La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

giovedì 28 aprile 2016

Appunti da Lesvos: l'isola che non c'è più

di Lucia Gennari
Cerco di fare un piccolo quadro di quello che ho potuto osservare durante la settimana trascorsa sull'isola di Lesvos insieme all'ONG “Un ponte per...”, intorno alla metà del marzo appena trascorso.
Sono necessarie due premesse: la prima è che tutto quello che ho visto non più di un mese fa, oggi non esiste più; la seconda premessa è che questo è un resoconto dichiaratamente parziale, le informazioni che ho raccolto nel corso della settimana erano quasi sempre contrastanti le une con le altre ed è stato molto difficile interrogare quei soggetti “qualificati”, che avevano accesso diretto alle prassi concretamente poste in essere dalle autorità nazionali e dalle agenzie europee operative sul confine.
Come è noto, a partire dall'estate scorsa Lesvos ha costituito il luogo di approdo di centinaia di persone che viaggiavano principalmente in “robber dingy” (i gommoni “usa e getta”) partendo dalle coste turche, chi in fuga dalla guerra, chi semplicemente con la necessità – alquanto comprensibile – di realizzarsi e cercare la propria felicità. Fra questi si trovavano un altissimo numero di richiedenti asilo, provenienti da differenti Paesi: Siria, Afghanistan, Pakistan, Iraq, Iran, Palestina, Bangladesh e via dicendo.
Un dato importante per poter comprendere al meglio la situazione della Lesvos di due settimane fa è quello che vede come protagonisti nell'assistenza agli sbarchi e nella gestione degli aiuti umanitari, fino alla stessa accoglienza dei migranti che transitano in questa zona, attivisti, volontari e ONG. Per capirci, nella regione meridionale dell'isola dove mi trovavo erano presenti cinque “campi” destinati all'accoglienza dei migranti: ben tre erano gestiti da attivisti e volontari. Ancora. Nella notte fra il 15 e il 16 marzo sono arrivate sulle coste dell'isola circa 30 dingy, 26 sono stati assistiti durante lo sbarco dai volontari e solo quattro dalla guardia costiera greca.
C'era quindi una netta, sebbene informale, divisione dei compiti fra istituzioni – greche ed europee – e volontari, attivisti e ONG. Ai primi spettava di fatto il pattugliamento delle coste e la “registrazione” delle persone appena sbarcate, ai secondi il salvataggio e l'accoglienza, salvo i casi più estremi e di emergenza.
Dallo sbarco alla partenza per Atene. Chi sì e chi no.
Volontari e attivisti avevano ideato un meccanismo molto efficiente che consentiva di assistere un gran numero di migranti in arrivo sulle coste di Lesvos. Attraverso alcuni gruppi Whatsapp e una serie di punti di osservazione sulla spiaggia era possibile essere sempre aggiornati sugli sbarchi e ciò consentiva quindi di spostarsi da un luogo all'altro portando con sé le attrezzature e le competenze a propria disposizione (vestiti asciutti, coperte, cibo e acqua, medici, interpreti e così via). Poco dopo lo sbarco veniva allertato il pullman che avrebbe condotto le persone appena arrivate presso l'”hotspot” di Moria, all'epoca centro aperto, in cui sarebbe dovuta avvenire la registrazione di tutti i migranti. Per “registrazione” deve intendersi la procedura di fotosegnalamento (raccolta dei dati anagrafici e delle impronte digitali) e l'inserimento di questi dati nel database Eurodac, che raccoglie le informazioni riguardanti i richiedenti asilo e tutti coloro che vengono (sor)presi ad attraversare i confini dell'Unione Europea senza un valido titolo d'ingresso. Al termine della registrazione veniva rilasciato un documento cartaceo, indispensabile per poter compiere il viaggio in traghetto da Lesvos al porto di Atene. All'interno di questo hotspot, che, nonostante avesse l'aspetto tipico del centro di detenzione ed espulsione (doppio muro esterno, filo spinato, torrette di sorveglianza e militari a presidiarne il perimetro) aveva sempre i cancelli aperti consentendo l'ingresso e l'uscita dei richiedenti asilo, si trovavano gli uffici di Frontex. Infatti, parte della procedura di registrazione, come ci hanno raccontato diversi volontari, consisteva nel controllo della veridicità di quanto affermato dai migranti in ordine al loro paese d'origine. Sei siriano di Damasco? Parlami dei ristoranti di questo quartiere. Come dice quel proverbio..?
