La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

lunedì 4 aprile 2016

La bestia umana in cerca di identità

di Gerardo Ongaro
Nei momenti più sconvolgenti abbiamo bisogno di credere fortemente nella pazzia, ciò che succede deve essere un capriccio della natura. Cercare di capire sembra esso stesso un crimine. Comprendere sembra paragonabile al giustificare. Istintivamente, riteniamo che non ci sia niente da capire, perché la follia è follia e basta; trovarne la causa rimuoverebbe il tranquillizzante fattore accidentale, donerebbe al fenomeno la facoltà di ripetersi.
Abbiamo così tanto bisogno di semplificare… Basterà uccidere i pazzi, vale a dire l’eccezione genetica del mostro, e risolveremo il problema una volta per tutte. Ci scordiamo quindi volentieri della storia. Ci dimentichiamo che le anomalie aberranti sono già accadute, sono durate secoli, e in quei periodi ai contemporanei (persino alle vittime) sono spesso sembrate del tutto naturali. Pensiamo, per esempio, alla schiavitù, per millenni praticata e ritenuta normale elemento della vita.
Gli schiavi (uomini, donne, bambini) non erano che oggetti di proprietà, sui quali si esercitava ogni diritto, compreso quello della morte più atroce. Persino nella culla della democrazia, l’antica Grecia, gli schiavi formavano la grande maggioranza della popolazione, mentre soltanto ad un’élite era permessa la partecipazione democratica.
Oggi diamo per scontato l’emancipazione dalla barbarie della schiavitù (anche se questa emancipazione è relativamente recente). Allora facciamo un piccolo salto in avanti. Pochi decenni fa, nel cuore dell’Europa, nasceva il nazismo: altro scherzo della natura? Quando la teoria dello “scherzo di natura” non regge, noi esseri umani abbiamo spezzo la tendenza ad assegnare ai crimini un’identità più pratica: se non è pazzia individuale o collettiva, è il complotto ebreo degli affari, è l’uomo bianco colonizzatore e schiavista (proprio perché bianco), è l’Islam terrorista (perché sta scritto nel Corano)… Eppure, di avidità e connivenze finanziarie di élite (non prettamente ebree) che opprimono le maggioranze, è ben nota l’esistenza, anche ai giorni nostri; eppure, le guerre, le atrocità e la schiavitù non furono invenzioni europee, esistevano già in Africa e in Sud America prima dell’arrivo dell’uomo bianco (esistono pure esempi recenti, come il genocidio in Ruanda); e di violenza è piena anche la Bibbia (anche contro la donna), mentre la maggioranza della popolazione mussulmana (composta da più del 20% della popolazione mondiale) è pacifica…
Tuttavia, all’indomani di fatti come quelli di Bruxelles, da certi ambienti salta fuori puntualmente il legame tra religione islamica e terrorismo; si accosta artificialmente al terrorismo pure la repressione di certi stati islamici verso i loro cittadini, per dimostrare la natura violenta tipica di quella religione. Sarebbe come sostenere che il nazismo e Hitler scaturirono dalla cristianità, e rintracciare in certi passaggi della Bibbia le sementi della violenza. Che differenza c’è tra i taglia gole islamici dell’ISIS e i cristiani Nazifascisti che gettavano i neonati per aria come bersaglio mobile per mitragliarli? Una sola: il primo evento è attuale, il secondo appartiene al passato, anche se recentissimo (storicamente alcuni decenni sono poca cosa).
Ma, se scartiamo l’anomalia genetica che di tanto in tanto genera il mostro, e se scartiamo il collegamento pratico religioso, razziale…, rimane il vuoto. Ci sentiamo smarriti. Abbiamo estremo bisogno di dare un’identità ai fenomeni violenti, soprattutto quando accadono sotto casa; abbiamo necessità di semplificare per esorcizzare. Questo è un trucchetto che dovremmo evitare. Per cercare di capire, dovremmo trovare la matrice comune, un minimo comun denominatore che riesca a spiegare fenomeni storici simili agli attuali. Fattore comune fondamentale è certamente l’ingiustizia socio-economica, locale e globale, vale a dire la povertà generalizzata, o la ricchezza nelle mani di pochi. Vediamo se la teoria regge. Sembra assodato che la Germania nazista nacque dalle macerie di un paese umiliato dalla sconfitta nella Prima Guerra Mondiale, dall’isolamento imposto dai vincitori e dalla conseguente miseria nella quale si trovò a vivere la popolazione. A differenza delle politiche internazionali del primo dopoguerra, il Piano Marshall del secondo dopoguerra aiutò la Germania e l’Europa a costruire prosperità, democrazia e pace. I politici fondamentalisti, razzisti o religiosi, esistono spesso, in diverse società; ma sono isolati, finché non trovano le condizioni sociali favorevoli per il proselitismo. È sotto i nostri occhi, la Mafia prospera di più dove esiste miseria e l’assenza dello stato. Povertà significa spesso mancanza di istruzione, significa ignoranza, una combinazione favorevole per l’abboccamento da parte di grandi oratori, capaci di deviare l’attenzione dal vero problema, per dirigerla verso capri espiatori: i migranti, i rom, gli ebrei, i cristiani, i mussulmani…
