lunedì 18 aprile 2016

Henry A. Giroux: politica autoritaria nell’era dell’analfabetismo civico

di Henry A. Giroux 
I tempi bui che infestano l’era attuale sono incarnati nei mostri che hanno finito per governare gli Stati Uniti e che ora dominano i maggiori partiti politici e altre istituzioni politiche ed economiche al comando. Il regno da incubo di miseria, violenze e spendibilità è anche evidente nel loro dominio di una cultura formativa e dei relativi apparati culturali che producono una vasta macchina di consenso fabbricato. E’ una formazione sociale che si estende dalle trasmissioni mediatiche convenzionali e Internet alla cultura a stampa, tutte cose che abbracciano lo spettacolo di violenza, opinioni legittime prima dei fatti ed esultano in una cultura consumistica e divistica di ignoranza e teatralità. Nel regno di questa architettura ideologica normalizzata di presunto buonsenso, l’alfabetismo è oggi considerato con disprezzo, le parole sono ridotte a dati e la scienza è confusa con la pseudo-scienza.
Pensare è oggi considerato un atto di stupidità e l’ignoranza è considerata una virtù. Ogni traccia di pensiero critico appare solo ai margini della cultura mentre l’ignoranza diviene il principio organizzativo principale della società statunitense.
Ad esempio, due terzi del pubblico statunitense credono che il creazionismo andrebbe insegnato nelle scuole e la maggior parte del Partito Repubblicano al Congresso non crede che il cambiamento climatico sia causato dall’attività umana, rendendo gli USA lo zimbello del mondo. I politici mentono interminabilmente sapendo che il pubblico è drogato di shock, il che gli consente di affogare nell’iperstimolazione e di vivere in sovraccarico in continua accelerazione di informazioni e immagini. Le notizie sono divenute intrattenimento ed echi della realtà, anziché interrogarla. Non sorprendentemente l’istruzione nella cultura più vasta è divenuta una macchina di cancellazione dell’immaginazione, uno strumento per legittimare l’ignoranza ed è centrale per la creazione di una politica autoritaria che ha eviscerato ogni vestigio di democrazia dall’ideologia, dalle politiche e dalle istituzioni che ora controllano la società statunitense.
Non sto parlando semplicemente del genere di anti-intellettualismo che teorici quali Richard Hofstadter, Ed Herman e Noam Chomsky, e più recentemente Susa Jacoby, hanno documentato, per quanto illuminanti possano essere le loro analisi. Sto indicando una forma più letale di analfabetismo, che è spesso ignorata. L’analfabetismo è oggi una piaga è uno strumento inteso principalmente a muovere guerra al linguaggio, al significato, alla riflessione e alla capacità di pensiero critico. Chris Hedges ha ragione nell’affermare che “la vuotezza del linguaggio è un dono ai demagoghi e alle imprese che saturano il paesaggio con immagini manipolate e con il gergo della cultura di massa”. La nuova forma di analfabetismo non costituisce semplicemente un’assenza di apprendimento, di idee o di conoscenza. Né può essere unicamente attribuita a quella che è stata chiamata la “società degli smartphone” [2]. Al contrario, è una pratica e un obiettivo deliberati di allontanare attivamente le persone dalla politica e di renderle complici delle forze che impongono miseria e sofferenza alle loro vite.
