di Lidia Baratta
Puntuali come un orologio svizzero, di tanto in tanto si presentano per i call center crisi aziendali e annunci di migliaia di licenziamenti. Gli ultimi nomi coinvolti sonoGepin, 450 esuberi dopo la perdita della commessa di Poste Italiane, e l’onnipresente Almaviva, 2.998 persone da mandare a casa tra Palermo, Napoli e Roma. Il ministero dello Sviluppo economico ha convocato i tavoli per discutere delle due crisi, e la viceministra Teresa Bellanova – in pole per prendere il posto di Federica Guidi – ha promesso che estenderà i contratti di solidarietà e metterà in campo nuovi ammortizzatori sociali fino a fine 2017.
Gli ennesimi aiuti di Stato a un settore che di regole non ne ha, tra appalti al massimo ribasso, delocalizzazioni selvagge, clausole sociali mancanti. E che soprattutto, negli anni, ha macinato milioni di soldi pubblici. Una “droga” per un settore in cui le aziende competono ormai solo sul costo del lavoro, senza investimenti in tecnologie e qualità.
Secondo i calcoli della Slc Cgil, in tre anni per mantenere in piedi cuffie e telefoni si spendono in media circa 500 milioni di euro di soldi pubblici. Il più alto è il costo della cassa integrazione in deroga (quindi a carico della collettività) da pagare in occasione delle crisi aziendali: 166 milioni dal 2012 al 2014. Poi si aggiunge la mobilità, 36 milioni; i mancati versamenti dei contributi Inps e Inail per gli sconti sulle nuove assunzioni, 188 milioni; e la valanga di soldi (90 milioni) del Fondo sociale europeo utilizzati per favorire l’occupazione delle regioni con un Pil procapite inferiore al 75% della media comunitaria. In questo bacino rientrano Basilicata, Calabria, Campania e Sicilia. Non a caso in questi anni, tra gli sconti sui contributi della legge 407 del 1990, quelli previsti nelle leggi di stabilità e i fondi europei, si è assistito a una sorta di migrazione al contrario: dal Nord e dal Centro, gli imprenditori dei call center hanno seguito gli aiuti di Stato e si sono spostati nel Mezzogiorno per abbattere il costo del lavoro. Solo in Calabria, su un totale di 80mila addetti al settore, se ne contano 15mila. Senza contare i contributi aggiuntivi che le stesse regioni hanno elargito per aprire le strutture, spesso e volentieri in occasioni delle tornate elettorali. La promessa di un posto in un call center, spesso, vale un voto.
Il settore dei call center è composto da una galassia di imprese fatta da pochi (una decina) grandi nomi, e migliaia di piccole aziende da sottoscala che nascono e muoiono in pochi anni lasciandosi alle spalle centinaia di lavoratori in cassa integrazione dopo aver ingurgitato milioni di incentivi pubblici. Le aziende che non usufruiscono più di sgravi contributivi e fondi Fse per l’occupazione non sono più concorrenziali. Per cui finiscono per vendere a un prezzo che non consente di fare margine, generando delle perdite e avviando percorsi di ristrutturazione aziendale con gli ammortizzatori sociali. Il caso emblematico è stato quello della Phonemedia-OmniaNetwork, che solo in Calabria ha incassato 11 milioni di euro tra sgravi e fondi europei per poi lasciare a casa 12mila lavoratori alla scadenza dei benefici. In questo modo, un call center lo paghiamo due volte: prima con gli sgravi contributivi in entrata, poi con gli ammortizzatori sociali in uscita.
Ma con gare al massimo ribasso e commesse anche sotto i 30 centesimi al minuto, gli incentivi pubblici diventano vitali per mantenere un’azienda e migliaia di lavoratori. Una volta finiti gli aiuti, se si vuole competere sui prezzi al ribasso, le strade sono due: licenziare o delocalizzare verso Paesi in cui il costo del lavoro è più basso. Solo a Tirana si sono superate le 40 sedi di call center italiani. E a premere per avere prezzi più bassi, a volte, è lo Stato stesso, con i centralini delle varie amministrazioni comunali e non solo.
