martedì 19 luglio 2016

Black lives matter a un bivio esistenziale

di Federico Rampini 
C'è perfino una petizione sul sito della Casa Bianca per dichiararla "un'organizzazione di terrorismo domestico": in pochi giorni ha già raccolto più di 150.000 firme. E il sindaco di Dallas dopo l'uccisione di cinque poliziotti non ha avuto dubbi nell'indicare chi sono secondo lui i mandanti: "Quegli agenti sono morti per colpa di BlackLivesMatter". A tre anni dalla sua nascita, e a due anni dalla sua irruzione sulla scena politica come una realtà di massa, oggi BlackLivesMatter è a un bivio. La violenza lo interpella, anche se è estranea alla sua cultura.
Questo movimento nacque come un semplice "hashtag" sui social media nel 2013, dopo l'assoluzione di George Zimmerman, il bianco (ispanico) che aveva ucciso il giovane americano Trayvon Martin: un'esecuzione feroce, mascherata da legittima difesa, che aveva scosso il paese. Lo stesso Barack Obama si era detto turbato: "Trayvon Martin avrebbe potuto essere mio figlio". Ma come movimento di massa BlackLivesMatter risale all'anno successivo, dopo le uccisioni da parte della polizia di Michael Brown a Ferguson (Missouri) e di Eric Garner a New York. Il salto di qualità nel 2014 avviene perché si tratta di due morti "diverse".
Se Zimmerman era un privato cittadino, ancorché auto-proclamatosi vigilante e giustiziere, le altre due vittime invece erano morte perché uccise da agenti di polizia. Il tema sollevato da BlackLivesMatter era il razzismo delle forze dell'ordine, le discriminazioni nei controlli, negli arresti, nelle pene carcerarie. Sollevando questi enormi problemi BlackLivesMatter dal 2014 si è imposto come un interlocutore politico. Ha raccolto adesioni estese in tutta la comunità nera, è diventato un riferimento costante per artisti e star dello sport afroamericani, scrittori e cantanti, anche allargandosi ben oltre la comunità afroamericana. Con l'inizio della campagna elettorale, ha costretto tutti i candidati a prendere posizione. Hillary Clinton e Bernie Sanders hanno finito per abbracciarlo sposandone gli obiettivi di riforma del sistema penale, Donald Trump ha scelto la strada opposta: demonizzarlo. Qualche volta ai comizi di Trump (ma anche di Clinton e Sanders) dei giovani militanti di BlackLivesMatter hanno adottato metodi da "disturbatori", interrompendo il candidato con urla e proteste, per finire allontanati dal servizio d'ordine. C'è stato qualche tafferuglio con la polizia nei cortei di protesta, e i successivi arresti. Ma sempre restando dentro il perimetro di quelle forme di lotta che hanno un'antica tradizione nella disobbedienza civile.
Dopo Dallas e Baton Rouge le cose sono cambiate. Oggi BlackLivesMatter si trova costretto a lottare su due fronti: contro il razzismo e gli abusi della polizia, da una parte; ma dall'altra deve isolare e neutralizzare tutti quelli che sono tentati dalla violenza. E' un tema che ovviamente si ripete a cicli nella storia dei movimenti progressisti, basta pensare al caso italiano degli anni di piombo. E' tanto più stringente oggi in America per il rischio che siano i neri "involontariamente" a spianare a Trump la strada verso la Casa Bianca, creando il clima infuocato che propizia un "voto d'ordine".
La petizione lanciata sul sito della Casa Bianca per definire BlackLivesMatter una "organizzazione terroristica" ha ricevuto una risposta di tipo formale e burocratico dall'Amministrazione Obama. "Non rientra nei nostri compiti classificare le organizzazioni terroristiche". E' ovvio che si tratta di una reazione molto legalistica. Il tema di fondo è un altro: la destra sta facendo di tutto per incollare le uccisioni degli agenti a Dallas e Baton Rouge a BlackLivesMatter onde criminalizzare questo movimento; e dietro di lui si tratta di allungare un'ombra su tutta la presidenza Obama. Con un danno molto evidente anche per la candidatura di Hillary Clinton.

Fonte: La Repubblica 

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