di un pedaggio per costringere a incanalare la liquidità verso l’economia reale. Ancora, Draghi e la maggioranza di cui dispone –stavolta più ampia poiché per i meccanismi di alternanza non vota il numero uno della Bundesbank Jens Weidmann e un paio di altri falchi – possono prolungare l’acquisto di titoli oltre la scadenza del marzo 2017 (a sua volta già prorogata una volta), e ampliarne la portata.
Con questo assieme di operazioni il volume di attività della Bce, oggi al 25% del Pil dell’eurozona, supererebbe quello della Federal Reserve, il 27% del Pil americano. Ma il vero e dichiarato risultato, riportare l’inflazione intorno al 2% del Pil, obiettivo ufficiale di Draghi e scritto nel mandato dell’Eurotower, è ben lungi dall’essere a portata di mano. A febbraio l’indice dei prezzi della zona euro si è ridotto dello 0,2%: meno di quando il Qe fu lanciato, il che da una parte spinge Draghi ad agire di nuovo, dall’altra ne evidenzia i limiti. Servirebbe altro: l’acquisto diretto di obbligazioni aziendali, di sofferenze bancarie, di titoli legati al finanziamento di infrastrutture. Una politica rooseveltiana, che le cancellerie europee, non solo Berlino, non consentiranno mai.

Fonte: Pagina99 

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