La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

martedì 3 maggio 2016

Abbiamo diritto alla città e ce lo prenderemo. Intervista a Tony Romano

Intervista a Tony Romano di The Next System Project
Quali sono le sfide sistemiche al controllo democratico ed equo dello spazio pubblico? Quale genere di mobilitazione popolare può costruire in direzione di alternative sistemiche che garantiscano il diritto umano all’alloggio? Per contribuire a rispondere a queste domande abbiamo parlato con Tony Romano, direttore organizzativo dell’Alleanza Right to the City. Segue la nostra conversazione.
Puoi parlarci un po’ dell’Alleanza Right to the City?
"Right to the City è un’alleanza nazionale di organizzazioni radicate in comunità di colore e della classe lavoratrice. Prima della creazione di Right to the City molti dei gruppi comunitari si sono rivolti per anni gli uni agli altri per sostegno, guida e studio. Stavano tutti tentando vigorosamente di costruire organizzazioni guidate dai residenti per combattere una carica di gentrificazioni e di trasferimenti forzati in massa. Insieme abbiamo cercato di assumere il controllo delle comunità e di realizzarne lo sviluppo senza trasferimenti. Quando abbiamo iniziato il nostro lavoro ci siamo rivolti a gruppi comunitari che sfidavano entità potenti in California, a Miami e in Virginia, tra cui Tenant Workers United [Lavoratori affittuari uniti], con la speranza di apprendere da loro, condividere idee, collegarsi e trovare modi per sostenere il lavoro reciproco. All’epoca avveniva al Miami Workers Center.
Con l’approfondirsi delle nostre relazioni e del nostro lavoro abbiamo avvertito la necessità di essere più decisi, strategici e collegati esplicitamente. Così abbiamo creato Right to the City, “uscendo allo scoperto” ufficialmente al Social Forum USA di Atlanta, Georgia. Eravamo allora 25 organizzazioni guidate da residenti in 10 città.
Sentivamo che “Right to the City” era necessaria come organizzazione e che era importante sintetizzarla nel nostro nome poiché coglieva un’ideologia in cui i nostri gruppi credevano profondamente e rappresentava l’obiettivo finale della nostra lotta: un vero diritto alla città per tutti gli abitanti della specifica città o paese, compreso il diritto di plasmare e progettare una città [mediante la politica] e il diritto di accedere a tutto il necessario per prosperare e raggiungere il nostro pieno potenziale, che si trattassi di case, terreni, assistenza sanitaria, arte, danza, musica, natura, eccetera. Anche se i nostri vari gruppi possono lavorare su temi particolari quali i diritti degli immigrati o la giustizia penale, noi comprendiamo che ciascuna delle nostre battaglie fa parte di una lotta più vasta per conquistare il diritto alla città. Condividiamo anche una teoria comune del cambiamento: crediamo che il cambiamento innovativo si verifichi dal basso, attraverso movimenti che sono costituiti da una quantità di persone e da diverse forme di organizzazione. Inoltre vediamo l’importanza che questi documenti divengano forti abbastanza da forzare concretamente le classi al potere a fare quello che non vogliono fare e a creare cambiamenti che servano i nostri interessi.
Una parte importante della nostra teoria del cambiamento, e l’abbiamo appresa osservando i movimenti nel tempo, è che se quelli colpiti maggiormente non sono alla guida del movimento, il movimento non realizzerà i profondi cambiamenti innovativi necessari. L’ho visto io stesso in battaglie sindacali in cui, ad esempio, un sindacato non era esplicitamente antirazzista. Aveva luogo il cambiamento, ma quello creato non affrontava la supremazia bianca esistente. Così il cambiamento continuava con le pratiche razziste comprendenti i livelli dei salari, le classificazioni, eccetera. Penso che comprendiamo che le persone più colpite in questo paese e nel mondo sono le comunità di colore e quelle della classe lavoratrice. Devono essere alla guida e per essere alla guida devono essere fortemente organizzate. Right to the City sta svolgendo un ruolo nel contribuire a costruire il movimento per la giustizia sulle case e sui terreni. Il nostro interesse principale consiste nell’appoggiare i più colpiti dalla crisi degli alloggi affinchè si organizzino e sviluppino le proprie competenza, la propria consapevolezza e la propria capacità di svolgere un ruolo nel guidare un movimento più vasto."
Puoi dirci di più della traiettoria che ha portato Right to the City a lavorare sui problemi della casa?