Gore Vidal definì una volta il paese gli Stati Uniti d’Amnesia. Il titolo dovrebbe essere esteso a Stati Uniti d’Amnesia e di Deliberata Ignoranza. L’analfabetismo non contrassegna più soltanto popolazioni immerse nella povertà con scarso accesso a un’istruzione di qualità; né suggerisce soltanto l’assenza di competenze esperte che consentono alle persone di leggere e scrivere con un certo grado di comprensione e fluidità. Più profondamente, l’analfabetismo riguarda anche che cosa significa non essere in grado di agire da una posizione di ponderatezza, di giudizio informato e di operare critico. L’analfabetismo è divenuto una forma di repressione politica che scoraggia una cultura di messa in discussione, rende l’agire un atto di intervento inoperabile e rimette in scena il potere come modo di dominio. E’ precisamente questa modalità dell’analfabetismo che oggi costituisce il modus operandi di una società che sia privatizza sia uccide l’immaginazione avvelenandola con falsità, fantasie consumistiche, anelli di dati e la necessità di gratificazione istantanea. E’ un modo di analfabetismo e istruzione industriali che non possiede alcun linguaggio per relazionare il sé con la vita pubblica, con la responsabilità sociale o con i requisiti della cittadinanza. E’ importante riconoscere che l’ascesa di questa nuova modalità di analfabetismo non riguarda semplicemente il fallimento dell’istruzione pubblica e superiore nel creare cittadini critici e attivi; riguarda una società che elimina quelle sfere pubbliche che rendono possibile pensare imponendo contemporaneamente una cultura di paura in cui c’è la minaccia incombente che chiunque chiami il potere a rispondere sarà punito. In gioco qui non c’è solo la crisi di una società democratica, bensì una crisi della memoria, dell’etica e dell’azione.
Prove di tale politica repressiva sono visibili nella crescita della sorveglianza statale, nella repressione del dissenso, specialmente tra i giovani neri, nell’eliminazione delle cattedre in stati come il Wisconsin, nell’ascesa dello stato punitivo e nella militarizzazione della polizia. E’ anche evidente nella demonizzazione, punizione e nella guerra mossa dall’amministrazione Obama ai rivelatori quali Edward Snowden, Chelsea Manning e Jeffrey Sterling, tra gli altri. Qualsiasi tentativo praticabile di sviluppare una politica radicale deve cominciare ad affrontare il ruolo dell’istruzione e dell’alfabetismo civici e quella che ho definito la pedagogia pubblica come centrali non solo per la politica in sé, ma anche per la creazione di soggetti capaci di diventare agenti individuali e sociali disposti a lottare contro le ingiustizie e a combattere per riprendersi e sviluppare quelle istituzioni cruciali per il funzionamento e le promesse di una democrazia concreta. Un punto da cui iniziare a riflettere a fondo su tale progetto consiste nell’affrontare il significato e il ruolo della pedagogia come parte della lotta più vasta per la libertà e la pratica di essa.
Il campo della pedagogia si estende dalle scuole a diversi apparati culturali quali i media prevalenti, le culture alternative via video e la cultura digitale su schermo in espansione. Ben oltre insegnare un metodo, la pedagogia è una pratica morale e politica impegnata non solo alla produzione di sapere, competenze e valori ma anche alla costruzione di identità, modi di identificazione e forme di azione individuale e sociale. Perciò la pedagogia è al cuore di ogni comprensione della politica e dell’impalcatura ideologica di quei meccanismi di inquadramento che mediano le nostre vite quotidiane. In tutto il pianeta le forze del fondamentalismo del libero mercato stanno usando la forza educativa della cultura più generale e della presa di possesso dell’istruzione pubblica e superiore sia per riprodurre la cultura degli affari sia per muovere un attacco alle provvidenze sociali e ai diritti civili storicamente garantiti offerti dallo stato sociale, dalle scuole pubbliche, dai sindacati, dai diritti riproduttivi delle donne e dalle libertà civili, tra l’altro, minando incessantemente la fiducia del pubblico nelle istituzioni che definiscono la democrazia.
