La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

martedì 10 maggio 2016

La sinistra mette tristezza?

di Chiara Del Corona 
Qual è il rapporto tra potere e comunicazione? Ne hanno discusso sabato 16 aprile presso il Circolo Arci di San Niccolò, Dmitrij Palagi (segretario PRC Firenze), Elisa Battistini, giornalista e critica cinematografica, Sara Nocentini, già assessora alla Cultura della Regione Toscana, Valentina Bazzarin, ricercatrice di scienze politiche presso l’Università di Bologna e Leonardo Croatto (FLC-CGIL Firenze) durante l’iniziativa dal titolo “La sinistra mette tristezza?”, ripreso da una citazione di Stefano Benni.
Palagi che coordinava l’iniziativa ha esordito con una approfondita relazione (che purtroppo non sono in grado di riportare in tutti i suoi interessanti dettagli), ricca di citazioni e di spunti di riflessione.
L’iniziativa è nata dall’interesse per le questioni, appunto, di comunicazione e potere e per il rapporto che le lega. Non si può infatti pensare di poter affrontare le dinamiche e le strutture del presente senza avere in mente l’evoluzione dei mezzi di comunicazione (dalle prime forme di retorica e di rappresentazione teatrale, all’avvento della radio, del cinema, della televisione fino ad arrivare a internet e all’ultima tecnologia dei giorni nostri), concentrandosi invece esclusivamente sull’elemento di novità, molto accentuato anche nelle campagne elettorali (soprattutto del Pd). 
La sinistra è oggi associata a qualcosa di nostalgico, come se non fosse più valida per le categorie della realtà attuale. Lo spirito è un po’questo: “come era bella la sinistra di anni fa, ma oggi non è più valida” né capace di dare una lettura della realtà che non risulti anacronistica, né di agire più efficacemente su di essa. Ad esempio, si può ancora parlare di categorie di classe? Se posso permettermi di aggiungere una digressione, già Pasolini parlava di interclassismo che è andato a sostituire le classi, omologandole in un calderone anonimo in cui ogni membro di una determinata classe non si distingue più dai membri di un’altra: “gli uomini sono sempre stati conformisti e il più possibile uguali l’uno all’altro, ma secondo la loro classe sociale […]. Oggi invece gli uomini sono conformisti e tutti uguali uno all’altro secondo un codice interclassista […] almeno potenzialmente, nell’ansiosa volontà di conformarsi”1. Questo è accaduto, secondo lo scrittore, perché “un nuovo potere violento e totalitario”2 basato su un’ideologia edonistica e del consumo più selvaggio e su un bombardamento, anch’esso ideologico, televisivo che “ha manipolato e radicalmente (antropologicamente) mutato le grandi masse contadine e operaie italiane [entrando] nel più profondo delle coscienze. Dunque, sotto le scelte coscienti, c’è una scelta coatta, «ormai comune a tutti gli italiani»: la quale ultima non può che deformare le prime”3.
E ancora, ha senso parlare di lotta di classe? È ancora valida la lettura dei rapporti economici come metro di lettura della realtà? Sono tutte questioni che la sinistra deve porsi in maniera serie e il più possibile adeguata al contesto attuale e ai mutamenti di questo contesto. L’immagine che oggi può evocare la sinistra, continua Palagi, è un po’quella di Tafazzi, il personaggio interpretato da Giovanni Poretti (componente del trio Aldo,Giovanni e Giacomo), la cui caratteristica è il masochismo iperbolico: Tafazzi infatti in calzamaglia nera, saltella colpendosi l’inguine con una bottiglia di plastica e traendo evidentemente piacere da tale “auto-tortura”. Al contempo può anche venire alla mente una battuta tratta da una scena (ambientata in piscina) de “Il caimano” di Nanni Moretti in cui un tedesco parla dell’”Italietta” berlusconiana e addita gli italiani come ridicoli: “siete così buffi […] siete un popolo a metà tra orrore e folklore […] siete proprio abituati alle vostre schifezze, ogni volta che si pensa che abbiate toccato il fondo, siete ancora lì a scavare, a scavare...”.
