di Sergio Farris
Ottanta anni fa usciva la “Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta”, l’opera principale di J.M. Keynes. Con essa, l’autore si pose in aperto contrasto con la teoria economica dominante (che chiamava “classica”), ribaltandone gli assunti fondamentali.
Secondo la “Treasury view”, cioè il punto di vista del coevo Ministero del Tesoro britannico, qualunque politica che avesse disposto un aumento di spesa pubblica avrebbe condotto a una pari sottrazione di spesa al settore privato e perciò a nessun incremento reale del reddito complessivo. In base all’assunto che il sistema economico opererebbe in condizioni di piena occupazione, la spesa pubblica distrarrebbe immancabilmente gli investimenti privati.
La teoria di Keynes si basa invece, più realisticamente, sull’assunto che il sistema economico non opera normalmente in condizioni di piena occupazione, bensì in condizioni di sottoccupazione, per cui i governi non dovrebbero esitare ad impiegare lo strumento della spesa pubblica, anche in disavanzo, per aumentare l'occupazione. Keynes confutava così la teoria dell’equilibrio generale, secondo la quale i mercati, tramite le oscillazioni dei prezzi, conterrebbero degli efficaci meccanismi equilibratori. In particolare, secondo i “classici”, la flessibilità dei salari reali avrebbe sempre portato il sistema economico al pieno impiego del lavoro da parte delle imprese, agenti fra loro in condizioni di concorrenza perfetta. La popolazione disoccupata sarebbe tale unicamente perchè sceglierebbe volontariamente la sua condizione, non accettando il salario di equilibrio. Anche questo aspetto non sfuggiva agli strali critici di Keynes: rovesciando l’altro assunto fondamentale della teoria dominante, quello secondo cui la moneta sarebbe neutrale rispetto al sistema economico, Keynes perveniva alla conclusione che il tasso d'interesse (che si forma nel mercato monetario e non dipende dal volume del risparmio) e le aspettative di profitto degli imprenditori, influiscono sul livello degli investimenti, i quali, insieme ai consumi, danno luogo a un certo livello di reddito. Dal livello del reddito, o dalla domanda effettiva, dipende l'occupazione. Quest’ultima deriva quindi dall’andamento del mercato dei beni e non, come ritenuto sino ad allora, dal mercato del lavoro. Se la domanda di beni di consumo e di beni di investimento è insufficiente, cioè inadeguata rispetto all'assorbimento della disoccupazione, lo stato ha il dovere di intervenire iniettando spesa pubblica nel sistema, la quale avrà un effetto moltiplicativo sul reddito complessivo. La “Teoria generale” contiene a tal proposito un ulteriore argomento, peraltro pienamente attuale se rapportato all'odierno deludente corso della politica economica in Europa, la quale si affida alla sola politica monetaria: “inoltre sembra improbabile che l’influenza della politica bancaria sul saggio di interesse sarà sufficiente da sé sola a determinare un ritmo ottimo di investimento. Ritengo perciò che una socializzazione di una certa ampiezza dell’investimento si dimostrerà l’unico mezzo per consentire di avvicinarci all’occupazione piena”.