"Molte delle organizzazioni che hanno contribuito a formare Right to the City e che hanno finito per concentrarsi sulle terre, la casa e la gentrificazione non sono state necessariamente avviate in quel modo. Ad esempio a Miami la nostra lotta è iniziata con la riforma del welfare nel 1999 quando il welfare era in corso di distruzione. Molto rapidamente i membri dell’organizzazione cominciarono a sollevare i problemi della casa e dei terreni, come il Programma HOPE VI Grant del Dipartimento USA dello Sviluppo Urbano e Residenziale. HOPE VI apparentemente “mirava a migliorare e a riconvertire l’edilizia residenziali pubblica” ma in realtà non consentiva ai residenti di contribuire a modellare o guidare la riconversione, li allontanava, abbatteva le loro case e ricostruiva una minuta percentuale di abitazioni pubbliche ugualmente accessibili. Se la comunità è distrutta e le persone sono allontanate, allora non c’è neppure un meccanismo per lottare. Si è privi di quelle reti centrali di sostegno, collegamento e affetti che devono unirsi. Così a Miami e in comunità di tutto il paese è cominciato il contrattacco e l’organizzazione per difendere le comunità e lottare per gli investimenti e lo sviluppo, ma alle condizioni dei residenti.
Le persone non hanno scelta. Hanno bisogno di un posto da affittare. Così affittano case della Blackstone. In alcuni casi quelle persone erano proprietari che erano stati pignorati e che non potevano permettersi di acquistare una nuova casa. Tuttavia pagano di affitto più di quanto pagavano per il mutuo. Naturalmente c’erano anche molti affittuari, affittuari storici, che stanno in quelle case e pagano dal 50 al 70% del loro reddito per l’alloggio.
Quando questo fenomeno è iniziato non lo capivamo. Abbiamo dovuto condurre un nostro studio che ha incluso due città dove siamo andati realmente porta a porta a intervistare gli inquilini della Blackstone. Da tali interviste sono stati prodotti rapporti che hanno contribuito ad assemblare quei dati e a dar loro un senso. I rapporti hanno coperto Atlanta, con dati e scritti di Occupy Our Homes Atlanta, e con l’aiuto dellaStrategic Alliance for a Just Economy [Alleanza strategica per un’economia giusta] (SAJE), Los Angeles e Riverside. Tali rapporti ci hanno aiutato a cogliere il senso di ciò che sta avvenendo sul campo e di come le comunità e gli affittuari sono colpiti. Abbiamo anche attinto alle risorse di alcuni nostri alleati come Desiree Fields che è ora professore in Inghilterra e si specializza in questa nuova industria. Desiree, lavorando con il nostro gruppo, ha scritto Rise of the Corporate Landlord per far luce su questo nuovo fenomeno che è sembrato seguire tutte le stesse pratiche che hanno creato l’ultima crisi.
Quello che abbiamo scoperto è stato non solo che società come la Blackstone stavano crescendo di dimensione ma che stavano anche realizzando enormi profitti grazie ai principi elementari della domanda e dell’offerta. Inoltre esse avevano creato concretamente nuovi strumenti finanziari per massimizzare i profitti a nuovi livelli. Mentre imparavamo al riguardo, ci siamo resi conto che stavano facendo qualcosa che era molto simile a quello che avevano saputo essere accaduto nella recente crisi dei pignoramenti in cui avevano assemblato mutui in obbligazioni garantite dagli stessi. Banche e investitori si affrettavano a fare altrettanti soldi, particolarmente prendendo di mira comunità di colore con mutui spazzatura. Ora qualcosa di simile sta avvenendo nel mercato degli affitti; stanno creando obbligazioni garantite dagli affitti, stanno assemblando queste obbligazioni e stanno invitando banche e speculatori a investire in tali titoli in tutto il mondo. Questo è stato per noi il momento del “Dio mio!”