Il titolo, come dicevamo, è tratto da un’intervista del ’96, fatta a Stefano Benni da Curzio Maltese per Repubblica. A un certo punto Benni alla domanda dell’interlocutore usa proprio queste parole: “Sì, questa sinistra mi mette tristezza […]. Non capisco questa corsa al Grande Centro che poi è un centrino da tavola, con due o tre ideuzze ben apparecchiate. Non capisco questo mimetizzarsi da camaleonti dentro una politica che non si interessa più della polis, della comunità, ma solo della lotta per il denaro e per il potere. Tanto che bisognerebbe cambiarle il nome, invece di Politica che so, Lucratica, Imperiotica. Sono stufo di sentirli parlare soltanto di Borsa e cambi. Di vederli copiare l’avversario, alla rincorsa dell’immagine. Berlusconi veste i suoi da ginnasti dell’Ottocento e li porta alle Bermuda? D’Alema convoca i vip in convento. Dov’è la differenza?”alla domanda, immediata, su dove stia allora la differenza tra destra e sinistra, Benni rispondeva così: “Nella fatica di pensare, credevo almeno. Stare a sinistra ti costringe a farti venire qualche idea, ad avere immaginazione. La destra se l' è sempre cavata con quattro fesserie, Legge e Ordine, Dio patria e famiglia, un milione di posti di lavoro...". E la sinistra non vuole più faticare? "Né pensare. Diciamo che il Cavaliere ha perso, ma alcune sue idee, e non delle migliori, hanno penetrato profondamente le file nemiche". E quali sarebbero le idee berlusconiane vincenti a sinistra? "Tante. Il culto dell'immagine, la teledipendenza, la politica come marchio'. Sta ossessione del simbolo e del nome, che noia […]. Ma l' idea peggiore è questa del Paese-azienda, che ormai la sinistra ha abbracciato. Ciò che la politica divide, il bugdet unisce".
Queste considerazioni di Benni richiamano l’idea di una totale sovrapposizione tra politica e potere, tematica centrale anche in un film francese del 2013, “Il ministro- L’esercizio dello stato”, diretto da Pierre Schoeller e interpretato (magistralmente) da Olivier Gourmet (nella parte del ministro) e, tra gli altri, Michel Blanc, nella parte – fondamentale – del capo di Gabinetto. Il film inizia con una scena onirica, di un taglio surreale in totale contrapposizione al finissimo e quasi brutale realismo di tutto il resto del film: si vede una donna completamente nuda che si lascia inglobare (più che inghiottire) dalle fauci di un enorme coccodrillo. Una scena simile potrebbe immediatamente evocare un simbolismo fin troppo semplice: l’immagine del coccodrillo che “risucchia” la donna rappresenterebbe la voracità fagocitante del potere. In realtà non va cercata alcuna allegoria in questo sogno. La giovane donna è mera creatura del desiderio, non incarna nulla se non semplicemente se stessa, e nemmeno il coccodrillo va pensato come emblema di ambizione famelica così tante volte evocata al cinema. Il film è una rappresentazione neutra, quasi didascalica, iperrealistica delle dinamiche di potere, senza però gettare giudizi valoriali su coloro che incarnano questo potere. Per un’ora e mezza di film ci dimentichiamo tutta la questione di destra e sinistra, e guardiamo il potere nelle sue dinamiche, nelle sue facce molteplici, nei suoi giochi di compromesso, nelle sue strategie, nei suoi rituali, nelle sue mosse. Semmai, ciò che emerge in questa quasi asettica messa in scena del potere in se stesso e per se stesso, è al contempo, l’impotenza del ministro, che come quasi tutti gli altri, diventa pedina di un gioco che non è lui a guidare né a gestire. Sono tutti personaggi che sì, incarnano il potere, ma sono agiti da esso. Più che esercitare il potere è il potere che si esercita su di loro, tanto che il genitivo del titolo potrebbe essere un genitivo sia soggettivo che oggettivo: l’esercizio dello Stato nel senso che lo Stato è il soggetto di questo esercizio e l’esercizio che ha come oggetto lo Stato, inteso come potere più che come Stato in senso tradizionale. Nel film la classe politica risulta rassegnata a una semi-impotenza. Quasi sembra che in alcuni momenti essa (o comunque alcuni suoi rappresentanti) voglia fuggire dall’esercizio del potere, dall’esercizio dello Stato che è qualcosa d quasi trascendente, che oltrepassa i suoi stessi rappresentanti, i quali ne fanno parte, lo esprimono ma non lo controllano. Sono come agiti da dinamiche, meccanismi, strategie di una macchina oliata alla perfezione, che funziona quasi da sola, indipendentemente dalle singole individualità di chi la incarna di volta in volta. Ministri, segretari etc. sono appunto solo la faccia di questa macchina, di questo potere, di questo gioco che se da una parte fornisce adrenalina, dall’altra scollega l’individuo da se stesso, risucchiato dentro velocità e ritmi innaturali, velocità delle risposte che esso è portato a dare, nell’immediato, a qualsiasi stimolo riceva dall’esterno.