Mentre mentalità e moralità di mercato stringono la loro presa su tutti gli aspetti della società, le istituzioni democratiche e le sfere pubbliche sono ridimensionate, quanto non stanno scomparendo del tutto. Con lo svanire di queste istituzioni – dalle scuole pubbliche e dai media alternativi ai centri di assistenza sanitaria – c’è anche una grave erosione dei discorsi di comunità, giustizia, uguaglianza, valori pubblici e bene comune. Questa tetra realtà è stata chiamata da Alex Honneth una “socialità fallita”, un fallimento del potere dell’immaginazione civica, della volontà politica e della democrazia aperta. Fa anche parte di una politica che spoglia il sociale da ogni ideale democratico e mina qualsiasi visione dell’istruzione come bene pubblico e della pedagogia come pratica emancipante, una pratica che agisce direttamente sulle condizioni che premono sulle nostre vite al fine di cambiarle quando necessario.
Una delle sfide poste alla generazione attuale di educatori, studenti, progressisti e altri operatori culturali è la necessità di affrontare il ruolo che potrebbero avere nell’educare studenti a essere agenti criticamente impegnati, attenti ad affrontare problemi sociali importanti e allerta sulle responsabilità di approfondire ed espandere il significato e le pratiche di una democrazia vivace. Al cuore di tale sfida sta la domanda di che cosa l’istruzione dovrebbe conseguire non solo in una democrazia ma anche in un momento storico in cui gli Stati Uniti stanno per scivolare nella notte buia dell’autoritarismo. Quale lavoro devono fare gli educatori per creare condizioni economiche, politiche ed etiche necessarie per dotare i giovani e il pubblico in generale delle capacità di pensare, mettere in discussione, dubitare, immaginare l’inimmaginabile e per difendere l’istruzione come essenziale per ispirare e dare energia ai cittadini indispensabili per l’esistenza di una democrazia robusta? In un mondo in cui c’è un abbandono crescente degli impulsi ugualitari e democratici, che cosa ci vorrà per educare i giovani e la politica più in generale per sfidare l’autorità e chiamare il potere a rispondere?
Quale ruolo potrebbe avere l’istruzione o la pedagogia critica in una società in cui il sociale è stato individualizzato, la vita emotiva crolla nel terapeutico, e l’istruzione è ridotta o a un affare privato o a un genere di modalità algoritmica di regolazione in cui tutto è ridotto a un risultato desiderato. Quale ruolo può svolgere l’istruzione per sfidare la mortale affermazione neoliberista che tutti i problemi sono individuali, indipendentemente dal fatto che le radici di tali problemi siano in forze sistemiche più vaste. In una cultura che affonda in una nuova storia d’amore con la razionalità strumentale, non sorprende che valori che non sono misurabili – compassione, visione, immaginazione, fiducia, solidarietà, cura degli altri e passione per la giustizia – avvizziscano.
Considerata la crisi dell’istruzione, dell’agire e della memoria che infesta l’attuale congiuntura storica, la sinistra e altri progressisti hanno bisogno di un linguaggio nuovo per affrontare i contesti e i problemi cangianti posti a un mondo in cui c’è una convergenza senza precedenti di risorse – finanziarie, culturali, politiche, economiche, scientifiche, militari e tecnologiche – sempre più utilizzate per esercitare forme potenti e diverse di controllo e dominio. Tale linguaggio deve essere politico senza essere dogmatico e deve riconoscere che la pedagogia è sempre politica perché è collegata all’acquisizione di influenza. In questo caso rende politico il pedagogico significa essere vigili riguardo a “quell’esatto momento in cui si producono le identità e si costituiscono i gruppi o sono creati gli oggetti” [3]. Al tempo stesso significa che i progressisti devono essere attenti a quelle pratiche in cui modi critici di agire e particolari identità sono negati. Significa anche sviluppare una visione complessiva della politica, una visione che dovrebbe partire dall’appello a reinstradare singoli problemi politici in un movimento sociale di massa sotto la bandiera di una difesa del bene pubblico, dei beni comuni e della democrazia globale.