Stabilire la nazionalità delle persone sbarcate aveva un'importanza cruciale, il paese di provenienza infatti andava a determinare il destino dei migranti di Lesvos. C'erano infatti due gruppi di nazionalità a cui corrispondevano due tipi di trattamento diversi; il primo gruppo (siriani, iracheni, iraniani, palestinesi e, a intermittenza, afghani) veniva registrato, ai suoi appartenenti veniva consegnato il foglio che consentiva loro di superare i controlli di polizia al porto, montare sul traghetto e raggiungere Atene. Siriani e iracheni, poi, avevano anche accesso al campo di Karatepe, in condizioni sicuramente diverse e più protette di quelle dell'hotspot Moria o di “Afghan Hill” (che era comunque egregiamente gestito da volontari e attivisti). Volendo, a questo gruppo di persone era anche consentito un più o meno rapido accesso alla procedura di riconoscimento della protezione internazionale.
C'era poi un secondo gruppo di persone, provenienti principalmente dal Nord Africa, dal Pakistan e dal Bangladesh ai quali tutto ciò era precluso. Secondo un operatore dell'UNHCR con cui abbiamo parlato, tutti i migranti venivano registrati e a tutti veniva consentito l'accesso alle procedure di asilo. Migranti e attivisti ci raccontavano al contrario che gli appartenenti a queste nazionalità non venivano registrati perché la registrazione avrebbe comportato poi l'obbligo per le autorità di detenerli e rimpatriarli nel proprio paese d'origine o in Turchia, sulla base dell'accordo bilaterale sulle c.d. riammissioni firmato dai governi di questi due Paesi già nel 2002. Secondo quanto ci raccontavano tanto gli attivisti, quanto gli operatori dell'UNHCR, le riammissioni in Turchia erano già iniziate da diverse settimane. Si parlava in particolare di un gruppo di circa 150 cittadini pakistani deportati in Turchia la settimana prima del nostro arrivo, dopo aver trascorso un periodo nel centro detenzione di Kavala.
I fortunati che riuscivano a registrarsi potevano invece acquistare un biglietto per uno dei ferry che quotidianamente partono da Lesvos per Atene fino ad esaurimento posti: un esaurimento alquanto anticipato in base alla regola per cui, secondo quanto ci è stato riferito dagli attivisti di Afghan Hill, solo il 20% dei posti totali veniva messo a disposizione dei migranti, determinando un forte rallentamento nella prosecuzione del viaggio che obbligava molte persone ad aspettare fino a una settimana nei “campi” dell'isola.
In teoria..
L'art. 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo (CEDU) stabilisce il divieto di tortura e di trattamenti disumani e degradanti. L'art. 4 del protocollo 4 della stessa Convenzione vieta le espulsioni collettive. I respingimenti collettivi sono stati più volte sanzionati dalla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, si pensi a quelli effettuati dall'Italia verso la Libia (caso Hirsi Jamaa c. Italia) o quelli effettuati sempre dall'Italia ma verso la stessa Grecia (caso Sharifi c. Grecia e Italia), ove i diritti dei richiedenti asilo sono così poco tutelati e, anzi, messi a repentaglio, che nei suoi confronti è sospesa l'applicazione dello stesso Regolamento Dublino.