Altra tematica del film, che si intreccia visceralmente al tema del potere (e alla sua rappresentazione, in questo caso cinematografica ma che appunto risulta perfettamente realistica e convincente), è quella dello storytelling, nel senso di narrazione politica, che in Francia è al centro del dibattito attuale. In generale però il rapporto tra potere e narrazione (o appunto, tra potere e storytelling) non è molto affrontato a livello di dibattito politico, mentre è tenuto ben presente negli ambienti accademici o pubblicistici. Forse la mancanza di tale tematica nell’ambito del confronto e della riflessione politica deriva anche da una sorta di pregiudizio legato alla comunicazione: al popolo puoi chiedere solo il voto, non deve esserci altro tipo di comunicazione, se non appunto quella strategica che mira al consenso elettorale.
Interessante a proposito di questa relazione tra potere e narrazione, il contrasto di vedute tra Christian Salmon e Wu Ming. Uno dei libri del primo, intitolato per l’appunto “Storytelling. La fabbrica delle storie” (del 2008) ha riscontrato accese critiche da parte dei secondi che lo hanno denigrato in maniera piuttosto pesante. Secondo Salmon l’“arte di raccontare” è stata fondamentale strumento per la costruzione e la condivisione di valori sociali e di idee, ma a partire dagli anni ’90 del Novecento questa capacità narrativa è stata fortemente modificata e snaturata dai meccanismi dell’industria dei media e del capitalismo globale condensandosi nel concetto di storytelling. Quest’ultimo è considerato dall’autore come una pericolosa arma di persuasione e convincimento delle masse detenuta dai rappresentanti dei sistemi di marketing, management e di comunicazione politica, funzionale a plasmare le coscienze dei cittadini, ridotti a meri consumatori. Secondo Salmon è avvenuto cioè un totale svuotamento dei poteri rappresentativi, degli organismi istituzionali, degli organismi di Stato, manovrati dalle strategie comunicative di marketing e di ricerca del consenso. Dietro le maggiori campagne sia pubblicitarie che elettorali si nascondono e strisciano operando in assordante silenzio (si sa che ci sono ma non si vedono), le più sofisticate strategie di storytelling, che non è più, nell’ottica di Salmon un’“arte del narrare”, ma una strategia del sistema capitalistico per irretire, prender con l’inganno, persuadere. Secondo i Wu Ming “Salmon descriveva un grande e maligno complotto finalizzato a imporre un Nuovo Ordine Narrativo (NON) per mezzo di un’arma di distrazione di massa chiamata – appunto –storytelling. In inglese il vocabolo non designa altro che l’atto basilare e primevo di raccontare storie, ma nella neolingua salmoniana si zavorrava di connotazioni sinistre: raccontare equivaleva tout court a ingannare, abbindolare, irretire, manipolare; le storie erano strumenti del dominio capitalistico in mano a pubblicitari e markettari; lo storytelling era il male”4. E ancora: “Lo scrittore francese Christian Salmon – nel suo saggio Storytelling […] – ha trovato un nome accattivante per questa febbre di racconto. L’ha chiamata nuovo ordine narrativo, evocando l’immagine di una macchina per plasmare le coscienze, catturare le emozioni, incitare al consumo. Una macchina che è diventata la struttura portante, il motore stesso del capitalismo”5. Ciò che i Wu Ming contestano in particolare di un’analisi di questo tipo è che da sempre la narrazione o l’immaginazione sono legate al potere, “da sempre”, essi dicono, riprendendo Paul Veyne che ribaltava lo slogan del sessantotto parigino, “l’immaginazione è al potere”. Da sempre il potere si è servito delle storie e della narrazione: “Anche il faraone aveva scribi e sacerdoti incaricati di cantarlo come Dio in persona. Anche nell’Antico Egitto si mescolavano le carte, confondendo religione, biografia, politica e mito. Martirologi, vite di santi, eziologie e genealogie hanno continuato a fare lo stesso lavoro per centinaia di anni. Benito Mussolini sosteneva che la cinematografia è l’arma più forte […]. Non c’è mai stata un’età del mondo in cui la comunicazione fosse sganciata dal racconto e dalle mitologie depositate nel linguaggio […], e non esiste un discorso logico-razionale puro”6.