In parte questo suggerisce di sviluppare pratiche pedagogiche che non solo ispirino e galvanizzino le persone ma che siano anche capaci di contestare il numero crescente di pratiche e politiche antidemocratiche sotto la tirannia globale del capitalismo d’azzardo. Una tale visione suggerisce di far risorgere un progetto democratico radicale che fornisca le basi per immaginare una vita oltre un ordine sociale immerso in una disuguaglianza di massa, incessanti aggressioni all’ambiente e che eleva la guerra e la militarizzazione a ideali nazionali più alti e celebrati. In tale situazione l’istruzione diviene qualcosa di più di un’ossessione per piani di rispondenza, per una cultura di revisione e per valori di mercato e per un’immersione irriflessiva nel crudo empirismo di una società ossessionata dai dati e guidata dai mercati. Inoltre essa rifiuta l’idea che tutti i livelli di istruzione possano essere ridutti a luoghi per addestrare gli studenti al ruolo di forza lavoro e che la cultura dell’istruzione pubblica e superiore sia sinonimo di cultura degli affari.
In questione, qui, c’è la necessità che i progressisti riconoscano il potere dell’istruzione nel creare le culture formative necessarie sia per contrastare le varie minacce mobilitare contro le idee di giustizia e di democrazia e sia anche di combattere per quelle sfere, ideali, valori e politiche pubbliche che offrono modi alternativi di identità, pensiero, relazioni sociali e politica. Ma abbracciare i dettami del rendere l’istruzione significativa al fine di renderla critica e trasformativa significa anche riconoscere che apparati culturali quali i media dominanti e i film di Hollywood sono macchine d’insegnamento e non semplicemente fonti di informazione e di intrattenimento. Tali spazi dovrebbero essere sfere di lotta liberate dal controllo dell’élite finanziaria e delle grandi industrie che li utilizzano come macchine di propaganda e di annullamento dell’immaginazione.
Centrale a qualsiasi idea praticabile di ciò che rende la pedagogia critica è, in parte, il riconoscimento che una pratica morale e politica che è sempre implicata in rapporti di potere perché narra versioni e visioni particolari della vita civica, della comunità, del futuro e di come potremmo costruire rappresentazioni di noi stessi, degli altri e del nostro ambiente fisico e sociale. E’ sotto questo aspetto che qualsiasi discussione sulla pedagogia deve essere attenta a come funzionano per pratiche pedagogiche in una varietà di siti per produrre modi particolari in cui identità, luogo, merito e soprattutto ogni valore sono organizzati e contribuiscono a produrre una cultura formativa capace di sostenere una democrazia vivace. [4]
In questo caso la pedagogia come pratica di libertà pone l’accento sulla riflessione critica, gettando un ponte sulla differenza tra l’apprendimento e la vita quotidiana, comprendendo il collegamento tra il potere e il sapere difficile e ampliando i diritti e le identità democratiche utilizzando le risorse della storia e della teoria. Tuttavia tra molti educatori, progressisti e teorici sociali c’è un diffuso rifiuto di riconoscere che questa forma di istruzione non ha solo luogo nelle scuole ma è anche parte di quella che può essere chiamata la natura educativa della cultura. Al cuore dell’analisi e del coinvolgimento della cultura come pratica pedagogica ci sono questioni fondamentali riguardanti la natura educativa della cultura, che cosa significa impegnare il senso comune come modo di modellare e influenzare l’opinione popolare e su come diverse pratiche educative in luoghi molteplici possono essere utilizzate per contrastare i vocabolari, le pratiche e i valori delle forze oppressive che sono all’opera in regimi neoliberisti di potere.
C’è un bisogno urgente che il pubblico statunitense capisca che cosa significa per una società autoritaria militarizzare e trivializzare il discorso, i vocabolari, le immagini e i mezzi uditivi di comunicazione in una società. Come il linguaggio è usato per relegare la cittadinanza all’unico fine di interessi vilmente egoistici, per legittimare gli acquisti come espressione ultima dell’identità individuale, per dipingere i servizi pubblici essenziali come rafforzanti e indebolenti qualsiasi senso praticabile di responsabilità individuale e, tra l’altro, per usare il linguaggio della guerra e della militarizzazione per descrivere una vasta serie di problemi che affrontiamo come nazione. La guerra è divenuta una dipendenza, la guerra al terrorismo uno stimolo pavloviano di controllo e paure condivise sono divenute uno dei pochi discorsi disponibili per definire qualsiasi vestigio di solidarietà.