La teoria di Keynes si basa invece, più realisticamente, sull’assunto che il sistema economico non opera normalmente in condizioni di piena occupazione, bensì in condizioni di sottoccupazione, per cui i governi non dovrebbero esitare ad impiegare lo strumento della spesa pubblica, anche in disavanzo, per aumentare l'occupazione. Keynes confutava così la teoria dell’equilibrio generale, secondo la quale i mercati, tramite le oscillazioni dei prezzi, conterrebbero degli efficaci meccanismi equilibratori. In particolare, secondo i “classici”, la flessibilità dei salari reali avrebbe sempre portato il sistema economico al pieno impiego del lavoro da parte delle imprese, agenti fra loro in condizioni di concorrenza perfetta. La popolazione disoccupata sarebbe tale unicamente perchè sceglierebbe volontariamente la sua condizione, non accettando il salario di equilibrio. Anche questo aspetto non sfuggiva agli strali critici di Keynes: rovesciando l’altro assunto fondamentale della teoria dominante, quello secondo cui la moneta sarebbe neutrale rispetto al sistema economico, Keynes perveniva alla conclusione che il tasso d'interesse (che si forma nel mercato monetario e non dipende dal volume del risparmio) e le aspettative di profitto degli imprenditori, influiscono sul livello degli investimenti, i quali, insieme ai consumi, danno luogo a un certo livello di reddito. Dal livello del reddito, o dalla domanda effettiva, dipende l'occupazione. Quest’ultima deriva quindi dall’andamento del mercato dei beni e non, come ritenuto sino ad allora, dal mercato del lavoro. Se la domanda di beni di consumo e di beni di investimento è insufficiente, cioè inadeguata rispetto all'assorbimento della disoccupazione, lo stato ha il dovere di intervenire iniettando spesa pubblica nel sistema, la quale avrà un effetto moltiplicativo sul reddito complessivo. La “Teoria generale” contiene a tal proposito un ulteriore argomento, peraltro pienamente attuale se rapportato all'odierno deludente corso della politica economica in Europa, la quale si affida alla sola politica monetaria: “inoltre sembra improbabile che l’influenza della politica bancaria sul saggio di interesse sarà sufficiente da sé sola a determinare un ritmo ottimo di investimento. Ritengo perciò che una socializzazione di una certa ampiezza dell’investimento si dimostrerà l’unico mezzo per consentire di avvicinarci all’occupazione piena”.
In sintesi, punto cardinale dell’insegnamento di Keynes è stato la dimostrazione dell’inconsistenza della legge classica degli sbocchi (o di Say) in base alla quale l’offerta creerebbe sempre la propria domanda: le crisi economiche dipendono dal fatto che non tutto il risparmio presente nell’economia viene convertito in investimento (essendo, le relative decisioni, compiute da soggetti fra loro diversi) per cui avviene sovente che il livello del reddito lesinato ecceda il livello dell’investimento effettivamente realizzato dalle imprese. Non è il risparmio a generare l'investimento bensì è quest'ultimo a generare il risparmio. Secondo i predecessori neoclassici di Keynes, in particolare, sarebbe il tasso dell'interesse che si forma nel mercato a fare in modo che le imprese assorbano tutto il capitale (il risparmio). In realtà, dice Keynes, la flessibilità del tasso di interesse non è sufficiente ad assicurare che tutta l’offerta di risparmio sia assorbita dagli investimenti. Allora, se il risparmio è, almeno in parte, ridondante rispetto allo sviluppo ordinato del sistema economico, l'interesse non va concepito come il prezzo di un fattore essenziale alla sfera della produzione, ma va riconosciuto come una rendita. Anche questo aspetto, se relazionato al funzionamento del settore finanziario a noi contemporaneo, è più che mai attuale.
Ben presto gli interpreti di Keynes hanno cominciato a dividersi fra coloro i quali hanno considerato l'equilibrio di sottoccupazione la normale situazione di funzionamento dell'economia capitalistica e coloro i quali hanno ricondotto l'equilibrio di sottoccupazione a un caso speciale della più ampia “sintesi neoclassica”.
In particolare, per questi ultimi, un’azione della politica concentrata sulla rimozione delle rigidità presenti nei mercati dovrebbe ripristinare la funzionalità ottimale di questi. Eliminate le frizioni che impedirebbero ai mercati di dispiegare il libero gioco fra domanda e offerta, il sistema economico dovrebbe assicurare risultati ottimali ovvero convergere, nel lungo periodo, verso il suo equilibrio naturale.
Per un certo periodo, l'insegnamento dell'economista di Cambridge è comunque stato a sua volta la teoria prevalente.