Non è dunque sorprendente, sostengono Wu Ming, che il potere sa sempre si sia appoggiato e continui ad appoggiarsi a miti e racconti e da sempre ha bisogno di scenari mitologici e narrazioni. Noi stessi abbiamo bisogno di storie e narrazioni per capire la realtà e capire chi siamo. Nella prefazione a “Mitocrazia. Storytelling e immaginario di sinistra” di Yves Citton, Wu Ming 1 riprende questo concetto: “Mitocrazia non partecipa di quest’equivoco. È un libro spinoziano fino al midollo, quindi ha tutti gli anticorpi per non ammalarsi d’apocalisse e passioni tristi. Di più: Yves Citton prende – seppure amabilmente – per i fondelli l’approccio di Salmon e dei suoi epigoni […]”7. L’enfasi cade però anche o soprattutto sul sottotitolo del libro, in particolare sull’ “immaginario di sinistra”. Dando per scontato che viviamo in un momento storico in cui la comunicazione e l’immagine, soprattutto mediatica (immagini televisive, multimediali, digitali..), hanno egemonizzato lo spazio pubblico e invaso ogni dimensione sociale e politica del vivere, e ribadendo che il rapporto tra mito e politica è inestricabile (il mito diviene fondante della dimensione stessa del politico), secondo Wu Ming Citton “non si accontenta di denunciare, di gridare che il capitalismo ci rincretinisce raccontandoci storie seducenti, ma tiene sempre presente la dimensione «del fare»: come raccontare «da sinistra»? Come si svolge un racconto «di sinistra»? Cosa lo distingue dai racconti «di destra» che sentiamo ogni giorno?”8 Nella postfazione Enrico Manera scrive che “se da un lato è necessaria la critica di un modo di comunicare autoritario e ideologico, incantatorio e mitologico quale è la narrazione ‘di destra’, neoconservatrice e neoliberale, continua a mancare una narrazione nuova ed autentica che possa definirsi ‘di sinistra’ e che possa realizzare e attualizzare l’emancipazione e il riscatto per un’ampia comunità di soggetti, all’interno di un progetto di utopia”9. Si assiste forse a uno smarrimento della sinistra, che non ha saputo ricreare un certo immaginario. Più che mettere tristezza, bisognerebbe perciò dire che la sinistra si è un po’persa e trasmette essa stessa questo suo disorientamento. I comunisti bene o male sono stati i primi a immaginare, pensare, provare a costruire “l’idea di un altro mondo possibile al di là del muro”; la sinistra è stata la prima ad aver costruito una narrazione alternativa a quella del capitalismo, che oggi è diventata l’unica narrazione ritenuta valida e possibile, nonostante tutte le sue contraddizioni e le sue faglie, che sono venute drammaticamente a galla e che continuano a venir fuori, in maniera sempre più forte ed evidente. Oggi però questa capacità di costruire una narrazione alternativa ed efficace sembra esser venuta meno, insieme anche a una certa difficoltà nel saper leggere la realtà, lo stato di cose. Citando Marx e Engels dell’ “Ideologia tedesca”, “chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente”, ma per poter incidere sullo stato di cose presente bisogna prima capire quale sia e la sinistra sembra essersi smarrita dal punto di vista della comprensione e della lettura efficace dello stato presente di cose e quindi rimane come paralizzata perché poco capace di agire su di esso, di incidere su di esso.
