domenica 22 maggio 2016

Usa: la realtà e gli economisti

di Gerald Friedman 
La feroce reazione al mio giudizio che le proposte economiche e di assistenza sanitaria del senatore Bernie Sanders potrebbero creare crescita economica di lungo termine dimostra quanto gli economisti predominanti che si considerano politicamente liberali negli Stati Uniti abbiano abbandonato la politica progressista per abbracciare un’economia politica di disperazione. Razionalizzando una delusione personale e abbracciando teorie economiche mercato-centriche secondo le quali il governo può fare poco più che tentare ritocchi marginali, le loro conclusioni – e la dirigenza politica che le fa sue – hanno poco da offrire ai milioni di persone comuni per le quali l’economia semplicemente non sta funzionando. Certamente sono stati sette anni brutti per gli economisti dell’amministrazione Obama. Pur evitando una Grande Depressione, l’amministrazione ha presieduto a quella che Paul Krugman e Brad DeLong chiamano una “Depressione minore”.
Si potrebbe quasi perdonar loro un certo disfattismo dopo sette anni di ripresa economica penosamente lenta e lo sconcerto nel vedere programmi urgentemente necessari bloccati dalla maggioranza Repubblicana al Congresso. Dopo così tanti compromessi e delusioni è forse più facile dire a quelli che si aspettano di più che semplicemente ciò non avverrà. C’è conforto nella frase della Thatcher: “Non c’è nessuna alternativa (TINA [There is no alternative]).
Unita alla microeconomia neoclassica ortodossa, tuttavia, la razionalizzazione ha prodotto un’economia politica tossica che abbandona ideali progressisti e cede spazio politico a xenofobi e alla destra populista (vedasi Donald Trump). Gli economisti che vanno per la maggiore che hanno attaccato il mio abbraccio dell’economia keynesiana hanno abbandonato, in pratica, l’idea che il governo possa intervenire efficacemente nell’economia per aumentare i livelli dell’occupazione e per promuovere la crescita e l’equità dell’economia. Sono invece tornati al pensiero pre-keynesiano nel quale il suggerimento stesso che l’azione del governo possa aumentare i tassi di crescita o i salari è considerata ovviamente sbagliata. La critica del modello ortodosso e delle sue politiche conservatrici è considerata degna di disprezzo, da scartare tout court perché ovviamente si discosta non solo dall’economia da manuale ma da ciò che abbiamo bisogno di credere per accettare il fallimento.
Il meccanismo della paralisi della politica economica tra i liberali che sposano l’economia mercato-centrica funziona così: se accettiamo la premessa (fallace) che l’offerta totale di beni e servizi è pari alla domanda totale, allora possiamo concordare con l’Ufficio del Bilancio del Congresso (CBO) che la produzione potenziale si misura meglio osservando la produzione reale. E con questo – voilà! – la disoccupazione scompare per magia e non soffriamo più di una crescita lenta. Si allineino convenientemente le proiezioni di crescita ai risultati, altrimenti deludenti, nel corso della Depressione Minore e, come ha fatto il CBO, le stime della crescita potenziale ora sono pari alla crescita reale: invece della crescita media annuale del 3 per cento del periodo 1959-2007, per non citare la crescita del 4 per cento tra il 1947 e il 1973, ci è detto ora di accettare la crescita del 2 per cento non come una delusione, bensì come un riconoscimento di una necessità sfortunata. Tali riconsiderazioni dicono alle élite politiche: “Ehi, stiamo facendo tanto bene quanto ci si poteva aspettare.” Nei confronti del pubblico generale il messaggio è: “Spiacenti, non è possibile fare niente di più per voi.” TINA.
Il motivo per cui gli economisti e i politici d’élite si sono così arrabbiati per la mia analisi delle proposte di Sanders è stato che essa ha disturbato un consenso sul fatto che dal governo non può essere fatto nulla per migliorare i risultati dell’economia. Dopotutto, se le cose sono già buone quanto possono esserlo, è una pia illusione irresponsabile persino suggerire al pubblico che possiamo far meglio. Il compito degli economisti e di altre élite politiche, invece, diviene spiegare al pubblico generale perché dovrebbe accettare redditi stagnanti e una crescente disuguaglianza e plaudire alla crescita anemica degli anni recenti come al miglior risultato possibile. Ma il vero pericolo di un simile modo di pensare è che lascia a liberali quali Hillary Clinton poche opzioni politiche da offrire in risposta al canto delle sirene di demagoghi come Donald Trump. I sedicenti economisti d’élite “responsabili” considerano loro ruolo convincere il pubblico che nulla può essere fatto, nella speranza di sbarrare la strada alla sfida di quelli che sfrutterebbero l’ansia di cambiamento dell’elettorato. Devono mettere a tacere i critici a sberle. Gli economisti d’élite “responsabili” devono impedire a ogni costo che il partito della “buona aritmetica” ceda troppo a compromessi. Tuttavia non dovrebbe sorprenderci che quelli il cui tenore di vita ha sofferto di più a causa della crescita stagnante siano più inclini a credere a politici che promettono cambiamento.
E’ stato solo respingendo l’economia classica che Franklin Roosevelt fu in grado di salvare l’economia statunitense e di realizzare una rivoluzione della politica sociale. E solo respingendo la nuova economia classica e la politica dei cosiddetti economisti d’èlite responsabili la Clinton può affrontare la nostra crisi economica attuale.
John Maynard Keynes dimostrò come una politica governativa attiva possa aumentare l’occupazione e la produzione; i suoi seguaci, tra cui Joan Robinson e Nicholas Kaldor, hanno dimostrato come la piena occupazione incoraggi ulteriori investimenti e induca le aziende a trovare modi per aumentare la produttività del lavoro affinché si adegui alla crescente domanda di prodotti. Economisti del New Deal statunitense, come Rexford Tugwell e John Maurice Clark, mostrarono come la politica governativa attiva possa aumentare i tassi di crescita mediante investimenti in infrastrutture, in servizi pubblici, in sviluppo del capitale umano e in ricerca e sviluppo. Prestando ascolto a tali idee, economisti associati alla politica liberale statunitense contribuirono a produrre 25 anni di crescita relativamente rapida e ugualitaria dopo la seconda guerra mondiale. Abbandonando queste idee abbiamo sofferto 30 anni di crescita relativamente lenta e di crescente disuguaglianza, culminati nell’attuale Depressione Minore.
Il dibattito sul mio piccolo rapporto ha mostrato come l’economia dominante ci ha lasciato con una macroeconomia compiaciuta delle proprie certezze, priva di immaginazione e che non offre alcuna politica efficace per passare oltre la stagnazione economica e la disuguaglianza in intensificazione. Se questi economisti non sanno far di meglio rischiamo più che delusione personale; scommettiamo la nostra economia liberale contro tizi quali Donald Trump e Ted Cruz. Hillary Clinton può far di meglio. E gli statunitensi meritano di meglio.

Gerald Friedman insegna economia all’Università del Massachusetts, Amherst. E’ autore, più di recente, di “Reigniting the Labor Movement” [Riaccendere il movimento del lavoro] (Routledge, 2007).
Una versione di questo post è apparsa in origine sul blog dell’Institute for New Economic Thinking

Da ZNetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo
Traduzione di Giuseppe Volpe
Traduzione © 2016 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

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