di Grateful Dead
L’intervista a Frederic Lordon, pubblicata dal sito spagnolo LaMarea e tradotta in italiano da Effimera (ripresa anche su questo blog, ndb) pone alcune questioni che richiedono un supplemento di riflessioni. Riflessioni problematiche, sicuramente non esaustive, magari provocatorie ma finalizzate ad aprire una discussione sia all’interno del variegato network di Effimera che altrove.
La questione politica posta da Lordon è molto chiara. Alla domanda: “Crede che vedremo un Podemos alla francese tenendo conto del contesto attuale?”, Lordon in modo netto risponde: “Non credo e aggiungo che, dal mio canto, non lo desidero. Per essere chiaro, mi domando invece se Podemos non sia una specie di controesempio, il modello di quello che non dobbiamo fare: tornare al contesto elettorale, alla rinormalizzazione istituzionale. Tornare al gioco istituzionale è la morte assicurata di tutti i movimenti.
Adesso ti domanderai, come trasformare queste riunioni in risultati politici affinché non siano successe invano? È una domanda strategica di primo ordine. La mia risposta per uscire da questa terribile tenaglia è che se tornare al gioco elettorale istituzionale significa la morte, allora non ci rimane altra soluzione che rifare le istituzioni, È per questo che credo che l’obiettivo politico che dobbiamo fissarci, …, consiste nel riscrivere la costituzione. … Dobbiamo scrivere la costituzione di una “repubblica sociale””.
Adesso ti domanderai, come trasformare queste riunioni in risultati politici affinché non siano successe invano? È una domanda strategica di primo ordine. La mia risposta per uscire da questa terribile tenaglia è che se tornare al gioco elettorale istituzionale significa la morte, allora non ci rimane altra soluzione che rifare le istituzioni, È per questo che credo che l’obiettivo politico che dobbiamo fissarci, …, consiste nel riscrivere la costituzione. … Dobbiamo scrivere la costituzione di una “repubblica sociale””.
Questa affermazione pone il tema politico della costruzione di una capacità di azione “autonoma” dal basso. La vicenda greca, al riguardo, ci ha dolorosamente aperto gli occhi, dissolvendo ogni possibile ingenuità rispetto ai meccanismi inquietanti a cui soggiace/è costretta a soggiacere la rappresentanza attuale, sul luogo e sul senso della decisione. Tutti elementi che potrebbero condurci a confermare lo svuotamento e il senso d’impotenza della politica di fronte a una nuova articolazione del potere capitalista di cui lo Stato diventa del tutto esplicitamente una delle componenti. Ci pare che anche le riflessioni portante avanti in questo periodo da parte di Uninomade Brasil, con coraggio e capacità di rimettersi dolorosamente in discussione, vadano in questo senso – pur dato un quadro di partenza estremamente diverso, rispetto al piano Europeo.
Autonomia politica, autonomia economica, autonomia di progettazione sociale, quindi. Essere “autonomi” oggi non significa riverniciare di nuovo i contenuti del concetto di autonomia così come era maturato negli anni Settanta all’interno di un’espansione del conflitto sociale dalla fabbrica alla società. Oggi essere “autonomi” non significa combattere il comando capitalistico per contendergli la gestione dello stesso potere (contro-potere). O almeno, non è solo questo, anche perché il comando capitalistico ha assunto nuove forme, pur non diminuendo la ferocia e la violenza. In altre parole, la pratica dell’insurrezione non è sufficiente, non solo perché lo squilibrio di forze è immane, ma perché muoversi sulla stessa logica del “loro” potere non ci interessa. Ciò che gli studenti, i precari, la moltitudine in lotta in Francia chiedono non è un emendamento della Loi Travail ma, come afferma Lordon:
“… la particolarità del movimento attuale sta … nel criticare la situazione del lavoro e dei lavoratori in sé. È pertanto una critica al capitalismo”.
Potremmo aggiungere, che il movimento francese pone la questione del rifiuto del lavoro e della fine del lavoro: Fin du travail, vie magique, si è letto sui muri. Una questione oggi sempre più attuale, di fronte alle prospettive tecnologiche che si stanno aprendo nel campo della vita (bios) messa in produzione e quindi a valore, dalle bio-tecnologie alla bio-robotica. verso l’illusione di plasmare, controllare, sussumere il corpo-macchina presente e futuro.
Tale critica implica la necessità di costruire qui e ora forme di sperimentazioni “autonome” della cooperazione sociale e di quel “comune” (al singolare) che oggi viene espropriato, sussunto, catturato dal capitale. La scrittura di una “costituzione della “repubblica sociale” parte da qui.
Questo è stato il tema che ha innervato l’incontro organizzato da Effimera nell’ottobre 2015 dal titolo “Sovvertire l’infelicità”:
“L’indicazione per il “futuro” che proviene dall’incontro di Effimera (a cominciare dall’“essere poeti”) è quella di sviluppare competenze e semplici strumenti di servizio perché ciascuna esperienza autorganizzata, di azione e di pensiero, possa concretamente realizzarsi e autodeterminarsi, secondo le modalità più necessarie e più opportune. Se son rose, fioriranno”.