La discussione continua e prende la parola la giornalista e critica cinematografica Elisa Battistini, che tra le altre cose ha scritto, insieme ad Anna Maria Pasetti, “Il volto del potere”, una lettura contestualizzata del (citato precedentemente) film “Il ministro – l’esercizio dello Stato” di Pierre Schoeller. Battistini dice che la pellicola racconta la quotidianità (concentrata in pochi giorni) di un Ministro dei Trasporti francese, Bertrand Saint-Jean. Quest’ultimo viene svegliato in piena notte dal suo Capo di Gabinetto perché c’è stato un terribile incidente: un pullman pieno di giovani studenti è precipitato in un burrone da una strada, completamente innevata, delle Ardenne. Il ministro ovviamente si deve recare sul posto e fare la prima dichiarazione di fronte alle reti televisive. Già quindi dall’esordio si percepisce come l’esercizio dello Stato richieda una prontezza immediata, esiga un’efficienza quasi meccanica, delle risposte rapide, ben calibrate, strategiche. Ogni cosa, ogni gesto, ogni parole, ogni decisione, ogni espressione devono funzionare a pennello, la macchina del potere non deve incepparsi. Tutto il succedersi del film è una messa in scena perfettamente realistica e pienamente convincente delle funzioni, dei meccanismi, degli strumenti, delle operazioni strategiche dello Stato e dell’esercizio di potere. Ma se da una parte il ministro è trascinato nelle dinamiche che lo portano a un’ascesa di carriera, dall’altra il conflitto con se stesso appare in maniera sempre più tesa e forte: il conflitto tra l’aspirazione a salire più in alto e il senso, quasi nostalgico o comunque amaro, di una normalità non più possibile, tagliata fuori per sempre.
Il ministro, pur pienamente inserito nei meccanismi di potere, avverte una cocente ma timida, forse repressa, frustrazione, un desiderio quasi struggente (perché impossibile da soddisfare) per la normalità, per la tranquillità, per la semplicità del vivere quotidiano, da persona normale, semplicità e serena e ordinaria quiete che a lui sono precluse. Il film mostra chiaramente come l’individuo che incarna un alto livello di potere debba rinunciare alla propria “umanità”, alla propria individualità, alla propria autonomia decisionale ed esistenziale. Il prezzo dell’esercizio dello Stato è il sacrificio di se stessi, è l’aborto della persona in quanto tale, la mutilazione del proprio essere autentico, la rinuncia alla normalità della vita. L’uomo perde la propria umanità così come perde l’umanità e la naturalezza della propria vita, diventando un meccanismo anch’esso; diventa un artificio, una funzione di quella macchina che lui stesso rappresenta (almeno in parte) e a cui deve abdicare, immolando ad essa non soltanto la propria vita, ma anche la propria individualità. I pochi barlumi di “ribellione”, o, diciamo, di far emergere una visione o un’idea alternativa (il ministro non vorrebbe privatizzare le ferrovie), vengono soffocati da un disegno che trascende la volontà personale del singolo. Singolo che a questo disegno, di cui fa funzionalmente e strumentalmente parte, deve sottostare, vi si deve perfettamente e indiscutibilmente inserire contribuendo a renderlo visibile. Bertrand è protagonista (o uno de protagonisti) ma anche strumento del potere, anzi, strumento nelle mani di un potere, che per quanto egli possa incarnare, sta oltre e sopra di lui. Ne è dentro ma soprattutto ne è sotto. Ne è avvolto, inglobato, manovrato. È la mano che rende visibile quel potere ma in realtà egli è, come tutti gli altri, una pedina di un gioco che va avanti, oltre e indipendentemente dai singoli individui che di volta in volta fungono da mani esecutrici di quello stesso potere. Un gioco che richiede una velocità di risposte, di azioni, di dichiarazioni, di interventi e di operazioni, che è antropologicamente innaturale, un gioco di stimolo-risposta immediata che detta il destino di un paese, o di una parte di esso. Non si può sbagliare. Bisogna essere sempre operativi,sempre lucidi, sempre pronti, sempre sull’attenti. Sempre veloci appunto. Bisogna essere “disumani”, quasi come dei robot. Non c’è neanche spazio per i rapporti umani. Anche in questo però Bertrand mostra la sua intima tensione, perché è sinceramente affezionato e legato (da stima e affetto) al suo capo gabinetto, persona lucidissima ed estremamente riflessiva, fondamentale, cui però dovrà rinunciare, quando Bertrand diverrà Ministro del Lavoro. Molti pezzi del gioco vengono sacrificati sull’altare della macchina del potere. Per avanzare e proseguire la scalata verso l’alto, bisogna pur perdere qualcosa.
