di Michele Prospero
Aveva paragonato le amministrative a un calcio di rigore, a un tiro dal dischetto. E Renzi lo ha sbagliato, però, anche se ora fugge dalla responsabilità della sconfitta e parla di un Pd che si è «consolidato». Consolidato? Non dice di aver vinto, il premier, ma è comunque più che ottimista. In realtà nelle cinque grandi città dove si è votato, per il Pd si è registrata una vera Caporetto: complessivamente raccoglie appena 556.797 voti, circa 80 mila in meno del M5S (636.229) che lo scavalca. Renzi ha cioè dimezzato, in termini assoluti, i consensi rispetto alle sue care Europee (1.186.378 voti) e pure alle ultime elezioni politiche (1.017.314). Il dato di domenica va molto dietro poi anche nel confronto con le precedenti amministrative, quando il Pd, nelle cinque grandi città, contava su 716.612 voti.
Si tratta di un crollo dei consensi che non può essere certo mascherato facendone una questione circoscritta a Napoli, come vorrebbe far intendere il premier quando annuncia il commissariamento del partito partenopeo. La frana è generale e coinvolge anche città a forte insediamento di sinistra come Bologna (32 mila voti in meno rispetto alle politiche e un calo di 12 mila voti anche rispetto alle comunali precedenti), Ravenna, Grosseto, Savona.
Si tratta di un crollo dei consensi che non può essere certo mascherato facendone una questione circoscritta a Napoli, come vorrebbe far intendere il premier quando annuncia il commissariamento del partito partenopeo. La frana è generale e coinvolge anche città a forte insediamento di sinistra come Bologna (32 mila voti in meno rispetto alle politiche e un calo di 12 mila voti anche rispetto alle comunali precedenti), Ravenna, Grosseto, Savona.
È inutile adesso ricamare sul carattere solo amministrativo del voto (e dire che politicamente conta solo il referendum costituzionale). Se fosse stata una consultazione meramente locale, il premier non avrebbe attraversato la penisola in lungo e largo per dare il proprio sostegno ai candidati del Pd. Nessun leader di governo in Europa, invece, ha dimostrato di interpretare in maniera così partigiana e invadente la funzione di governo come fa Renzi. Che per raccattare qualche voto disprezza ogni dignità del ruolo istituzionale e si trasforma in un propagandista che assume contro le opposizioni un tono assai virulento.
Sottovalutando il fatto che proprio questo profilo aggressivo e poco consono al ruolo pubblico del premier e la sua volontà di celebrare un plebiscito autunnale per il potere personale sono stati fattori decisivi per la sconfitta del Pd. A confronto del suo stile di direzione politica che addirittura si vanta dell’arroganza («È vero, lo ammetto, è un limite che ho»), i candidati del M5S di Roma e di Torino sono apparsi degli statisti d’altri tempi. Sobri e comunque non arroganti. Non è un azzardo accostare al rigetto dell’arroganza organica dei nuovi politici d’assalto anche la censura degli elettori di Trieste contro il governatore Debora Serracchiani, che di solito non distingue la funzione istituzionale che ricopre e quella di agitatrice che predilige. Con 13.671 voti il Pd precipita rispetto ai 28.571 voti delle politiche del 2013, ai 32.308 consensi delle europee del 2014, e ai 18.483 voti delle comunali del 2011.
Quando Renzi agita un disegno di restrizione degli spazi della libera critica («Se siete direttori di un’azienda e dite che il vostro negozio fa schifo io spero vi licenzino») alimenta un timore sordo nell’opinione pubblica che la sua comunicazione non riesce a conquistare, nonostante il totale sostegno dei media pubblici e privati. Non persuade i votanti la sua strategia antica di demonizzazione di ogni spazio del dissenso («In passato abbiamo avuto una classe politica che per fare la “figa” parlava male dell’Italia», dice).
L’elettore non ha ceduto al fascino del populismo di governo, con il premier castigatore che esalta la velocità del decidere e presenta in questi termini la riforma del Senato che riduce il numero delle poltrone: “uno, due, morto”. All’Auditorium della Conciliazione di Roma Renzi ha indossato gli abiti del conduttore- intervistatore («non sono un politico come gli altri») per gestire una grottesca chiusura di campagna elettorale a sostegno di «Bobo» Giachetti, quello con cui avrebbe fatto «un mezzo miracolo», con il Pd che però ha perso 60mila voti rispetto alle amministrative del 2013. Il premier, che è il nuovo e odia la politica come cosa ambigua, non fa comizi («ci stiamo divertendo insieme a fare questa chiacchierata») ma siparietti con motti di spirito. Imita il Cavaliere («Avete capito bene? Aboliamo la tasi»), evoca “lo schiocco di dita di Fonzie”, canticchia “i campioni dell’Italia siamo noi”. E invoca, contro i professoroni, l’autorevolezza, in campo costituzionale, di “Gigi Buffon capitano della nazionale”. A queste immagini già viste gli elettori, hanno reagito con la fuga.
Al crollo del Pd, al tramonto del suo radicamento nei ceti sociali periferici, non corrisponde però - per ora - un rafforzamento della sinistra. Sicuramente ha pesato l’assenza di una strategia unitaria. Ciò ha conferito una scarsa credibilità ad un’offerta politica che conservava le tracce di un mero aggregato di ceti politici, per giunta tra loro rivali, abituati ad agguati e colpi bassi perché desiderosi di conservare disperatamente un rapporto con il solo strumento di sopravvivenza a disposizione: la carica elettiva e il governo locale.
Sulla Sinistra ha inciso la richiesta di un doppio voto utile, uno incardinato sul timore dei barbari, che induceva a turarsi il naso e conservare la prospettiva minimale di un governo del Pd, l’altro basato sulla volontà di rottura che percepiva che solo con il voto al Movimento 5 stelle si spezzava con più efficacia il disegno renziano di potenza personale. Per questo non è disprezzabile il risultato della sinistra a Roma o a Bologna. Con divisioni e giochetti sleali la sinistra ha dato comunque prova di una autonoma presenza. Operazione fallita invece a Torino, esperienza che naufraga al pari della prova di collaborazione subalterna decisa a Milano.
La domanda strategica che pesa sul destino della Sinistra è questa. È più semplice la conversione del movimento di Grillo in un equivalente italiano di Podemos o la reconquista del Pd da parte della minoranza di sinistra pronta ad approfittare del celere declino del rottamatore? Su questioni di scenario politico è al momento arduo pronunciarsi, tanto più che siamo in presenza di un elettorato assai fluido, con soggetti incapaci di orientare, trattenere, dirigere.
La prospettiva più realistica per la sinistra è quella di condurre una guerra di movimento per stroncare il disegno renziano di una repubblica plebiscitaria che spezza i canali della mediazione, recide gli ultimi simboli di una politica di inclusione sociale (non è certo un caso che nei quartieri periferici della capitale il Pd è spesso il terzo partito). Sarà comunque il plebiscito di ottobre a introdurre una frattura ulteriore nel sistema politico, una di quelle cesure destinata a spezzare fedeltà, a riaggregare e decomporre le formazioni esistenti. Se la scossa che con le elezioni amministrative ha infranto le basi di sostegno al renzismo sarà ripetuta anche nel referendum costituzionale comincerà un’altra stagione politica.
Articolo pubblicato su Left
Fonte: pagina Facebook dell'autore

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