Tali falsità fanno ora parte dell’ideologia neoliberista imperante dimostrando ancora una volta che la pedagogia è cruciale per la politica stessa perché riguarda il cambiamento del modo in cui le persone vedono le cose, riconoscendo che la politica è educativa e che il dominio risiede non solo in strutture economiche repressive ma anche nel regno delle idee, delle convinzioni e dei modi di persuasione. Proprio come io sosterrei che la pedagogia deve essere resa significativa al fine di essere resa critica e trasformativa , io penso sia equo sostenere che non c’è politica senza una pedagogia di identificazione; cioè le persone devono investire qualcosa di sé nel modo di cui sono affrontate o riconoscere che ogni modalità di istruzione, argomento, idea o pedagogia deve parlare alla loro condizione e offrire un momento di consapevolezza.
Mancando questa comprensione la pedagogia diviene sin troppo facilmente una forma di violenza simbolica e intellettuale, una violenza che aggredisce anziché educare. Un altro esempio può essere visto nelle forme di insegnamento basato su test e guidato empiricamente che domina l’istruzione pubblica negli Stati Uniti che corrisponde a pedagogie di repressione che servono principalmente ad anestetizzare la mente e a produrre quelle che potrebbero essere chiamate zone morte di immaginazione. Queste sono pedagogie che sono in larga misura disciplinari e hanno scarsa considerazione per contesti, storia, rendere il sapere significativo o ampliare ciò che significa per gli studenti essere attori criticamente impegnati.
La sfida fondamentale posta agli educatori nell’attuale era di neoliberismo, militarismo e fondamentalismo religioso consiste nel fornire le condizioni perché gli studenti affrontino il modo in cui il sapere è collegato al potere sia della definizione di sé sia dell’agire sociale. In parte questo suggerisce di dotare gli studenti delle competenze, idee, valori e autorità necessarie affinché essi nutrano una democrazia concreta, riconoscano le forme antidemocratiche di potere e combattano ingiustizie profondamente radicate in una società e in un mondo fondati su disuguaglianze sistemiche economiche, razziali e di genere. Come ha sostenuto un tempo Hannah Arendt in “La crisi dell’educazione”, la centralità dell’istruzione per la politica è manifesta anche nella responsabilità per il mondo che gli operatori culturali devono assumere quando si impegnano in pratiche pedagogiche che stanno dalla parte della convinzione e della persuasione, specialmente quando sfidano forme di dominio.
Un tale progetto suggerisce di sviluppare una pedagogia alternativa – radicata in quello che potrebbe essere chiamato un progetto di democrazia rinascente e insurrezionale – che incessantemente metta in discussione il genere di lavoro, delle pratiche e delle forme di produzione che sono attuate nelle scuole e in altri luoghi di istruzione. Il progetto, in questo senso, si rivolge al riconoscimento che ogni pratica pedagogica presuppone qualche nozione del futuro, dà priorità ad alcune forme di identificazione rispetto ad altre, sostiene modi selettivi di relazioni sociali e attribuisce valore ad alcuni modi di conoscenza rispetto ad altri (pensate come le scuole commerciali sono tenute in alta stima mentre le scuole di formazione sono disdegnate e addirittura oggetto, in alcuni casi, di disprezzo). Inoltre una tale pedagogia non offre garanzie in quanto riconosce che la sua posizione è fondata su un modo particolare di autorità, valori e principi etici che deve essere costantemente dibattuto riguardo al modo in cui essi tanto aprono quanto chiudono relazioni, valori e identità democratiche. Queste solo esattamente le domande poste dal Sindacato Insegnanti di Chicago nella loro coraggiosa lotta per riconquistare qualche controllo sia sulle condizioni del loro lavoro sia sui loro tentativi di ridefinire il significato dell’istruzione come sfera pubblica democratica e dell’apprendimento nell’interesse della giustizia economica e di un cambiamento sociale progressista.