In Russia, il liberismo rapace della “shock therapy” (terapia d’urto), introdotta drasticamente dal governo Yeltsin, fu devastante. File di gente, comprese vecchiette che a malapena riuscivano a reggersi in piedi, che piazzavano i loro beni per terre, appartenuto alla famiglia per secoli, per provare a venderli per sopravvivere: piatti, bicchieri, posate… Allo stesso tempo, in una via adiacente si fermava una limousine dalla quale scendeva la rock star dai lunghi capelli per inaugurare una nuova boutique.
Il primo contatto del popolo russo con la democrazia fu quello del liberismo rapace: da qui l’ascesa di Putin, ancora estremamente popolare. Oltre al paradiso celeste, oggi l’ISIS promette e offre quello terrestre a chi si arruola, fatto di cose tangibili, materiali, e offre un riconquistato orgoglio di appartenenza a un mitologico stato dei giusti. Un catalizzatore amplificato dal dettame religioso, usato dalle potenze locali per i loro interessi geopolitici. Nei paesi mussulmani del Nord Africa dove c’è stato un breve periodo democratico sfociato nelle elezioni, la vittoria è andata spesso ai partiti fondamentalisti. Eppure esisteva già una classe media laica, in parte autrice delle rivolte contro le dittature. Ma questa borghesia individualista non si era curata della maggioranza periferica che viveva nella miseria, aiutata invece dalle strutture religiose islamiche nei vari aspetti della vita, come il nutrimento, le cure mediche…
Notiamo dunque il tema ricorrente, la matrice comune dell’ingiustizia economico-sociale, produttrice di materia prima per il proselitismo dei fanatici che usano la violenza. È vero che tra la manovalanza ci sono anche elementi che provengono da famiglie benestanti; ma sono una minoranza e non fanno testo – le loro motivazioni possono essere molteplici, ma personali. I leader fanatici sono invece quasi sempre istruiti, isolati finché non arriva il contesto storico, socio-economico favorevole. Si tratta dunque di andare oltre le condanne, sia pur dovute, al terrorismo; si tratta di capire. Le reazioni emotive fomentate dai fondamentalisti nostrani, che ci condurrebbero a ritorsioni contro un capro espiatorio islamico astratto generalizzato, sono il maggior alleato dei terroristi; una guerra santa contro i mussulmani creerebbe una grande fonte di reclutamento. Fa veramente pena vedere le emittenti televisive nostrane andare a caccia di mussulmani europei per chiedergli di condannare il terrorismo islamico: è un comportamento e una stigmatizzazione indegni. Ci siamo già dimenticati degli applausi (così tanto cristiani) di molti europei dopo l’attacco alle torri gemelle, viste come il simbolo dell’imperialismo americano? Erano tali europei dei terroristi? Dopotutto, alcune decine di morti saltuari europei sono una minima parte di quelli che quotidianamente muoiono altrove, attraverso le stesse atrocità del terrore, moltissimi di essi mussulmani; ma le vittime altrui non fanno scalpore mediatico, come lo fanno pochissimo le morti per fame; evidentemente esiste una piramide sociale anche della morte. Dalla prospettiva del resto del mondo, questa disparità di trattamento mediatico geo-razzista, assieme agli interventi militari che causano morte tra i civili, è una miscela esplosiva.
A questo si aggiunge lo sfruttamenti delle risorse locali, talvolta basilari. I grandi pescherecci moderni delle multinazionali hanno distrutto il patrimonio ittico di alcune coste africane, per alimentare i nostri supermercati con pesce a buon mercato; mentre vi sono comunità costiere che un tempo sfamavano le loro famiglie con una pesca sostenibile, ed ora non riescono più a farlo: possiamo noi poi chiudere le nostre frontiere se questi bussano alle porte dell’Europa come migranti? E se, dopo averli affamati, li respingiamo, finiranno essi per disperazione a fare i soldati nelle armate del terrore? Se crediamo che basti sconfiggere l’ISIS per risolvere il problema, siamo degli ingenui. La lotta contro Al-Qaeda continua da 15 anni senza esito; oggi questa organizzazione terroristica si è estesa (Afganistan, Pakistan, Iraq, Siria, Yemen…); ma, paradossalmente, è diventata forza moderata, se paragonata al nuovo fenomeno ISIS. Se non si rimuovono le cause prime, altre entità del terrore nasceranno.
La distribuzione della ricchezza è la chiave. È provato che i paesi dove essa avviene, sono più prosperi e pacifici. Ce lo dice anche la logica. Gran parte delle risorse nelle mani di pochi rimangono inutilizzate e causano stagnazione; la distribuzione della ricchezza produce una catena di eventi economici e sociali benefici. Le popolazioni un tempo povere diventano potenziali clienti, mentre lo sfruttamento rapace delle risorse dei loro paesi beneficia pochi e crea conflitto, accentuato dalla globalizzazione selvaggia. La competizione come unico pilastro sul quale si regge il sistema, non funziona, perché per definizione comporta il conflitto e produce sempre, inevitabilmente, perdenti; la chiave di volta è invece la collaborazione. Il destino verso un mondo migliore è irreversibile. Ce lo insegna la storia, ce lo dice il progresso fatto nei secoli, sia pur con contraccolpi periodici lungo il percorso. A questi contraccolpi periodici, che nel limite temporale della nostra breve vita ci sembrano eterni, dobbiamo opporre l’ottimismo della ragione.

Fonte: Sinistra in Europa 

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