I pagamenti degli affitti che fanno parte di un titolo garantito dagli affitti sono divisi tra investitori di tutto il mondo che sono ciascuno molto interessati a quanto guadagneranno. Se gli investitori vogliono maggiori utili dal loro investimento, allora daranno il via a una catena di eventi che porrà pressioni a una società come la Blackstone per creare maggiori profitti. Questo può portare a minori manutenzioni e riparazioni, spese maggiori e aumenti degli affitti. Infatti lo abbiamo visto succedere e, così, abbiamo ritenuto critico per i colpiti organizzarsi e unirsi per una comprensione condivisa della situazione e per cominciare a lottare per i loro diritti. Perciò abbiamo cominciato ad aiutare gli inquilini della Blackstone a organizzarsi. La nostra sfida maggiore consiste nel costruire un’organizzazione di dimensioni sufficienti a guadagnare influenza su una delle maggiori società d’investimento del mondo in attività non quotate. Abbiamo pensato: “Accidenti! Non solo dobbiamo organizzare gli affittuari di Atlanta, ma dobbiamo organizzare gli affittuari della Blackstone in tutte le città degli Stati Uniti. E poi, a un certo punto, gli affittuari della Blackstone in tutto il mondo.” Era una novità per noi!
Nel 2015 abbiamo avuto l’opportunità di far parte di una delegazione che si è recata in Spagna per imparare dal movimento per la giustizia sulla casa guidato in quel paese dalla Plataforma de Afectados por la Hipoteca (PAH). Quello è stato per noi l’inizio non solo di imparare riguardo al loro modello di organizzazione ma anche di collegarci su campagne concrete. La Blackstone sta facendo in Spagna cose simili ma basate sul contesto spagnolo. Perciò abbiamo adesso creato un comitato internazionale Blackstone di organizzatori, organizzazioni e affittuari di diversi paesi. L’anno scorso, il 14 ottobre, per la prima volta nella storia, abbiamo organizzato una Giornata Internazionale d’Azione contro la Blackstone. Abbiamo avuto inquilini, organizzatori e attivisti in quaranta città e cinque paesi impegnati in azioni contro la Blackstone. In ciascun luogo gruppi hanno consegnato alla Blackstone una lettera che articolava le nostre sette richieste comuni.
La PAH ha sviluppato un potente approccio di base per affrontare la crisi degli alloggi in Spagna che, con l’elezione di Ada Colau a sindaco di Barcellona, ha cominciato a tradursi in potere politico.
Il quartier generale internazionale della Blackstone è a New York. Così abbiamo avuto un vasto numero di organizzazioni e di persone a New York a disturbare l’attività nel loro quartier generale di Manhattan e a consegnare la lettera delle richieste. Contemporaneamente abbiamo anche condotto ricerche per scoprire se c’erano norme che disciplinavano i titoli garantiti da affitti. Abbiamo appreso che non ce n’era assolutamente nessuna e che tutte le norme sviluppate in rapporto con la crisi dei pignoramenti si riferivano solo ai mutui per la casa e non si applicavano a questa nuova industria, l’istituzionalizzazione del mercato degli affitti delle famiglie singole. Così tutte le leggi che regolavano i titoli legati alla casa erano strettamente limitate ai mutui ipotecari.
Quando abbiamo avvicinato alcuni dei nostri e delle nostre rappresentati al Congresso, quelli solidali (come Maxine Waters e Mark Takano) hanno voluto unirsi a noi, battersi per norme e tenere forum cittadini per discutere di questi temi. Hanno esaminato le raccomandazioni politiche del nostro rapporto, Rise of the Corporate Landlord, e cercato di portare tali politiche a Washington, D.C. Alla fine non sono riusciti nemmeno a ottenere un’audizione ufficiale alla Camera sul problema a causa dell’ambiente di parte."
Spesso vediamo che della gentrificazione si parla in un quadro ristretto e che c’è anche un mucchio di dibattito tra studiosi, alcuni dei quali suggeriscono che la gentrificazione o non sta avendo luogo oppure non è un male. Come definisci la gentrificazione? In che modo si può inquadrare il discorso sulla gentrificazione per respingere l’idea che la gentrificazione è accettabile?
"Abbiamo dedicato molto tempo a cercar di capire la gentrificazione. Per molto tempo i nostri gruppi hanno parlato della gentrificazione e nessuno nemmeno capiva il termine. Ora tutti ne parlano, il che è un passo avanti, ma non significa che tutti abbiamo la stessa comprensione. Per noi, fondamentalmente, la gentrificazione riguarda i processi mossi dal profitto capitalista che dettano l’uso dei terreni e lo sviluppo. La supremazia bianca è profondamente intrecciata in tale processo, il che significa che non è un caso che siano prese di mira e colpite più duramente le comunità di colore. La gentrificazione è anche una questione di approfittare dell’assenza di controllo della comunità e di rimuovere ulteriormente il controllo della comunità consentendo alle società, ai fondi di investimento in attività non quotate, ai fondi speculativi e ad altri speculatori in cerca della massimizzazione dei profitti di piazzarsi a guidare il processo. Così i bisogni umani e gli interessi della comunità non sono sul tavolo salvo che nel caso in cui la comunità si batta con le unghie e con i denti e costringa gli speculatori e i gentrificatori ad affrontarla al fine di ottenere concessioni. E’ questa la nostra visione della gentrificazione.
