mercoledì 4 maggio 2016

Così i Panama Papers potrebbero distruggere i paradisi fiscali

di Vittorio Malagutti 
Ha taciuto per quarant’anni, ma ora che ha deciso di parlare, JürgenMossack pare Che Guevara, un Che in doppiopetto gessato. «Non ci manderete di nuovo a raccogliere banane», ha tuonato nei giorni scorsi l’avvocato di Panama che per decenni ha custodito i tesori di ricchi e potenti. L’anima terzomondista di Mossack, figlio di un ufficiale nazista emigrato in Centroamerica, è stata svelata da un articolo del “Wall Street Journal”, che ha raccolto lo sfogo di un uomo investito da una gigantesca tempesta mediatica. Il socio di Ramon Fonseca, colpito da improvvisa e sgraditissima celebrità, ha dato voce ai timori di migliaia di suoi colleghi nel mondo.
I Panama Papers , la più grande fuga di notizie della storia della finanza, hanno per la prima volta dato sostanza, a suon di numeri e documenti, ai peggiori sospetti sui paradisi offshore.
E come diretta conseguenza, le élite politiche dell’Occidente sono state costrette a confrontarsi con l’emergenza globale dell’evasione fiscale, lo scandalo di un sistema che consente alla classe dei super ricchi, quell’1 per cento della popolazione mondiale che possiede più denaro e più risorse del restante 99 per cento, di nascondere i loro tesori intestandoli a società con sede in remoti atolli del Pacifico o in isolette caraibiche.
Studi legali come Mossack Fonseca portano acqua al grande mulino dell’evasione fiscale internazionale. Ma sono le banche, compresi i colossi internazionali, a dirigere e gestire il fiume di denaro che alimenta il business dei paradisi offshore. Secondo la denuncia della Ong britannica Oxfam, i forzieri dei pirati delle tasse nascondono qualcosa come 7.600 miliardi di dollari. Una somma colossale, pari al Pil della Germania e del Giappone messi insieme. Tutto denaro sottratto al welfare dei Paesi ricchi. A fare le spese di questa rapina globale, però, sono in primo luogo le popolazioni degli Stati più poveri dell’Africa e del Sudamerica, letteralmente depredati da una classe dirigente famelica, dedita al saccheggio delle risorse pubbliche.
Tutto è più chiaro, adesso. L’immenso archivio dei due avvocati panamensi, con oltre 11 milioni di documenti, è stato svelato al mondo da un’inchiesta dell’International consortium of investigative journalism (Icij). La banca dati, come “l’Espresso” ha raccontato nelle settimane scorse, contiene i nomi di oltre 200 mila società intestate a persone residenti in 200 Paesi del mondo. Tra queste, oltre a finanzieri, manager, imprenditori, e vip dello spettacolo e dello sport, troviamo 140 politici e uomini di Stato.
Difficile far finta di non vedere, questa volta. E infatti, da un capo all’altro del mondo, i Panama Papers hanno innescato reazioni di ogni sorta. «Una manovra della Cia», ha da principio liquidato l’argomento Vladimir Putin, per poi correggere il tiro in un secondo momento dichiarando che i documenti «sono veri, ma le conclusioni dell’inchiesta sbagliate». Resta il fatto che un amico intimo del presidente russo, il violoncellista Sergei Roldugin, viene tirato in ballo per operazioni che superano i 2 miliardi di dollari.
In Gran Bretagna il primo ministro David Cameron, coinvolto per via degli investimenti offshore del padre, ha faticato a respingere le critiche dell’opposizione laburista. Altrove però sono arrivate le dimissioni di esponenti di governo come il premier islandese David Gunnlaugsson e José Manuel Soria, titolare del ministero dell’Industria spagnolo. Negli Stati Uniti l’ombra dei Panama Papers si è allungata sulle primarie democratiche. Hillary Clinton è stata chiamata in causa perché in passato, insieme a suo marito Bill, l’ex presidente, ha ricevuto finanziamenti da imprenditori che compaiono negli archivi panamensi, come il magnate delle miniere Frank Giustra, un canadese.
In Italia diverse procure della Repubblica (Torino, Milano, Napoli), oltre all’Agenzia delle entrate, hanno chiesto di avere accesso all’archivio Mossack Fonseca per avviare indagini su eventuali reati, di natura fiscale o di altro tipo. Per rispondere all’emergenza si sono mosse anche organizzazioni internazionali come l’Ocse, che il 13 aprile ha riunito a Parigi gli sceriffi del fisco di 28 Paesi, tra cui l’Italia. L’obiettivo, a dir poco ambizioso, era quello di porre le basi di un’autorità fiscale sovranazionale, in grado eventualmente di coordinare indagini globali sulle tracce del denaro nero, frutto di evasione fiscale ma anche di riciclaggio dei proventi di attività criminali.
A dire il vero, già negli anni scorsi, i governi di molti Paesi hanno aumentato la pressione sui paradisi fiscali. La crisi finanziaria mondiale e le ristrettezze dei bilanci pubblici hanno costretto i politici a moltiplicare gli sforzi per rastrellare risorse supplementari. Così, in diversi Stati europei, sono state varate leggi che favoriscono il rientro in patria dei capitali esportati illegalmente all’estero. Dopo il condono tombale, e anonimo, degli scudi fiscali varati dai governi Berlusconi, l’Italia si è affidata alla cosiddetta Voluntary disclosure, che agevola il rimpatrio con uno sconto sulle multe, ma impone al contribuente di autodenunciarsi con nome e cognome. Oltre a fare ponti d’oro agli evasori pentiti, i governi hanno però aumentato gli sforzi anche sul fronte della repressione.
Lo stesso Cameron, ora azzoppato dalle rivelazioni dei documenti di Mossack Fonseca, nel 2014 aveva lanciato una campagna contro i buchi neri delle tasse. Germania e Francia sono andate all’attacco dei forzieri svizzeri con una determinazione senza precedenti. E Angela Merkel non ha esitato a usare l’arma degli informatori anonimi, e ben pagati, che hanno consegnato liste di clienti tedeschi degli istituti di credito elvetici. Anche i Panama Papers sono già da mesi a disposizione del fisco di Berlino. Un anno fa il gigantesco archivio era stato recapitato al quotidiano bavarese “Süddeutsche Zeitung”, che poi lo ha condiviso con le altre testate del consorzio Icij.
Nel frattempo gli Stati Uniti, grazie al programma Fatca (Foreign Account Tax Compliance Act), sono riusciti per la prima volta a violare alcuni santuari in passato inaccessibili, a cominciare dalle banche elvetiche. Il governo Usa non ha esitato ad arrestare i banchieri svizzeri sul suolo americano pur di costringere gli istituti di credito a collaborare con la giustizia. E nei giorni scorsi Barack Obama, appena esploso lo scandalo delle liste di Panama, ha lanciato un appello ad aumentare gli sforzi della comunità internazionale contro i paradisi offshore. Una dichiarazione a dir poco sorprendente, visto che all’interno degli Usa prosperano due oasi fiscali come il Delaware e il Nevada. Non solo. Gli Stati Uniti si sono sempre rifiutati di sottoscrivere gli accordi internazionali sullo scambio di informazioni tra Stati in materia di tasse. Proprio come Panama.

Fonte: L'Espresso online

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