È micropolitica dal basso. Qualcuno potrà storcere il naso. Lo farà chi crede che bisogna combattere il potere al suo massimo livello (“dobbiamo prenderci la Bce!”) o chi pensa che uno o due riot siano sufficienti. Deleuze e Guattari sostengono che la macropolitica si definisce per la sua rigidità e segmentarietà, mentre la micropolitica si definisce in termini di segmentazioni sottili e flussi diquanta, cioè in termini di ciò che passa e che sfugge. Il macro è il livello della cattura, il micro quello della ‘linea di fuga’. Il nome che loro danno alla macropolitica è molare, appunto per indicare la sua ‘mole’, la sua apparente rigidità. Il nome per la micropolitica invece è molecolare, per indicare appunto il livello dei flussi e delle singolarità o quanta
Linee di fuga, scrivono Deleuze e Guattari in Millepiani. Ma quali “linee di fuga”? Non certo scappare, ma confliggere, con la consapevolezza che dobbiamo operare per portare l’attacco al cuore dei mercati finanziari; ma non a livello macro, piuttosto a livello micro. Una battaglia per l’autodeterminazione e l’autonomia sociale e finanziaria. Ed è a tal fine che portiamo avanti la costruzione e la sperimentazione di circuiti finanziari alternativi fondati sulla moneta del comune, partendo dal micro per ambire al macro, senza rivendicare nulla.
Per questo, l’autonomia di cui parliamo è autonomia costituente, non semplice contro-potere, né semplice esodo.
Crediamo che qui stia la differenza sostanziale tra la Place del la Rèpublique di oggi e la Place del la Rèpublique post attentati terroristici dello scorso anno. La prima non chiede, né rivendica nulla a differenza della seconda che invece chiedeva alle istituzioni di rimanere repubblicane di fronte all’emergenza del terrore (e di proteggere i cittadini). Sono due France del tutto diverse, quasi opposte, anche se potenzialmente ibridabili in linea teorica, ma non adesso e qui. Da un lato, la voglia e il desiderio di autonomia e autodeterminazione, dall’altro, la richiesta di partecipazione e di interlocuzione istituzionale. Al momento, per come noi vediamo essere le istituzioni nazionali e europee, inconciliabili.
Da che parte vogliamo stare?
Se osserviamo la situazione in Italia, c’è poco da stare allegri. La Loi Travailfrancese segue e assimila il Jobs Act italiano, approvato, senza colpo ferire, lo scorso anno. L’istituzionalizzazione della precarietà come forma di organizzazione del lavoro dominante (ovvero la fine del contratto a tempo indeterminato), la liberalizzazione dei licenziamenti individuali, l’introduzione di misure di controllo della prestazione lavorativa, soprattutto laddove si svolgono funzioni cognitive e relazionali, è passata nel nostro paese senza nessuna indizione di qualche forma di protesta (se non sporadica) e nessuna forma di sciopero. Perché in Francia, dove una struttura di movimento è meno presente e dove il tasso di sindacalizzazione è forse inferiore a quello italiano, abbiamo invece visto nell’organizzazione della protesta la presenza dei sindacati tradizionali e la saldatura delle istanze del mondo studentesco e del lavoro, l’unione precari-studenti più che operai – studenti?
Forse perché il sindacato italiano è costituito più dai pensionati che da lavoratori effettivi, più impegnato a raccogliere firme per referendum abrogativi che, anche qualora dovessero vincere, hanno poca speranza di cambiare qualcosa (vedi referendum sull’acqua pubblica), è più impegnato a ribadire la centralità del lavoro salariato?
Forse perché sulla stessa lunghezza d’onda cerca di ricompattarsi, dopo l’ennesima sconfitta elettorale, una sinistra novecentesca e inadeguata a comprendere i processi attuali della valorizzazione e dello sfruttamento capitalista, tutta interna ad un progetto politico-rappresentativo che vorrebbe approfittare dello spazio politico aperto da un PD che intende trasformarsi nel Partito della Nazione, al servizio delle attuali lobby di potere?
Forse perché i soggetti che più avrebbero ragioni per opporsi alla precarizzazione della vita sono i primi che non hanno altro tempo di vita se non quello far fronte al continuo e crescente ricatto a cui sono sottoposti?
Forse perché la galassia dell’antagonismo sociale italiano è troppo impegnato, anche in seguito ai colpi della repressione, a sopravvivere più che a vivere, incapace di sviluppare innovazione comunicativa e politica?
O forse perché – diciamolo con franchezza – le tematiche della precarietà sociale e della autonomia di vita non hanno mai attecchito (con lodevoli eccezioni, anni fa) nella eccessiva politicizzazione e autoreferenzialità del movimento antagonista italiano? E se vengono prese in considerazioni, si perdono in mille rivoli, di fatto corporativi.
Aprés Marz, Avril, si dice oggi in Francia.
Aprile, dolce dormire, si risponde in Italia.
Immagine in apertura: France – #NuitDebout movement general assembly continues tonight in Paris #42mars
Fonte: Effimera

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