Ora la dimensione del capitale che entra nelle città è sempre più vasta. E’ nazionale e internazionale e nuovi strumenti finanziari sono continuamente sviluppati per trovare altri modi per ricavare profitti e attirare investitori, spesso internazionali, che sono sempre più distanti dalla comunità locale. Questo crea un livello di influenza e di pressione mai visto anche se, fondamentalmente la gentrificazione è ancora la stessa cosa. Tuttavia la gentrificazione è mutata per il fatto che è divenuto più arduo per le comunità avere il controllo di sé stesse."
Per quanto riguarda l’uso delle aree, le case e la gentrificazione, quali meccanismi promettenti o potenziali vedi intorno ai quali le persone si organizzano o guadagnano slancio tra i difensori della comunità?
"La campagna Homes for All [Case per tutti] ha tre cantieri di attività. Uno è quelli dei diritti degli affittuari, in cui gruppi si stanno battendo per miglioramenti immediati delle condizioni delle persone mediante l’approvazione di ordinanze sui diritti degli affittuari a livello cittadino, regionale o statale, come il controllo degli affitti, gli sfratti per giusta causa e la Carta dei Diritti degli affittuari. Questo cantiere include anche gruppi che stanno combattendo un proprietario dopo l’altro. Stanno creando sindacati di affittuari tra coloro che vivono sotto una grande società proprietaria e lottano per conquistare un accordo che garantisca affitti equi, aumenti limitati degli stessi e giusta causa negli sfratti. Il secondo cantiere di lavoro si concentra sul controllo comunitario con una speciale attenzione alle fiduciarie fondiarie comunitarie [CLT] che consideriamo un meccanismo potenziale per un vero controllo comunitario. Il terzo cantiere è lo sviluppo senza allontanamento. Qui gruppi in tutto il paese stanno lottando in una o più comunità alle prese con grandi progetti di gentrificazione. Lottano per assicurare che residenti di lungo corso, spesso persone di colore a basso reddito, possano restare nella comunità e contribuire a plasmare la riconversione e alla fine a trarne beneficio.
In sostanza penso che comprendiamo sempre di più che se non abbiamo il controllo sulle aree e sulle case, qualsiasi conquista otteniamo, qualsiasi progresso compiamo sarebbero immediatamente aggrediti e minati.
Il controllo del canone di locazione, conquistato e sostenuto da un movimento un tempo potente negli anni ’70, è un esempio perfetto. Più di 200 città hanno conquistato il controllo del canone in tale periodo. Con ogni giorno che passava il movimento si è indebolito e l’opposizione ha continuato a scalpellare ed erodere il controllo del canone eliminandolo completamente in alcune città, come Boston, e indebolendolo gravemente in altre. Il controllo del canone è oggi una delle nostre lotte più importanti che, se la vinceremo, può ridurre immediatamente la sofferenza di centinaia di migliaia, e persino milioni, di persone mantenendo accessibili gli affitti, impedendo gli sfratti basati sugli aumenti del canone e consentendo alle famiglie, dopo aver pagato l’affitto, di disporre di denaro residuo per cibo, assistenza sanitaria, corsi di danza e altre necessità. Detto questo, il controllo del canone non significa un controllo comunitario completo; stabilizza, ma con le aree e le case di proprietà di società ci sono tentativi e pressioni costanti per minare e cancellare il controllo del canone. La proprietà collettiva dei terreni, come la otteniamo con le CLT, è un livello di controllo qualitativamente diverso.
Con il programma HOPE VI che distruggeva uno sviluppo residenziale pubblico dopo l’altro, a un certo livello le persone pensavano teoricamente “Pubblico. Deve trattarsi di qualcosa di controllato dal pubblico”. Siamo arrivati a capire che l’edilizia residenziale pubblica chiaramente non significava controllo da parte della comunità. Piuttosto, l’edilizia residenziale pubblica era controllata dal governo in modo tale che il settore privato e il capitale privato potevano avere ancora un’enorme influenza. Dunque il controllo governativo non è il nostro obiettivo finale.
