mercoledì 4 maggio 2016

Italia-Cina, sotto la divisa niente?

di Michelangelo Cocco 
Stanno facendo il giro del mondo le immagini dei quattro poliziotti cinesi che da ieri pattugliano assieme ai colleghi italiani il centro di Roma e di Milano per proteggere i turisti che dalla Repubblica popolare vengono ad ammirare capolavori d’arte e boutique d’alta moda (3 milioni nel 2015), spesso con contanti e monili ingenuamente in bellavista: che ghiotto boccone per la microcriminalità del belpaese!
A fare sensazione è il sottinteso sospetto nei confronti della jingcha (la polizia cinese, i cui agenti presteranno servizio in Italia fino al 13 maggio prossimo), in patria avvezza a non rispettare le regole democratiche, e la circostanza che l’Italia è il primo paese dell’Unione europea che acconsente a un simile scambio tra forze dell’ordine (anche Roma invierà a Pechino e Shanghai poliziotti e carabinieri, con gli stessi compiti).
In realtà, ciò che che si fa fatica a comprendere è l’utilità di questa collaborazione. La criminalità di strada meneghina e quella della capitale la conoscono senz’altro meglio le nostre forze dell’ordine rispetto ad agenti di un paese dove scippi e rapine sono relativamente rari, anche perché puniti in maniera per noi sproporzionata. Mentre i turisti cinesi in difficoltà potrebbero essere aiutati dai nostri uomini in divisa supportati da interpreti. Ma forse ciò costerebbe al contribuente italiano più delle trasferte della jingcha, e in un momento in cui “i nostri” sono costretti a risparmiare sull’utilizzo delle auto pattuglia…
Le uniformi della jingcha sono apparse davanti al Colosseo e sotto la bela Madunina tre giorni prima della visita nella capitale del ministro degli esteri di Pechino, Wang Yi, che dopo domani sarà impegnato in incontri bilaterali con l’esecutivo guidato da Matteo Renzi e la comunità imprenditoriale, tra i quali il Comitato governativo Italia-Cina e il Business forum Italia-Cina.
“Con quest’iniziativa dimostriamo ai cittadini italiani che il loro Stato sta unendo le forze con un grande paese, in un lavoro di squadra per garantire la sicurezza di tutti, inclusi i cittadini italiani e i turisti cinesi in Italia”, ha dichiarato all’agenzia di stampa Xinhua il ministro dell’interno Angelino Alfano.
Evidentemente all’avanguardia nella cooperazione bilaterale contro scippi e borseggi, l’Italia ha però accumulato un preoccupante ritardo nelle relazioni bilaterali che contano con Pechino, quelle politiche ed economiche. E si trova ora a gestire in condizione di grande debolezza un tornante che sindacati e imprenditori giudicano potenzialmente esiziale per il nostro settore manifatturiero, quello dell’eventuale concessione alla Cina dello status di “economia di mercato” da parte dell’Unione europea (Ue), chiamata a pronunciarsi sulla questione entro entro l’11 dicembre prossimo.
In un’Europa anche sotto questo aspetto sempre meno unita, negli ultimi anni i grandi paesi hanno elevato le loro relazioni bilaterali con la Cina a livelli inimmaginabili fino a poco tempo fa. In particolare la Germania (primo paese manifatturiero del Continente, subito prima dell’Italia) ha sviluppato con la Repubblica popolare un rapporto quasi “simbiotico”, ed è l’unico Stato al mondo in cui l’intero governo si riunisce regolarmente con l’esecutivo, altrettanto al completo, di Pechino. Sotto la spinta del ministro delle finanze George Osborne, anche il governo britannico del premier conservatore David Cameron ha recentemente portato la sua cooperazione con la seconda economia del Pianeta a un livello inedito. E la Francia non è stata a guardare.
Facendo leva sui loro rispettivi punti di forza (finanza britannica, manifatturiero tedesco, e così via) i governanti di questi paesi europei hanno deciso di giocare un ruolo all’interno di una svolta epocale come l’attuale transizione economica e sociale della Cina.
E l’Italia?
Nel 2015 l’interscambio Italia-Cina (38,6 miliardi di euro) è aumentato dell’8,5%, ma resta fortemente sbilanciato in favore della Repubblica popolare, il cui export l’anno scorso è stato pari a 28,2 miliardi di euro, contro i 10,4 miliardi di esportazioni italiane nel gigante asiatico.
Il Sole 24 Ore, il quotidiano di Confindustria, in questi giorni si augura “un nuovo inizio” nelle relazioni tra Italia e Cina, dove – nonostante la frenata del prodotto interno lordo – restano “molte opportunità per il made in Italy”.
“Fare sistema”: da tempo sentiamo ripetere questo slogan, con il quale imprenditori e opinionisti indicano la necessità di avere con la Cina un rapporto dal quale aziende e lavoratori italiani possano trarre maggiori benefici di quelli, ad esempio, che arriveranno dopo l’acquisto di Pirelli da parte di ChemChina, un’operazione che ha convogliato 7,1 dei 7,5 miliardi investiti dalla Cina l’anno scorso nel nostro paese.
Più che “fare sistema”, bisognerebbe iniziare a “fare politica”, perché è chiaro che è dalle strategie e dalle scelte dei nostri governanti (in ambito bilaterale e in seno alle istituzioni dell’Ue) che dipende il nostro rapporto con il paese che sempre più rapidamente si avvia a svolgere un ruolo da protagonista sullo scenario internazionale.
L’esito del Comitato governativo Italia-Cina di giovedì prossimo potrà fornirci qualche prima indicazione: siamo di fronte a “un nuovo inizio” o abbiamo assistito a “sotto la divisa niente”?

Fonte: cinaforum.net 

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