La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

domenica 8 maggio 2016

Rovesciare un mondo. Intervista a Frédéric Lordon

Intervista a Frédéric Lordon di Stathis Kouvelakis
Dopo un mese di occupazione il movimento francese Nuit Debout sta cominciando ad affrontare domande cruciali a proposito dei suoi obiettivi politici e di come fare progressi. Tra altri temi, i dibattiti si sono sviluppati sull’orizzontalità, su come allargare la base del movimento e sul suo rapporto con i sindacati costituiti. Sono in gioco sia il futuro della “legge El Khomri” – che cerca di indebolire pesantemente il codice del lavoro francese – sia il destino della sinistra del paese più in generale. In questa intervista, Stathis Kouvelakis parla con l’economista Frédéric Lordon delle origini e del futuro del movimento Nuit Debout.
 Nuit Debout è spesso presentato come un movimento senza capi, interamente spontaneo e orizzontale. Questa immagine corrisponde alla realtà? Più specificamente, quale ruolo hanno avuto collettivi come FakirConvergence des luttes nell’avviare il movimento?
"In dibattito recente che ho avuto con David Graeber che – nessuna sorpresa – era pieno di lodi per l’orizzontalità, gli ho detto che quelli che celebrano cose venute spontaneamente dal nulla hanno tutto in comune con quelli che credono nell’immacolata concezione. In verità nulla viene dal nulla; non è meno vero riguardo a Nuit Debout che riguardo a qualsiasi altra cosa.
All’inizio di Nuit Debout c’è stato un piccolo numero di persone che erano d’accordo che la situazione era meno deprimente di quanto sembrava, che c’era un mucchio di vertenze che avevano solo bisogno di una scintilla per esplodere e che il film di François Ruffin Merci Patron! poteva ben servire da catalizzatore. Poi c’era un numero leggermente maggiore di persone che si sono fatte carico, davvero decisivamente, di unire alle parole l’azione.
Poi è arrivata la proposta di legge El Khomri (la legge sul lavoro) il cui potenziale esplosivo è stato ancora più straordinario. E a quel punto ha preso forma lo slogan “Dopo la dimostrazione (31 marzo) non andremo a casa”. Ma se le persone dovevano star su tutta la notte era una cosa che non poteva semplicemente nascere dal nulla: avevamo bisogno di attrezzature audio, tende, roba da mangiare e bere, uno schermo per la proiezione non autorizzata “a sorpresa” di Merci Patron! a Place de la République, comunicazioni riguardo all’evento; cose che semplicemente non possono saltar fuori per opera dello Spirito Santo.
Invece sono arrivate grazie agli sforzi caparbi di una dozzina di persone, che erano effettivamente le persone del giornale Fakir e del collettivo Convergence des Luttes. Il lancio di Nuit Debout non avrebbe visto la luce – o quanto meno non sarebbe avvenuto come è stato – se non fosse stato per l’azione decisa di un collettivo molto piccolo ultramobilitato.
Poi il movimento ha preso il volo, in un modo che ci ha sorpresi e – occorre dirlo? – lasciato sopraffatti dalla gioia. Poi è mutato ed è entrato in una nuova fase della sua esistenza: assemblee generali quotidiane, comitati, inter-comitati, riunioni, eccetera. Per la maggior parte delle persone questo è un modello di orizzontalità.
Ma andrebbe anche detto – anche se a prima vista questo punto sembra essere di interesse teorico – che quando le persone chiedono puro orizzontalità e rifiutano ogni genere di verticalità (un’avversione che comprendiamo e, almeno in parte, anche condividiamo) rifiutano di vedere la verticalità all’opera persino quando ce l’hanno davanti agli occhi. E questo è il caso anche di Nuit Debout.
Persino l’assemblea generale, la presunta espressione suprema dell’orizzontalità, non combacia con il loro modello puro. Ha regole autoritarie – regole sui turni nel prendere la parola, regole sulla lunghezza degli interventi, regole sul linguaggio dei gesti, regole sul rispetto dei moderatori, eccetera – e il mero fatto che sono autoritarie, o più semplicemente il fatto che sono regole le rende manifestazioni di verticalità.