Ma La crisi degli anni settanta (caratterizzata dalla fine degli accordi di “Bretton Woods”, perturbazioni nel mercato del petrolio e inflazione) ha contribuito al sopravvento del “monetarismo”, il cui orientamento, con la previsione di regole fisse di politica monetaria (una sorta di pilota automatico), è stato fatto proprio da banche centrali e governi. Raccomandando alle autorità monetarie e politiche di limitarsi al controllo dell'inflazione, è tornato in auge il concetto che i mercati sarebbero stabili e autosufficienti (questo orientamento, nonostante la grave crisi iniziata nel 2008, è tutt'oggi prevalente). E' così tornato alla ribalta anche il concetto in base al quale per ridurre il tasso di disoccupazione, che frattanto era tornata a crescere, bisognerebbe ridurre i salari, così che i soggetti al di fuori del mercato del lavoro vi rientrino. Si tratta di una delle cosiddette riforme strutturali, come oggi vengono denominate. Il “jobs act” del governo Renzi-Alfano, che prende appunto le mosse dalla teoria pre-keynesiana, ne è un esempio. In proposito, Keynes avrebbe fatto notare che una diminuzione dei salari per contrastare la disoccupazione non si traduce in un aumento degli investimenti e dell'occupazione, ma solo in un aumento dei profitti e delle rendite (queste ultime tramite la speculazione finanziaria). La riduzione dei salari ed eventualmente dei prezzi, infatti, provoca riduzioni della domanda aggregata anziché aumenti della stessa.
Keynes non è stato un intellettuale socialista. Nonostante molti aspetti della sua analisi siano accomunabili a quelli svolti da Marx, (ambedue intravedono una tendenza al calo del saggio di profitto e una tendenza di lungo periodo dei salari a restare costanti), la società capitalistica della prima metà del ‘900 era ormai, sotto certi rispetti, la società del “capitalismo maturo”. Le masse popolari vi avevano fatto irruzione e il movimento sindacale poteva ormai dispiegare la sua azione. Il livello salariale non era più, necessariamente, inchiodato al livello minimo di sussistenza. Il reddito crescente era in grado di generare una quota di risparmio che, come abbiamo visto, poteva restare incagliata e condurre a crisi da insufficienza della domanda complessiva. L'oggetto della riflessione e dell'opera di Keynes è stato quindi il funzionamento del sistema capitalistico così come esso si presentava ai suoi occhi. Se le sue raccomandazioni politiche sono state fatte proprie da movimenti di sinistra è stato perchè la teoria marginalista o “paradigma della scarsità”, che ha preceduto la “rivoluzione keynesiana” si presentava come aconflitttuale e socialmente neutra (ciascuno riceverebbe meccanicamente quanto merita).
Misure fiscali keynesiane che inducono la redistribuzione del reddito in favore dei meno abbienti, una politica monetaria indirizzata verso una graduale riduzione del tasso d'interesse fino alla cosiddetta “eutanasia dei percettori di rendita”, l'intervento dello stato nell'ambito dell'investimento sono, alla luce della “grande recessione” iniziata nel 2008 e delle modalità della sua gestione, prescrizioni quanto mai attuali.
E stato tuttavia sostenuto, a giustificazione della generale implementazione delle poltiche neoliberiste, che il modello keynesiano non funzionerebbe in un mondo globalizzato e caratterizzato da liberi movimenti dei flussi finanziari. Come evitare, ad esempio, che un sostegno alla domanda interna si traduca in un aumento delle importazioni e in un corrispondente disavanzo della bilancia commerciale? La risposta potrebbe essere proprio un ritorno della centralità dell'intervento pubblico che, da una parte, fungesse da regolatore del settore finanziario e, dall'altra, si riappropriasse degli strumenti di politica economica (monetaria, fiscale, di riequilibrio dei conti con l'estero) caduti nel'oblio. E' evidente che il mercato globalizzato non si comporta secondo le sue presunte regole dell’armonia, della certezza e dell’equilibrio, ma è agitato dal conflitto, dall’incertezza e dalla crisi. Intervenirvi il meno possibile è solo una scelta politica e ideologica.
Dimostrare, come ha fatto Keynes, i fallimenti del mercato e delineare il modo in cui esso realmente funziona, con l'evidente corollario delle ineguaglianze sociali (“i fallimenti più gravi della società economica in cui viviamo sono la sua incapacità di creare piena occupazione e la distribuzione dei redditi e della ricchezza arbitraria e iniqua” ), è stato e può essere tuttora utile alla causa della sinistra.

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