Per quanto riguarda i diritti degli affittuari il nostro obiettivo finale consisterebbe nel mettere fuorilegge la speculazione in modo tale che nessuno paghi più del 30% del proprio reddito per l’alloggio (uno standard riconosciuto internazionalmente come canone equo). Inoltre se il proprio reddito è inferiore a un certo importo non si dovrebbe pagare nulla per la casa. Inoltre il controllo deve essere di coloro che vivono nell’area e nelle case. E’ molto semplice. Mentre stiamo costruendo la forza necessaria per conseguire questi obiettivi di lungo termine dobbiamo lavorare nel breve e medio termine per creare tutte le restrizioni e i divieti possibili contro la speculazione e i capitalisti e creare quante più possibili CLT e aree controllate dalla comunità.
Nel rapporto Rise of the Corporate Landlord abbiamo detto: “Guardate, voi siete una società proprietaria di case; dovreste essere tenuta a rispondere di quello che fate. Non dovreste avere diritti illimitati semplicemente a massimizzare profitti”. Se siete la Blackstone, se comprate e siete proprietaria di più di un numero X di unità nella nostra città, diciamo 10 unità, allora siete responsabile di mantenere un certo numero di unità per l’alloggio accessibile per persone che hanno un reddito da zero al 30% e da zero al 50% rispetto al Reddito Mediano dell’Area (AMI). A noi piace in effetti usare il reddito mediano del quartiere, dunque da zero al 50% del reddito mediano del quartiere. Riguardo alle altre unità, se applicherete il livello di mercato allora dovrebbe esserci il controllo del canone. Non dovreste poter addebitare qualsiasi cosa il mercato consenta. Dovrebbe esserci un limite.
Un motivo per cui siamo realmente attratti dal modello delle fiduciarie fondiarie comunitarie è che esso tende a integrare il più alto livello di democrazia che abbiamo mai visto, in cui le persone vivono effettivamente nell’area, vivono nella comunità e hanno un controllo collettivo sul terreno e sull’alloggio. Tuttavia, poiché il modello costituisce una minaccia per il capitale in quanto rimuove di fatto i terreni dal mercato, è un modello difficile da istituire. In essenza, dove è istituito lo è spesso su piccola scala. Comunque io penso che comprendiamo che tale lotta nel breve termine non affronta le necessità della maggioranza delle persone che ricorrerebbero all’affitto. Così abbiamo le strategie parallele nell’ambito dei diritti degli affittuari e dell’opera di sviluppo senza allontanamento che nel breve e medio termine hanno un impatto di scala più vasta.
Interpretiamo le CLT come qualcosa di più che l’abitazione. La Cooperation Jackson è un buon esempio di ciò. Sono concentrati sulla costituzione di una fiduciaria fondiaria comunitaria in un modo olistico, in cui controllano il terreno, le case, l’agricoltura urbana e la produzione di cibo per incoraggiare l’accesso a cibo economico e possono promuovere la crescita di cooperative di proprietà dei lavoratori. Questa è la strategia che stanno portando avanti. Lottano con la dimensione ma la Cooperation Jackson e numerosi altri partner di Homes for All hanno effettivamente acquisito terreni e cominciato a costruire abitazioni accessibili. A Boston la Chinese Progressive Association, mentre crea una CLT sta anche costruendo una coalizione più vasta per l’approvazione di una politica di Giusta Causa negli Sfratti come primo passo per il controllo del canone.
In questo video organizzatori della Cooperation Jackson parlano del loro lavoro per collegare la mobilitazione popolare alla costruzione di soluzioni sistemiche.
Nei primi tre anni della campagna Homes for All, dal 2013 a oggi, la concentrazione è stata sullo studio, la comprensione e poi lo sviluppo di una fiduciaria fondiaria comunitaria. Ci siamo rivolti all’esterno e abbiamo cercato di imparare da persone che lo hanno fatto in passato e hanno esperienza. Ci siamo anche collegati con la National Community Land Trust Network [rete nazionale delle fiduciarie fondiarie comunitarie](ora Grounded Solutions] ricevendone un inestimabile sostegno. Due dei nostri partner strategici, Burlington Associates e persone della Dudley Street Neighborhood Initiative condividono la nostra visione politica e sono radicati in comunità della classe lavoratrice e in comunità di colore che includono un considerevole numero di affittuari. Entrambi considerano le fiduciarie fondiarie comunitarie come parte di un più vasto movimento per la giustizia sulla casa e sui terreni e di una strategia di costruzione di forza.