Con il caso paradossale che le ultime aziende coinvolte nei tavoli del Mise, Gepin e Almaviva (già al centro di crisi aziendali nel 2011 e nel 2014), stanno licenziando perché due aziende pubbliche, Poste ed Enel, hanno affidato la commessa a un’altra azienda al massimo ribasso. Ben sotto il cosiddetto “prezzo di sicurezza”, che garantirebbe condizioni di lavoro accettabili e un margine di guadagno per l’azienda.
Dal 2003 Gepin gestiva l’assistenza clienti di Poste italiane con un impiego di 450 dipendenti ad hoc tra Napoli e Roma. Di fatto Poste aveva assorbito un ramo dell’azienda procedendo negli anni all’affidamento diretto, ma quest’anno ha deciso di indire una gara per l’assegnazione dell’attività. Alla fine la commessa è stata affidata a soli 29 centesimi di euro al minuto alla System House di Reggio Calabria, che ha sparigliato ogni concorrente proponendo il prezzo più basso. «Significa tredici euro l’ora», spiega Riccardo Saccone della Slc Cgil, «a fronte di un prezzo di sicurezza che dovrebbe aggirarsi intorno ai 27-28 euro l’ora per permettere una giusta retribuzione al lavoratore e anche un guadagno legittimo al datore di lavoro». E sempre la stessa azienda ha sottratto ad Almaviva la commessa di Enel. Almaviva aveva proposto un prezzo di 50 centesimi al minuto, nonostante il prezzo di sicurezza fosse di 64 centesimi. Ma alla fine hanno vinto i 36 centesimi al minuto.
Come già accadduto in passato, la società reggina, che gestisce il call center di Italo, può permettersi prezzi stracciati anche grazie agli incentivi alle assunzioni della legge di stabilità 2015: fino a 8mila euro di sconti contributivi per le nuove assunzioni a tempo indeterminato e le trasformazioni delle collaborazioni. Tant’è che a dicembre, ultimo mese utile per accedere agli incentivi pieni del 2015, l’azienda ha portato a casa centinaia di assunzioni.
Il risultato però è che Gepin, con la perdita della commessa di Poste, ha avviato la procedura per il licenziamento di 450 persone, salvo poi annunciare la sospensione dopo il tavolo al Mise. Anche se, precisa Saccone, «la sospensione annunciata da Gepin non ha alcuna valenza giuridica. Sembra più che altro un regalo fatto per spostare la tensione a valle dei prossimi appuntamenti elettorali». Almaviva, invece, che solo in Sicilia conta 6mila dipendenti con un’età contrattuale media di dieci anni, non è nuova alle crisi aziendali. E ora, tra il dumping delle altre aziende e la perdita della commessa di Enel, ha annunciato 3mila licenziamenti.
L’unica soluzione, dicono i sindacati, è che Poste ed Enel rispettino la clausola sociale che permette la salvaguardia dei posti di lavoro nei cambi di appalto. La clausola sociale è stata approvata in via definitiva all’interno del ddl appalti, ma la messa in pratica dipende dall’accordo tra le parti. Ossia tra le imprese committenti, in questo caso Poste ed Enel, e l’impresa che ha vinto la commessa. System House, che ha la sua sede principale a Reggio Calabria e altre due sedi a Roma e Crotone, dovrebbe assorbire i lavoratori di Gepin e Almaviva aprendo nuove sedi a Napoli e Palermo oppure facendoli trasferire tutti sullo stretto. Entrambe le ipotesi sembrano irrealistiche.
«Le scelte che oggi si stanno concretizzando sono figlie degli errori delle politiche degli anni scorsi», dice Michele Azzola, segretario nazionale Slc Cgil. «Abbiamo chiesto al governo di compiere una scelta netta: se schierarsi con i lavoratori e i clienti dei servizi di call center o continuare a proteggere gli errori commessi dagli uffici acquisti delle grosse imprese pubbliche e private».
Dal Mise, Teresa Bellanova ha proposto alle imprese committenti la «premialità per chi si impegna a restare sul territorio». Ma di nuove regole e rispetto di quelle già esistenti in un settore ad oggi quasi anarchico, non c’è traccia. Intanto, il ministero ha convocato nuovi tavoli. E ha chiesto di revocare i licenziamenti con la promessa di elargire nuovi ammortizzatori sociali in deroga. Ancora un’agonia che costa milioni di euro pubblici.
Fonte: Linkiesta

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