La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

mercoledì 20 luglio 2016

Crac bancari e rosari, a Vicenza la messa è finita

di Maurizio Chierici
Mormorano come se sgranassero il rosario. Si disperano nei discorsi di casa o sottovoce attorno ai tavoli dei caffè. Vicenza recita come se non fosse successo niente. Il silenzio degli innocenti avvolge il disastro della Banca Popolare nelle abitudini della provincia garbata, riservata, ostinata nel riprendere il filo per ripartire senza chiacchiere. Ha ricominciato dalle macerie del ‘45, valige dei migranti che scappavano in Francia, sbarcavano in Brasile, arrivavano stralunati a Buenos Aires col proposito di tornare per metter su la fabbrichetta. Cinquant’anni dopo il miracolo di un’impresa ogni 12 abitanti.
La terza provincia industriale d’Italia è cresciuta così. Lo ricorda Emilio Franzina sociologo delle migrazioni, Merica, Merica, tra i saggi che strappano il cuore. Gente che sopporta la fatica senza fiatare; imprenditori improvvisati che nel tempo costruiscono azienda d’élite. Quel dna del non arrendersi mai. Ma il crac della Popolare è il fungo di Hiroshima che avvelena ogni famiglia: piccola, pomposa, dimessa. Eppure la rabbia si acquieta in una disperazione tenacemente privata. Perfino il suicidio del pensionato rovinato dalla banca sfuma nel dolore di un poveretto tormentato dalla malattia e se al funerale Alfredo Belluco arriva da Padova per incendiare la protesta con lo striscione della Federcontribuenti da sventolare davanti alla villa di Gianni Zonin, super presidente della banca sbancata, i compaesani di Montebello chiamano i carabinieri. Non sopportano la provocazione dell’anatema di don Enrico Torta, anima della protesta pubblica: «Non è suicidio, ma un delitto». Per carità.
Scendono dal treno i cartelli di chi grida la rabbia per strada. Arrivano da Padova e dalle pianure dove Popolare e Banco Veneto hanno bruciato i miliardi. Nella marcia verso «il palazzo della vergogna » raccolgono vicentini sfiniti dalle buone maniere. Li accompagnano fin quasi «alla sede dei maramaldi», ma l’antico rispetto frena gli ultimi passi e i viaggiatori restano soli. Nessun vicentino vuol mostrare la faccia. Perché scappano dopo aver cercato conforto fra gli Amici di don Torta? Parroco di Dese, paesino veneziano, 77 anni, primo prete a condannare «i ladri» nella predica della domenica quando un parrocchiano chiude il negozietto travolto dalla concorrenza di un ipermercato. Primo suicidio. Adesso il crac delle banche: «Celebro questa messa non perché non resti che pregare ma perché corriamo il rischio di diventare rotelle di un mostro che ci mangia e ci butta via». Affida una lettera ai suoi pellegrini in visita al Papa. Sfiorano Francesco in piazza San Pietro e Patrizio Miatello lo avvicina con la busta in mano. «Chiediamo la benedizione…». 
C’è anche la Chiesa fra i derubati dell’ex sacrestia d’ Italia. In fumo 3 milioni e mezzo, diocesi e Servi di Maria del santuario di Monte Berico. Amareggiata Rosa Dal Sasso, insegnante a riposo di Asiago: «Caste e confraternite finanziarie, incluse quelle religiose, dimostrano che certi presuli si sono affidati a un doppio binario…». Scelte spericolate degli abiti talari. Affida a Mario Milioni, giornale on line Vvox, una lettera aperta al presidente Zonin. Milioni è una voce alternativa all’informazione ufficiale. Si è fatto una certa idea sulle bocche che restano chiuse: aziende familiari cresciute negli anni felici con la tentazione di trasformare in azioni guadagni non sempre immacolati. L’ostilità alla banca potrebbe adesso minacciare chissà quali segreti.
Sceglie le parole il sindaco Achille Variati. Ha liberato il Comune dal governo forzaleghista. Riconfermato col 70 per cento dei voti dopo una campagna elettorale modulata sugli insegnamenti di Mariano Rumor. Cosa vuol dire essere rumoriano? «Pazienza dell’ascolto prima di decidere e parlare. Ricerca del particolare prima di sintetizzare». Filosofia collaudata nel triangolo Chiesa-famiglia-lavoro, ma ecco il buco della banca. Non vuota solo le tasche di 110 mila soci «ma cambia per sempre la città». La Popolare aveva raccolto la solidarietà della Casse Rurale Cattoliche. Era l’armadio di famiglia, cassaforte dei buoni sentimenti. Nella sala delle bandiere Variati si preoccupa per il «tradimento che allarga il disamore verso le istituzioni». E sopporta l’imbarazzo di chi gli ricorda le amicizie obbligate nei palazzi del disonore. Organizza incontri quartiere per quartiere. Nessuno alza la voce. I profughi dal benessere lo avvicinano con giaculatorie composte: «Voi li conoscevate bene… faccia qualcosa…». Quei risparmi trasformati in coriandoli. Ogni azione valeva 62 euro; un anno dopo dieci centesimi. Il sindaco invita il ministro Orlando a irrobustire la Procura con «nuove risorse umane» per inseguire nel più breve tempo possibile le responsabilità nascoste nei labirinti della Popolare.