Un simile progetto dovrebbe essere basato su principi, relazionale, contestuale, nonché autoriflessivo e teoricamente rigoroso. Con relazionale intendo che la crisi attuale dell’istruzione va intesa in rapporto con il più vasto attacco mosso contro tutti gli aspetti della vita pubblica democratica. Al tempo stesso, qualsiasi comprensione critica di tali forze più ampie che plasmano l’istruzione pubblica e superiore deve anche trovare complemento nell’attenzione alla natura storica e condizionale della pedagogia stessa. Questo suggerisce che la pedagogia non può mai essere trattata come un insieme fisso di pratiche e principi che possa essere applicato indiscriminatamente attraverso tutta una varietà di siti pedagogici. La pedagogia non è una qualche ricetta o soluzione che possa essere imposta a tutte le classi. Al contrario, deve essere definita contestualmente, consentendole di rispondere specificamente alle condizioni, formazioni e problemi che sorgono in vari siti in qui l’istruzione ha luogo. Un tale progetto suggerisce di riformulare la pedagogia come pratica indeterminata, aperta a revisioni costanti e costantemente dialogante con i suoi stessi assunti.
L’idea di un’istruzione neutra, oggettiva è un ossimoro. L’istruzione e la pedagogia non esistono fuori dai rapporti di potere, dai valori e dalla politica. L’etica sul fronte pedagogico esige un’apertura all’altro, una volontà di impegnarsi in una “politica di possibilità” attraverso un coinvolgimento critico con testi, immagini, eventi e altri registri di significato mentre sono trasformati in pratiche pedagogiche sia all’interno sia all’esterno della classe. La pedagogia non è mai innocente e se deve essere compresa e problematizzata come forma di lavoro accademico gli operatori culturali hanno l’opportunità non solo di mettere criticamente in discussione e di registrare il suo stesso coinvolgimento soggettivo su come e che cosa insegnano dentro e fuori dalle scuole, ma anche di opporsi a tutte le chiamate a depoliticizzare la pedagogia mediante appelli o all’obiettività scientifica o al dogmatismo ideologico. Questo suggerisce la necessità che gli educatori ripensino il bagaglio culturale e ideologico che recano a ogni incontro educativo; evidenzia anche la necessità di rendere gli educatori eticamente e politicamente responsabili e auto-critici per le storie che producono, per le affermazioni che fanno sulla memoria pubblica e per le immagini del futuro che considerano legittime. Intesa come una forma di speranza militante, la pedagogia in questo senso non è un antidoto alla politica, un’aspirazione nostalgica a un tempo migliore o a qualche “inconcepibile futuro alternativo”. E’ invece un “tentativo di trovare un ponte tra il presente e il futuro in quelle forze del presente che sono potenzialmente in grado di trasformarlo”. [5]
All’alba del ventunesimo secolo l’idea del sociale e del pubblico non è cancellata quanto piuttosto è ricostruita in base alle circostanze in cui forum pubblici per dibattiti seri, compresa l’istruzione pubblica, sono erosi. Ridotti a crudo strumentalismo, cultura affaristica o definiti come diritto puramente privato anziché bene pubblico, i nostri maggiori apparati educativi sono rimossi dal discorso della democrazia e della cultura civica. Sotto l’influenza di potenti interessi finanziari abbiamo assistito all’acquisizione dell’istruzione pubblica e sempre più di quella superiore e di diversi siti mediatici da parte di una logica industriale che ottunde sia la mente sia l’anima, enfatizzando modi repressivi di un’ideologica che promuovere il vincere a ogni costo, imparare a non mettere in discussione l’autorità e minare il duro lavoro dell’apprendere come essere riflessivi, critici e attenti ai rapporti di potere che plasmano la vita quotidiana e il mondo più in generale. Con la privatizzazione dell’apprendimento, la sua depoliticizzazione e la riduzione a insegnare agli studenti come essere buoni consumatori, ogni idea praticabile del sociale, dei valori pubblici, della cittadinanza e della democrazia avvizzisce e muore.