Oggi la politica, dichiara Battistini, è innaturale per l’individuo, che non è costitutivamente tarato per la velocità dell’esercizio politico. L’individuo è scollegato rispetto a se stesso, fagocitato da una velocità che lo supera ma a cui deve adeguarsi, velocità che quindi si riversa anche negli aspetti quotidiani della sua esistenza: tutto deve essere organizzato secondo tempi strettissimi e ben precisi, scanditi da minuti sempre più limitati, da spazi di tempo risicati. Tutto diventa programmatico, condensato entro tempistiche ferree e spesso microscopiche, così che persino una serata di teatro (che comunque poi salterà) con la moglie diventa una questione di tempo a scadenza. Solo appunto quando un appuntamento (come il teatro con la moglie) salta, allora per un attimo il cuore comincia a riprendere il suo battito normale, l’affanno si placa, la tensione cala e il tempo si dilata, almeno per un po’. Solo nell’eccezione, nello straordinario rispetto al programma, rispetto alla scansione rigida di appuntamenti vari, rispetto alla velocità divorante dell’esercizio politico, il tempo riprende (seppur brevemente) il suo corso normale, e il ritmo decelera: per qualche ora l’uomo rallenta, torna un uomo (quasi) libero; per qualche ora ricomincia a vivere da essere umano. 
L’esercizio politico apre dunque a un problema intimamente individuale: non si è umanamente, naturalmente, strutturalmente portati a interagire con una massa di stimoli, di informazioni da recepire, gestire e trasmettere, da strategie quotidiane, 24 ore su 24, senza interruzione, senza neanche il tempo di fermarsi a respirare. La psiche del ministro non può e non deve spostarsi da quella che è la sua funzione: lui deve essere il ministro, quel ministro, con quelle specifiche funzioni, non può e non deve essere altro. La sua dunque diviene una funzione solamente reattiva e non più individuale, autonoma. Questo sganciamento da se stessi si riversa anche sul corpo: il ministro soffre di nausee, rigurgiti, tosse soffocante.
Lo Stato moderno sembra dunque essere hobbesianamente parlando il patto sociale degli individui, ben rappresentato dal frontespizio del “Leviatano”: un enorme uomo composto da tanti piccoli omini. La comunità e la politica, che dovrebbero proteggere e difendere gli individui sono venute meno per lasciare spazio all’individualità politica, al “grande mostro”, al grande Leviatano formato da quei piccoli omini che deve contenere per poter vivere ma che ha smesso di proteggere. E l’individuo politico è diventato un gioco, una gara con se stesso e con gli altri dentro un agire competitivo, all’ultimo sangue. Il cittadino non sembra essere più l’obiettivo della politica, tanto che infatti anche nel film, l’unico che lo incarna fa una bruttissima fine.
L’impotenza della politica, prosegue Battistini, risiede nel fatto che se è vero che il politico agisca inizialmente per una vaga pulsione politica, seguendo una certa passione politica e per la Politica (intesa in senso nobile), in nome di un ancorché pallido ideale politico, quando arriva ad alti livelli inizia a smarrire il contatto con questa idea originaria e comincia ad avvertire un’adrenalina sempre più forte, che diviene quasi patologica, ossessiva e ossessionante, quasi tossica. Quando si arriva a certi livelli di potere, entra in gioco qualcosa di animalesco ma al contempo di altamente sofisticato. Si avverte un’attrazione istintuale, una brama quasi animalesca appunto, per il potere inteso come partecipazione stessa al gioco adrenalinico del poter decidere, del poter pendere parte alla battaglia, del poter mettersi semplicemente in gioco appunto. Il ruolo del politico ha infatti molto a che fare con la dimensione del gioco, della competizione, della sfida, del partecipare, così come ha a che fare con la dimensione della fruibilità stessa della politica come esperienza personale, individuale. Il divertimento dell’esercizio della politica è anche collegato allo smacco, alla capacità o il piacere di poter interagire, di poter partecipare a una decisione. In realtà però, il politico è completamente potente ma anche completamente impotente: vi è solo l’illusione della decisione che motiva a “scendere in campo” (espressione di berlusconiana memoria!), a partecipare alla pratica o al gioco politici, ma di fatto il singolo individuo politico, per quanto incarnazione (alta) del potere, è anch’esso un mero meccanismo inserito in meccanismo più grande di lui, che lo trascende, lo oltrepassa, che in qualche modo lo domina. Quel che conta però è l’aspetto psicologico che spinge a praticare l’esercizio politico, a voler partecipare a quel gioco così attraente, illudendosi di decidere, di essere protagonisti o anche co-protagonisti.