Ma questo è qualcosa di diverso dall’accogliere la classica idea di Rousseau che essere liberi, in politica, non significa vivere senza nessuna restrizione, bensì vivere secondo regole che abbiamo stabilito noi stessi? Cioè vivere secondo una verticalità che noi abbiamo scelto di istituire, nella forma che abbiamo scelto di darle.
Che cosa dovremmo ricavare da questa analisi? Che non c’è nulla di collettivo che non sia in qualche modo una combinazione e articolazione di orizzontale e verticale e che conseguentemente il dibattito sull’orizzontale contro il verticale è futile. Ciò su cui dobbiamo realmente riflettere è tale articolazione.
E non è possibile esagerare nel consigliare ai collettivi di guardarsi diritto in faccia il grado di verticalità che hanno, piuttosto che negarne l’esistenza. Poiché quello è l’unico modo per impedirle di espandersi fuori controllo. E’ anche l’unico modo per strutturarsi in qualche misura, che è una condizione – piaccia o no – per essere politicamente produttivi."
Nei tuoi interventi hai sottolineato con forza la necessità di dare al movimento un qualche orientamento politico al fine di evitare che diventa una semplice cricca o un caso inoffensivo di “cittadini impegnati”. Potresti definire con maggiore precisione che cosa intendi per orientamento politico?
"Le cose erano perfettamente chiare all’avvio; sono state la successione degli eventi e le tendenze a cadere nella cricca che hanno finito per oscurarle. Lo slogan originale suggerito dal gruppo Fakir era “Facciamogli paura”. Poi il movimento si è coeso politicamente attorno a un obiettivo determinato: “rovesciare la proposta di legge El Khomri e il mondo che essa rappresenta”.
Si può vedere che cosa questo mutui da una formula appropriati degli zadisti di Notre Dame des Landes(ZAD sta per “Zone da difendere”; gli zadisti dell’azione diretta hanno recentemente occupato il sito di aeroporto progettato a Notre Dame des Landes, contro la sua costruzione). Poiché qui abbiamo i mezzi per stabilire una scala di obiettivi politici, da quelli più concreti a quelli più ambiziosi.
Cioè ci consente di tenere insieme un classico registro di produzione di rivendicazioni – vogliamo che la proposta di legge sul lavoro sia ritirata – e un registro molto più politico che ci porti fuori dalle lotte difensive per proiettarci da qualche parte oltre le rivendicazioni.
Ci porta in un registro positivo, attraverso il quale smettiamo di fare quello che abbiamo fatto per tre decenni; smettiamo di dire che cosa non vogliamo e cominciamo – finalmente – a dire che cosa vogliamo.
Se non operiamo questa transizione più propriamente politica, ci troveremo presto di fronte una nuova equivalente della proposta di legge El Khomri. E’ per questo che dobbiamo cominciare adesso a lottare contro il mondo che genera un’intera serie di proposte di legge El Khomri."
Nella lotta contro la proposta di legge EL Khomri è stata posta con una certa forza la questione dell’unione delle forze di Nuit Debout e del movimento sindacale. Come si potrebbe arrivare a ciò?
"E’ quello che stiamo cercando di scoprire! Una cosa è certa: è vitale che effettivamente ci mettiamo insieme. C’è un motivo semplice per questo, quasi un sillogismo: rovesciare un mondo (e persino semplicemente una proposta di legge come questa) richiede un movimento popolare di massa; e non esiste un movimento di massa senza il coinvolgimento di un gran numero di lavoratori: ergo dobbiamo passare attraverso le organizzazioni dei lavoratori.
Ovviamente c’è ogni sorta di ostacoli a una simile convergenza. Innanzitutto sociologici: le classi lavoratrici sindacalizzati hanno le loro proprie forme di lotta e di organizzazione. Che non sono le stesse forme della militanza tra i giovani istruiti dei centri cittadini. Non si riuscirà a portare i lavoratori sindacalizzati a sedersi per terra a gambe incrociate e ad agitare le mani come gli indignados per partecipare a un’assemblea generale.