Come elemento centrale di una politica culturale a base vasta, la pedagogia critica, nelle sue varie forme e quando collegata a un progetto continuo di democratizzazione, può offrire opportunità agli educatori e ad altri operatori culturali di ridefinire e trasformare i rapporti tra linguaggio, desiderio, significato, vita quotidiana e rapporti materiali di potere come parte di un più vasto movimento sociale per rivendicare la promessa e le possibilità di una vita pubblica democratica. La pedagogia critica è pericolosa per molti perché offre le condizioni perché gli studenti e il pubblico più in generale esercitino le loro capacità intellettuali, abbraccino l’immaginazione etica, chiamino il potere a rispondere e abbraccino un senso di responsabilità sociale.
Una delle sfide più serie poste a insegnanti, artisti, giornalisti, scrittori e altri operatori culturali è il compito di sviluppare un discorso sia di critica, sia di possibilità. Questo significa sviluppare discorsi e pratiche pedagogiche che colleghino la lettura della parola con la lettura del mondo, e farlo in modi che rafforzino le capacità dei giovani come attori critici e cittadini impegnati. Nell’assumersi questo progetto gli educati e altri dovrebbero tentare di creare la condizione che dà agli studenti l’opportunità di divenire cittadini critici e impegnati che dispongono della conoscenza e del coraggio per lottare al fine di rendere non convincenti la desolazione e il cinismo e pratica la speranza. Ma suscitare la consapevolezza non è sufficiente. Gli studenti devono essere ispirati e stimolati ad affrontare temi sociali importanti, a imparare a raccontare i loro problemi privati come temi pubblici e a impegnarsi in forme di resistenza che sono sia locali sia collettive, collegando contemporaneamente tali lotte a temi più globali.
La democrazia comincia a fallire e la vita politica finisce impoverita in assenza delle sfere pubbliche vitali quali l’istruzione pubblica e superiore in cui valori civici, scolarizzazione pubblica e impegno sociale consentono una presa immaginativa maggiore su un futuro che prende sul serio le richieste di giustizia, equità e coraggio civico. La democrazia dovrebbe essere un modo di pensare l’istruzione, un’istruzione che prosperi collegando l’equità all’eccellenza, l’apprendimento all’etica e l’agire agli imperativi della responsabilità sociale e del bene pubblico. La questione riguardante quale ruolo l’istruzione dovrebbe svolgere nella democrazia diviene tanto più urgente in un tempo in cui le forze oscure dell’autoritarismo sono in marcia negli Stati Uniti. Mentre valori pubblici, fiducia, solidarietà e modi di istruzione sono sotto assedio, i discorsi di odio, razzismo, egoismo rabbioso e avidità stanno esercitando un’influenza velenosa nella società statunitense, più evidenti nei discorsi di estremisti di destra quali Donald Trump e Ted Cruz, in corsa per la presidenza. L’analfabetismo civico fa crollare le opinioni e gli argomenti informati, cancella memoria collettiva e diviene complice della militarizzazione sia degli spazi individuali e pubblici sia della società stessa. In tali circostanze politici come Hilary Clinton sono etichettati come liberali quando in realtà sono fermi promotori sia di un militarismo tossico sia degli interessi delle élite finanziarie.
