di Augusto Illuminati
A che punto siamo con la battaglia referendaria? Lo scivolone "etrusco" sui partigiani è un incidente di percorso o rientra nello stile aggressivo della campagna di Renzi? Che immagine di Italia ha in mente? Renzi ha lanciato con grande anticipo la battaglia del referendum, per ricattare e compattare il suo partito e per sviare l’attenzione dai presumibili esiti infausti delle elezioni amministrative. Il Partito della Nazione, ovvero di Renzi, si identifica con l’Italia-che-dice-sì, edificante alternativa a parrucconi costituzionalisti, profeti di sventura, gufi e (chissà perché) odiatissimi “archeologi”. Grazie a una discutibile formulazione dei quesiti (del genere: preferisci la merendina o saltare la ricreazione?) e alla loro presentazione in blocco, prendere o lasciare, il SI è messo sul piatto come volontà di cambiamento, mentre il NO appare in automatico come pigrizia, volontà di conservazione, flaccida paura del nuovo.
Cambiamento e velocità del cambiamento ("essere più veloci vuol dire essere più giusti") diventano valori, senza stare troppo a specificare i contenuti e i modi – come se cambiare corsia e correre contromano sull’autostrada a 200 all’ora fosse un fatto positivo di per sé…
Cambiamento e velocità del cambiamento ("essere più veloci vuol dire essere più giusti") diventano valori, senza stare troppo a specificare i contenuti e i modi – come se cambiare corsia e correre contromano sull’autostrada a 200 all’ora fosse un fatto positivo di per sé…
Quanto più vaga e retorica è la proposta, tanto maggiore è l’accanimento con cui ogni critica o presa di distanza è respinta e dileggiata. Fino alle incredibili sortite della ministra Boschi sui partigiani veri e finti, che hanno suscitato una giusta indignazione e perfino una pelosa rettifica, ma di cui non si è colta l’assurdità intrinseca: ma di cosa sta parlando? Del contributo elettorale al SI dei partigiani veri, di quelli che hanno combattuto a vent’anni nel 1943-1945 e nel 2016 sono ben pochi e novantenni? A me la loquace sciocchina ricorda più che altro Berlusconi che voleva incontrare il padre dei fratelli Cervi nel 2011. Una scena surreale da cui traspare solo l’insofferenza per i valori della Resistenza e dei padri costituenti, trattati come moleste vittime di Banca Etruria.
La retorica, però, la vaghezza programmatica e gli insulti personali coprono al solito qualcosa di sgradevole, sono lubrificante per traumi. Cosa si intende per l’Italia-che-dice-sì? È un paese dove i giovani, tendenzialmente choosye bamboccioni, si riscattano accettando con riconoscenza “lavori umili” sottopagati che inclinano all’obbedienza e sbattendosi su ogni scena in qualità di imprenditori di se stessi con congruo esborso di contributi Inps e Iva. È un paese da cui fuggono laureati e migranti, dove cala l’attesa media di vita e crollano le nascite. È un paese dove dire SI significa rassegnarsi, credere a ogni promessa, lavorare aggratis in attesa di un posto precario. È un paese dove si arruolano per il SI perfino i morti illustri – ricordate Benjamin? Neppure i morti saranno al sicuro… Insomma, il paradiso degli allocchi e dei retaker, dei servi sciocchi e degli zelanti complici, dove tutti corrono in aiuto del vincitore: gli intrepidi oppositori interni del Pd e Verdini, l'Unità e Libero, Repubblica calabresizzata e la Rai normalizzata. Il Partito della Nazione, davvero, ma di che povera nazione!
Quale Costituzione per l’Italia che dice sì? Una Carta prolissa e sgangherata che ratifica i cambiamenti scombiccherati appellati “riforme”, in cui si è malamente incarnato un programma neo-liberale: prevalenza di logiche di mercato però supportate da un forte potere esecutivo che fa mercato contro il sociale e il comune, rottamazione dei “ceppi” democratici di controllo e contrappeso, retorica del nuovismo e dell’efficienza cui peraltro corrisponde un’economia ansimante e più stagnante della media europea.
Metà pasticciata presa d’atto, metà velleitario programma di completamento del nuovo assetto neo-liberale in itinere e già in declino, la riforma costituzionale ha due gravi difetti: l’inconcludenza ordinamentale (proprio riguardo al superamento del bicameralismo imperfetto e alla disposizione dei poteri) e il fatto che l‘adozione di una così corposa serie di modifiche pregiudica per un certo periodo il mettere mano effettivo al testo complessivo. Non dobbiamo infatti nasconderci che la Carta vigente in parte presenta segni di fisiologico invecchiamento (l’infosfera e i beni comuni non si possono dedurre solo per analogia), in parte ha subito di recente gravi deviazioni neo-liberali, come la sostanziale costituzionalizzazione del fiscal compact e del pareggio di bilancio. Per non parlare di magagne originarie, come l’art. 7 che recepisce i Patti lateranensi. Non si tratta dunque di difendere un testo a prescindere, ma solo di constatare che un NO laico e pragmatico evita peggioramenti e lascia aperto lo spazio a un vero processo costituente, tutto da impostarsi e non certo nel chiuso di una stanza.
Lo Zarathustra nietzschiano si lamentava di un Dio che si rappresentava in figura di asino paziente, il cui raglio I-A risuona come il SI tedesco, Ja: «Quale nascosta sapienza è quella di avere lunghe orecchie e di dir soltanto SI, e mai NO? Non ha forse creato il mondo a sua immagine, più stupido che fosse possibile?». Parlava del Dio cristiano o di Renzi?
Fonte: dinamopress.it

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