Perché un respingimento non possa dirsi “collettivo”, quindi, è necessario che la situazione individuale di ciascun migrante venga analizzata in base alle sue specificità. Ciò a sua volta significa che prima di allontanare dal proprio territorio nazionale un cittadino straniero, le autorità competenti devono informarlo o informarla dei propri diritti, compreso quello di richiedere asilo, grazie all'ausilio di interpreti e garantendo l'accesso alla tutela legale. Un provvedimento di espulsione deve poter eventualmente essere impugnato, come stabilisce l'art. 13 della CEDU. Tale norma garantisce il diritto ad un ricorso effettivo, quando si ritiene che i diritti sanciti dalla stessa convenzione siano stati violati, anche da persone che agiscono nell'ambito delle proprie funzioni ufficiali.
Appare quindi chiaro che impedire di fatto l'accesso alle procedure di asilo o alla stessa registrazione/identificazione di centinaia, o forse migliaia, di migranti sulla mera base della loro nazionalità non può che costituire una clamorosa violazione dei loro diritti fondamentali e della normativa in materia di asilo europea ed internazionale. Non identificare i migranti in arrivo e non consentirgli l'accesso alla procedura di riconoscimento della protezione internazionale, oltre che a bloccarli illegittimamente sull'isola di Lesvos anche per mesi, li metteva costantemente a rischio di essere sottoposti a rimpatrio o alla riammissione in un paese come la Turchia, tutti indistintamente, richiedenti asilo e no, minorenni o maggiorenni, vulnerabili e no.
Ma anche no!
La mancata “registrazione” degli appartenenti ad alcune precise nazionalità e l'impossibilità per loro di accedere alle procedure di riconoscimento della protezione internazionale costituiscono delle pratiche (illegittime) che finiscono per ridisegnare il diritto d'asilo come lo conosciamo. Accade quindi che il diritto alla protezione finisca per essere indissolubilmente legato al Paese di provenienza del richiedente, a prescindere dalla sua vicenda personale. Ciò contribuisce anche a rafforzare nell'opinione diffusa l'idea per cui un cittadino pakistano o del Bangladesh o della Nigeria che richieda asilo lo faccia in modo sicuramente strumentale, tanto che la sua domanda non merita di essere nemmeno registrata perché i “veri profughi” sono altri. Una simile posizione, non solo si pone in contrasto con la normativa vigente in materia di asilo, ma non tiene nemmeno conto della realtà socio-politica che caratterizza molti dei paesi da cui molti richiedenti asilo oggi provengono.
A partire dal 20 marzo, con l'entrata in vigore dell'accordo fra UE e Turchia, quella che era la condizione di una parte dei migranti sbarcati a Lesvos (i pakistani, i nordafricani, i bangladeshi), perennemente (e illegalmente) a rischio rimpatrio o riammissione, è divenuta la condizione di tutti. L'hotspot di Moria, nel giro di pochissimi giorni, ha chiuso i cancelli, con i migranti rimasti al suo interno e in attesa di essere, immagino, trasferiti in Turchia. “Afghan Hill”, che ospitava all'11 marzo più di 500 persone, di cui la maggior parte era costituita da cittadini pakistani, è stato completamente svuotato e i suoi abitanti detenuti.
La situazione in cui sono costretti i migranti, di qualunque nazionalità, età o condizione, a Moria è talmente degradante che MSF e UNHCR hanno deciso di non prestare più assistenza al suo interno per non rendersi complici di un sistema ritenuto ingiusto e addirittura illegale. Credo che debba far riflettere come la frizione così forte fra la normativa in materia di asilo e diritti umani, che costituisce parte fondante del diritto dell'Unione, e l'accordo fra UE e Turchia, nel nome della sicurezza e del “costo” dei diritti ritenuto insostenibile dai governi degli stati membri, stia di fatto ridisegnando l'intero ordinamento europeo in una direzione fortemente regressiva e in deroga alle forme di protezione teoricamente garantite dal diritto internazionale.

Fonte: dinamopress.it 

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