In tutto il paese ci sono segni di speranza. I giovani stanno manifestando contro il debito studentesco, gli ambientalisti combattono aggressivamente gli interessi dell’industria, il Sindacato Insegnanti di Chicago sta conducendo una lotta coraggiosa contro modi neoliberisti oppressivi di governo, giovani neri stanno coraggiosamente resistendo e denunciando la violenza dello stato in tutte le sue forme, gli abolizionisti delle carceri stanno facendo sentire la loro voce e ancora una volta la minaccia di un inverno nucleare e oggetto di esteso dibattito. Nell’era di mostri politici e finanziari, il neoliberismo ha perso la sua capacità di legittimarsi in un discorso distorto di libertà e scelta. I suoi tentacoli velenosi hanno cacciato dal lavoro milioni, trasformato molte comunità nere in zone di guerra, distrutto l’istruzione pubblica, sfacciatamente perseguita la guerra come massimo ideale nazionale, trasformato il sistema carcerario in un’istituzione predefinita per punire minoranze razziali e di classe, saccheggiato l’ambiente e apertamente imposto una nuova modalità di razzismo sotto la stupida nozione di una società post-razziale.
L’estrema violenza perpetrata negli spettacoli quotidiani degli apparati culturali sta ora cominciando a diventare visibile nelle relazioni della vita quotidiana rendendo difficile a molti statunitensi sopportare la menzogna che loro sono partecipanti reali e attivi a una democrazia. Mentre le bugie sono svelate, le crisi che aprono la porta all’autoritarismo trovano ora un parallelo nella crisi delle idee. Se questo impulso di critica e resistenza collettiva crescenti continua il sostegno che vediamo a Bernie Sanders tra i giovani si accoppierà a un aumento della crescita di altri gruppi di opposizione. Gruppi organizzati intorno a temi singoli, come un movimento del lavoro in rivolta, tali gruppi cercano di rivendicare l’istruzione pubblica come bene pubblico e altri movimenti emergenti si uniranno sperabilmente, rifiutandosi di operare all’interno di parametri del potere stabilito, lavorando contemporaneamente a creare un movimento sociale di vasta base. Nella fusione di potere, cultura, nuove sfere pubbliche, nuove tecnologie e movimenti sociali vecchi e nuovi c’è un indizio dell’emergere di una nuova sensibilità politica collettiva, che offre un nuovo modo di resistenza collettiva e la possibilità togliere la democrazia dal respiratore. Questa non è una lotta su chi sarà eletto prossimo presidente o sul partito di governo degli Stati Uniti, bensì una lotta su chi è disposto a combattere per una democrazia radicale e chi no. I forti venti della resistenza sono nell’aria, scuotendo interessi consolidati, costringendo i liberali a riconoscere la loro complicità con il potere stabilito e dando nuova vita a ciò che significa combattere per un ordine sociale democratico in cui prevalgano equità e giustizia per tutti.

NOTE

[1] Chris Hedges, ‘The War on Langauge’, Truthdig (28 settembre 2009) online all’indirizzo :http://www.truthdig.com/report/item/20090928_the_war_on_language/

[2] Nichole Aschoff ‘The Smartphone Society’, Jacobin Magazine, mumero 17, (primavera 2015) Online all’indirizzo: https://www.jacobinmag.com/2015/03/smartphone-usage-technology-aschoff/

[3] Gary Olson e Lynn Worsham ‘Staging the Politics of Difference: Homi Bhabbha’s Critical Literacy’,Journal of Advanced Composition (1999), pagg. 3-35

[4] Henry A. Giroux, Education and the Crisis of Public Values, 2nd Edition’ (New York: Peter Lang, 2015)

[5] Terry Eagleton, ‘The Idea of Culture’ (Malden, MA: Basil Blackwell, 2000) pag. 22

Da ZNetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo
Originale: Counterpunch
Traduzione di Giuseppe Volpe
Traduzione © 2016 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

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