Per quanto riguarda il rapporto tra politica e comunicazione, le due controparti si alimentano a vicenda in un circolo vizioso per i cittadini e virtuoso per entrambe: se da una parte il politico si lamenta di dover dare continue spiegazioni ai giornalisti, indotte da un sistema della comunicazione altrettanto veloce che impone di creare continuamente qualcosa, di comunicare continuamente qualcosa, dall’altra è proprio il giornalista che contribuisce alla visibilità e al mantenimento del potere del politico, che dovrebbe maggiormente preoccuparsi proprio nel momento in cui non viene più cercato per dare risposte e spiegazioni. Allo stesso tempo, parallelamente, il giornalista può anche infamare il politico ma è il suo argomento principale (o comunque uno dei principali), è la sua preda, il suo bottino, il suo “pezzo di pane”. Dunque le due categorie sono funzionali alla reciproca sopravvivenza; sono vicendevolmente innamorate l’una dell’altra anche quando in apparenza si detestano; sono conniventi nel non fare un solo passo per approfondire, per raccontare veramente la realtà. Entrambe giocano infatti sulla velocità delle notizie, sulla velocità delle risposte, delle dichiarazioni, degli slogan; giocano sulla velocità e sulla fugacità o precarietà dell’informazione, che luccica per un momento e poi si inabissa di nuovo nel buio come una stella cadente, per lasciare spazio a una “novità più nuova”. Quel che conta è l’immediato, la patina superficiale delle cose, e non il reale che soggiace sotto di esse. Il gioco fa comodo ad entrambe le parti, lo scavare a fondo probabilmente annienterebbe tutte e due. Ovviamente qui si parla in termini generali, tenendo sempre presente che ci sono degne eccezioni a tutto questo. Ma ciò che è importante comprendere è che politica e comunicazione oggi fanno parte di un sistema strutturatissimo che si alimenta della necessità che l’una ha dell’altra. Oggi molti prodotti editoriali sono veramente dei “prodotti”: si creano accordi, connivenze, sottili relazioni continuative che rendono il tutto molto magmatico, molto intricato. Questa analisi, però, tiene a sottolineare Battistini, non deve far pensare a una specie di “grande burattinaio”, a una sorta di “Volontà superiore” o sprema che ha creato un simile assetto; si tratta semmai di passaggi, di nodi di significato molto sottili, più o meno tacitamente operanti, che hanno portato a un’accelerazione della politica e della comunicazione. Velocità che ha sì snaturato l’uomo politico, ma di cui quest’ultimo rimane il braccio esecutore, pienamente inserito in questa stessa accelerazione quasi disumanizzante che incarna alla perfezione e che esso stesso mantiene in vita e fomenta. In che modo allora l’individuo (politico) può riferirsi a se stesso dentro una velocità così risucchiante, così fagocitante?
Nel film vediamo appunto un uomo di Stato che non viene giudicato per il suo lavoro in sé, ma nel suo continuo e persistente (quasi esasperante) dovere di dare delle risposte, di agire e reagire, di andare avanti sempre e comunque, a qualsiasi costo. Qual è allora il riflesso di se stesso? Qual è quel possibile riflesso che hai di te stesso e che condiziona quelle scelte che si fanno nella “res pubblica”, oltre che nella vita privata? Che percezione hai di te stesso? a queste domande il politico è chiamato a rispondere, lui che viene valutato anche per la percezione stessa che egli ha di sé.