Nella Vicenza di Mariano Rumor mai un monsignore aveva alzato il dito contro i custodi del salvadanaio della città, ma è ormai misericordia degli anni perduti e il vescovo Beniamino Pizziol sfoglia la contabilità dell’imbroglio: «Mentre i risparmiatori venivano danneggiati, dirigenti e manager ricevevano compensi spropositati». Disperazione che si allarga ad ogni Nord-Est. L’omelia di Andrea Bruno Mazzuccato, vescovo di Udine, è il colpo del ko. «Lo spirito del male preferisce la morte alla vita, l’odio all’amore, odio pieno di superbia nei giovani indemioniati degli attentati di Bruxelles, lo stesso male che ha permesso il fallimento delle banche dove dirigenti senza scrupoli hanno derubato la povera gente». Qualche chilometro più in là dall’anatema del monsignore, Cà Vescovo è il nome del nascondiglio di Gianni Zonin, signore del disastro, barricato in una delle proprietà lontane, protetta da telecamere, vetri antisfondamento, ronde di carabinieri. Non si sa mai.
Com’era la Vicenza di Rumor? Ilvo Diamanti apre la finestra affacciata sulla Basilica del Palladio: questo è uno degli studi dove raccoglie umori e tendenze del pianeta Italia. Ricerche della sua Demos per la Repubblica. Arriva dall’Università di Urbino dove insegna sociologia. Cambia valigia per la Francia, master Studi Politici università Paris 2. Osserva il disagio della sua città senza tenerezze. «Il declino delle banche locali non è una sorpresa per chi analizza lo sviluppo territoriale degli ultimi 30 anni». Disegna la geografia sociale dell’Italia di Mezzo, regioni bianche, regioni rosse, complicità fra economia e politica. «Partiti di massa scomparsi in post partiti. Post banche sospese in uno spazio senza territorio. Simboli di una post-Italia dove mi sento spaesato». Meglio la Vicenza di Rumor ? «Era conservatrice, mai reazionaria. Conservatrice perché ha molte cose da conservare. Conservatrice perché non amava le rotture».
La banca è il capitolo sciagurato della città- teatro, palazzi impettiti, blasoni ricamati sui battenti dei portoni. Nel Viaggio in Italia l’ironia di Guido Piovene ricorda che «archi e colonnati sorsero per compiacenza estetica; fantasie lunatiche della cultura svaporante nella vanità patrizia che Palladio accontentava trascurando particolari pratici come le scale ». Storia della città rivisitata da Francesco Jori; libri da poco ripiegati nel Giornale di Vicenza. Risale da quando Tacito la immaginava «municipio di scarse risorse» per arrivare all’ultimo banco del liceo Pigafetta dove studiavano di malavoglia Ilvo Diamanti e Gian Antonio Stella narratore del Corriere della Sera. Nel ricordo di Diamanti un «rompi» inquieto, «costantemente critico e indefessamente conflittuale». Banchi sui quali hanno scoperto il mondo Rumor, l’editore Neri Pozza, Emiliano Franzina, Goffredo Parise, scrittori e giornalisti dalla «diversità» esplorata nei Quaderni Vicentini, libro-rivista nelle mani di Pino Dato impegnato a rivoltare il fango del disastro. Ombre di oggi, luci di ieri. 
Vicenza non è la capitale delle fabbriche; solo il capoluogo di una confederazione dalle vocazioni diverse. Tessuti di Schio e Valdagno, Alessandro Rossi e Gaetano Marzotto, città sociali organizzate dalla grande impresa. Un secolo fa il senatore Rossi imponeva le «anatriere» nelle case degli operai. Venivano dalle campagne, «e se la lana va male tirano avanti col pollaio». Bassano, metalmeccanici e orafi eleganti. Chiampo, marmo; Arzignano, concerie. Aziende che si adeguano ai mercati appena cambiano umore. Nessun lamento. Ricominciano e basta. Esempio di Cleto Munari designer che insegue la bellezza: gioielli nelle teche di New York: Moma e Metropolitan. Multipli di Carlo Scarpa l’architetto che ha incantato il ‘900. Orologi disegnati da Hollen, scuola viennese, direttore Biennale Venezia. Preziosità avvilite dall’arrembaggio degli ori leggeri d’Oriente. Allora inventa mobili per «accompagnare l’armonia». E nel resistere alla concorrenza della globalizzazione l’economista Paolo Gurisatti, presidente del Distretto della Pelle Ovest Vicentino, sollecita una pedemontana che colleghi i distretti industriali «dimenticati dall’alta velocità», urgenza del rimettersi in gioco con la creazione di una regione metropolitana europea: 128 mila imprese, 410 mila occupati.
Attorno ad Arzignano le concerie rivoltano la crisi e cambiano pelle: dalla morbidezza poltrone-divani alle copertine dei tablet. Industrie affidate a braccia straniere: cinquemila facce nere e marron nella strada che sale verso un monastero del ‘400. Nel parco si respira il piacere della cultura sopravvissuta agli affari. Gustavo Mistrorigo scrive saggi e poesie; Grazia, la moglie, inventa ritratti nella creta. «Muri storti, luci soffuse, corridoi che non finiscono mai» racconta il padrone della casa dove arrivano scrittori e i pittori che affrescano le pareti lontani dagli specchi di Vicenza città che un po’ vive dalla rendita dell’ essere capoluogo. 116 mila abitanti, non tutti parlano il dialetto; 18 mila braccia straniere. Ragazze nel velo si piegano sulle vetrine sfiorando le americane del Dal Molin. Lunghe o robuste, sempre meno bionde, sangue yankee mescolato con gli ispanici in fuga dal continente latino. Quanti sono? Segreto militare. Ospiti accolti con le feste di 70 anni fa; ospiti contestati appena raddoppiano la base soffocando nel cemento la campagna che abbraccia Vicenza. Ad acquietare i rivoltosi le parole d’ordine dell’ex onnipotente Zonin amico dell’ambasciatore Usa Ronald Sfogli. «Basta con le proteste. La base va fatta nel nostro interesse». Ristabilisce subito l’ospitalità ma la diffidenza resta: è l’altra storia che inquieta la città.

Fonte: La Repubblica - Il Venerdì 

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