A sua volta c’è anche la diffidenza dei movimenti orizzontalisti nei confronti delle organizzazioni che essi considerano burocrazie iper-verticalizzate, sospettosi che vogliano cooptare o sommergere i movimenti. Tutti questi scontri sono reali e tuttavia dobbiamo superarli.
Possiamo dire che la dimostrazione del Primo Maggio è stata vasta e combattiva, che Nuit Debout continua anche se ci sono tentativi di liberare la piazza ogni sera alle 22.00, determinando altri scontri con la polizia. Le riforme delle leggi sul lavoro sono in corso di discussione all’Assemblea Nazionale questa settimana. Inoltre il leader della CGT, la principale confederazione sindacale, Philippe Martinez è sceso a parlare ai dimostranti di ND giovedì 28 aprile e ha ricevuto pressioni per convocare uno sciopero generale.
Sappiamo che dobbiamo forzar loro la mano; è stato l’appello lanciato il 9 marzo dal movimento#OnVautMieuxQueCa (Meritiamo più di questo) su YouTube che li ha costretto a convocare la mobilitazione; sono stati costretti a dar retta! Ma è possibile un mucchio di altre azioni: il comitato dello sciopero generale ha organizzato visite di delegazioni di studenti ai lavoratori delle ferrovie e ha diffuso manifestini in una fabbrica della Renault.
Queste sono azioni estremamente concrete che incoraggiano a unirsi, dando un esempio. Sindacalisti sono stati invitati a parlare a un’assemblea organizzata alla Bourse du Travail il 20 aprile. Dobbiamo moltiplicare i nostri contatti di ogni genere, formali o informali, in modo da poterci incontrare e discutere insieme."
Pare che i giovani istruiti e laureati costituiscano il nucleo attivo dei partecipanti a Nuit Debout. E’ citata anche la presenza di altri settori sociali, a partire dai giovani dei quartieri della classe lavoratrice, ma questo è qualcosa di più di una scaramanzia? Come può il movimento espandersi ad altri settori sociali?
"Ci sono grandi barriere sociali invisibili che dobbiamo spezzare al fine di unire la gioventù urbana istruita alle classi lavoratrici sindacalizzate. In verità le barriere che separano ciascuna di esse dalla gioventù emarginata dei sobborghi sono niente di meno che fortificazioni.
In quel caso dobbiamo partire da zero. Nel primo decennio del 2000 c’è stato l’inizio di una costruzione politica, particolarmente con il Mouvement Immigration Banlieue (MIB). Ma tutto è andato a pezzi. Le cosiddette rivolte del 2005, che sono state in realtà una sollevazione di carattere eminentemente politico, hanno indubbiamente creato le condizioni, o diciamo il potenziale, di una politicizzazione più vasta. Ma collettivamente abbiamo mancato questa opportunità.
L’abbandono generalizzato ha lasciato solo due alternative a prosperare in tali quartieri: l’individualismo dello spaccio di droghe o altrimenti quello che ha da offrire la religione. Questo ci dice quali immensi ostacoli abbiamo di fronte. Dobbiamo ricominciare esattamente da zero.
Forse inizialmente mostrando sistematicamente la nostra solidarietà agli abitanti di quei distretti ogni volta che la polizia li attacca. E soprattutto evitando di politicizzare le persone agendo a mo’ di missionari! Le persone là stanno combattendo ora, o lo hanno fatto a lungo, e nessuno può andare a insegnar loro che cosa devono fare. E tuttavia, in mezzo a tutte queste difficoltà, stanno cominciando a sorgere Banlieues Debout. Dunque qualcosa è possibile."

Da ZNetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo
Originale: Jacobin Magazine
Traduzione di Giuseppe Volpe
Traduzione © 2016 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

Nessun commento:

Posta un commento

Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.