Assieme alle fiduciarie fondiarie comunitarie stiamo pensando ad altri settori delle nostre vite, comprese le arene politiche, culturali, alimentari e del lavoro. Abbiamo in corso un vero tentativo di capire quali altre forme di entità possano essere controllate comunitariamente attraverso cooperative alimentari e operaie. A Baltimora con le cooperative di Red Emma e quelle operaie che ci insegnano molto."
Ultima domanda. Come costruiamo potere in comunità che sono più sparpagliate e suburbanizzate, ma anche accumuliamo esperienza sui temi della povertà, degli alloggi e dei terreni?
"Una cosa che è critico comprendere riguardo alla gentrificazione e allo sviluppo capitalista è che stanno verificandosi e che continueranno a farlo. Non accettiamo l’idea che questo sia limitato alle aree urbane e si concentri solo sull’allontanamento di persone di colore. La gentrificazione esiste e crescerà anche a includere comunità bianche, di classe media. Sappiamo che aree urbane, come il centro di Atlanta, sono ancora contese e che la lotta per difendere e rafforzare le comunità nere, latinoamericane e asiatiche esistenti è cruciale. Detto questo, dobbiamo capire che le periferie e le contee più in generale sono anch’esse importanti nella lotta, particolarmente mentre diventano sede di una maggioranza di persone di colore in alcuni luoghi. Le contee Cobb e Gwinnett in Georgia sono degli esempi. E’ qui che si sono trasferite molte delle persone di colore allontanate dall’area urbana.
Facciamo chiarezza anche sul fatto che le cittadine minori e le aree rurale non vanno esenti dalla crisi degli alloggi. Un numero sempre maggiore di piccole cittadine da Poughkeepsie, New York, a Bowling Green, Kentucky, a Santa Fe, New Mexico, avverte gli effetti dell’aumento degli affitti e degli allontanamenti. Non ci sorprende più che aderisca a Homes For All un numero sempre maggiore di gruppi comunitari e di persone singole di piccoli paesi e cittadine.
Possiamo già ora lottare per le fiduciarie fondiarie comunitarie nelle periferie. Possiamo anche lottare per condomini di appartamenti cooperativi per le comunità di colore là, con la proprietà e il controllo dei terreni. Possiamo lottare anche per modelli abitativi alternativi. Riforme scalabili, come il controllo del canone, non devono fermarsi ai confini delle città. Possono essere affrontate a livello sia di contea sia di stato. Storicamente i nostri gruppi sono stati radicati nel cuore delle città e sono stati profondamente urbani. Dobbiamo far evolvere il nostro modello affinché sia più flessibile per consentire che le persone si organizzino dovunque. Abbiamo tutti diritto alla città e dobbiamo lottare per conquistarlo."

Tony Romano, attualmente Direttore Organizzativo dell’alleanza nazionale Right to the City è un organizzatore da 22 anni. E’ un organizzatore sindacale veterano e co-fondatore del Miami Workers Center. E’ nativo della Georgia e ha cominciato a organizzare nel 1993 presso l’Amalgamated Clothing and Textile Workers e UNITE. Tony è stato istruito in politica e organizzazione da insegnante di inglese in Sudafrica durante la lotta contro l’apartheid. Ha diretto una grande campagna per i diritti civili e del lavoro contro la società Kmart a Greensboro, North Carolina ed è arrivato in Florida nel 1996 per unirsi a un tentativo di sindacalizzare i lavoratori dell’assistenza sanitaria domiciliare nell’area. Nel 1999 Tony ha co-fondato il Miami Workers Center. Ha guidato campagne che hanno impedito la demolizione di oltre 2.000 case accessibili e generato 17 milioni di dollari di fondi per la casa e l’assistenza all’infanzia per famiglie a basso reddito. E’ stato alla guida del gruppo di lavoro RTC Housing che ha agevolato un processo partecipativo di base che ha prodotto una ricerca nazionale, il rapporto We Call These Projects Home [Chiamiamo questi progetti casa nostra]. Nel 2011 Tony si è unito al personale di Right To The City come direttore organizzativo. E’ anche un papà.

Da ZNetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo
Traduzione di Giuseppe Volpe
Traduzione © 2016 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

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