Dopo alcuni interventi dal pubblico, la giornalista conclude affermando che siamo in una fase predatoria del mondo. Dalla fine dell’Unione Sovietica il mondo ha legittimato se stesso, con un sollievo incredibile, a essere predatorio,sentendosi appunto legittimato e perfettamente autorizzato ad esserlo, ad essere individualista e predatorio, senza scrupoli né sensi di colpa. Anche gli individui, i lavoratori, si sentono legittimati ad esser predatori, aggressivi e in competizione l’uno con l’altro. “Vita mea, mors tua” e questo non desta alcun problema, né a livello di comportamento, né a livello di coscienza. Siamo in una fase del mondo violenta, crudele, di sopraffazione del forte/potente sul debole, sull’inerme. Sicuramente da sempre vi è stata crudeltà nel mondo e tra gli individui. La legge del più forte non è certo nata oggi. Discriminazioni, oppressioni di popoli o individui, assoggettamenti, eliminazioni fisiche e psicologiche di pezzi di umanità considerata più debole o inferiore, ci sono purtroppo sempre stati. Oggi però si avverte proprio un senso di onnipotenza, di auto-legittimazione a sopraffare, a imporsi e a imporre, a commettere ingiustizie di ogni sorta sapendo scientemente di commetterle, ma sentendosi comunque autorizzati a farlo. Si è iniqui e si sa di esserlo, ma va benissimo così. Così deve essere e non può essere altrimenti, detta in termini categoricamente kantiani. Gli anni 2000 lo hanno dimostrato in maniera radicale. Il mondo fa schifo e si sente legittimato a fare schifo. Non sentiamo ribrezzo, non ci fa più schifo e non ci facciamo schifo per la nostra consapevole ma ritenuta legittima schifezza. La accettiamo come fosse nata naturalisticamente, come fosse una legge di natura, come fosse l’unica narrazione possibile. “Homo homini lupus” è la legge naturale che facciamo pienamente nostra per sentirci legittimati a incarnarla, a rappresentarla perfettamente, come non vi fosse alternativa, come non vi fosse rimedio a tale legge innata che fa dell’uomo un predone in competizione per la propria sopravvivenza con gli altri uomini, anch’essi tutti predoni. Siamo tutti selvaggi e selvaggiamente l’uno contro l’altro per schiacciarci a vicenda, o per schiacciare quello che di volta in volta viene bollato come il Nemico: “il nemico di tutti”, come Heller-Roazen denominava il pirata, che ha oggi però ceduto il posto a nemici creati ad hoc, come l’immigrato, il rom, il sindacato o quant’altro. La legge Treu del ’97 e il recente Jobs act, sono andati proprio in questa direzione: trasformare i lavoratori in una massa di selvaggi messi l’uno contro l’altro per la propria individuale “sopravvivenza” lavorativa. Sono disgregati e soprattutto in competizione, non formano più una “comunità”, una classe in cui l’uno proseguiva l’interesse non personale ma dell’intero gruppo di lavoratori. L’interesse del singolo era l’interesse di tutti. Erano un insieme, oggi sono l’uno contro l’altro, o una categoria di lavoratori contro una categoria diversa di altri lavoratori e il benessere diventa individuale o specifico della categoria di appartenenza. Non vi è più la percezione di essere tutti lavoratori, ma ognuno fa per sé, anche a costo di “far fuori” l’altro, pur sempre lavoratore. Non a caso il Movimento 5stelle si è perfettamente inserito in una situazione che non può che giocare a suo favore: esso, tendenzialmente di destra, è andato a coprire uno spazio lasciato vuoto, sgombro, grazie all’idea della lotta alla casta, e la sinistra – non governativa –, non è stata in grado di riportare alla luce temi che erano suoi. L’odio di classe è un buon punto di partenza, ad esempio, così come lo sarebbe l’odio e la lotta alle diseguaglianze (tra classi, tra generi, tra orientamenti sessuali, tra etnie etc.): sono tutti temi che la sinistra si è lasciata sfuggire dalle mani, e lasciandone molti in mano a un manipolo di incompetenti che prendono il 25% dell’elettorato e che comunque li sviliscono o li snaturano!
Siamo insomma in un’epoca in cui ci si sbrana, una fase sociale e politica che evoca l’immagine del “Mucchio selvaggio”. Siamo nel disfacimento del collettivo, della polis, della comunità, e i nostri figli saranno anch’essi sempre più in lotta tra di loro per l’accesso alle risorse, persino a quelle di base, per strapparsi a vicenda pezzi di servizi che ci stanno rubando, che stanno privatizzando. La sinistra deve rendersi conto di questo stato di cose presenti – e probabilmente future se non vengono bloccate per tempo; deve prendere atto di starsi muovendo in una società che diventerà sempre più sanguinaria, feroce, e deve pertanto smettere di raccontarsi di essere in un mondo che va verso un utopistico orizzonte di bontà. Un orizzonte migliore, più buono, più giusto, lo si può immaginare e costruire solo se si riesce a fare i conti con quella che è adesso la verità del presente, una verità crudele, che fa male, che è terribilmente sconfortante, ma che non deve esser nascosta o velata da inutili favole o illusioni rassicuranti che impediscono di incidere efficacemente nella contingenza per produrre un possibile, e sperabilmente reale, cambiamento.

1 P. P. Pasolini, Scritti Corsari, Garzanti Editore, Milano 2000, pp. 54-55.
2 Ivi, p. 58
3 Ivi, pp. 57-58
4 www.carmillaonline.com
5 Ibidem
6 Ibidem
7 www.wumingfoundation.com
8 Ibidem
9 Ibidem

Fonte: Il Becco

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