mercoledì 20 luglio 2016

Dal contro-golpe nasce uno Stato parallelo a quello di diritto

di Alberto Negri 
Il contro-golpe di Erdogan è un imbarazzante paradosso: dal fantasma di una dittatura militare si è passati a una dittatura elettorale della maggioranza, con un regolamento di conti così profondo ed esteso che cambia il volto e la posizione internazionale dello stato turco aprendo una crisi senza precedenti con Usa, Unione europea e Nato. I presupposti c’erano già esaminando l’anatomia del golpe da cui sta nascendo in queste ore lo Stato “parallelo” di Erdogan - parallelo alla democrazia autentica - dove potrebbe tornare la pena di morte, abolita nel 2004 quando serviva l’appoggio dell’Europa per far fuori i militari kemalisti, guardiani della repubblica secolarista ereditata da Ataturk.
C’è una strategia da purga staliniana in queste migliaia di arresti. Si procede a cerchi concentrici: il primo cerchio ha riguardato militari e poliziotti. Il secondo ha colpito la magistratura e i governatori. Un terzo dei giudici di questo Paese è stato rimosso: è un concetto di giustizia che prevede non la fedeltà al codice ma al capo. Il terzo cerchio investe università, istituti culturali, intellettuali e giornalisti che non si sono piegati nelle precedenti repressioni.
È evidente che Erdogan sta frantumando lo stato di diritto, una tendenza autoritaria già emersa con chiarezza ma contro la quale ben poco hanno fatto gli Usa e l’Europa, assecondando la Turchia per firmare accordi di comodo come quello sui migranti. Ma sta anche rischiando molto: tagliando le gambe ai militari si farà ancora più nemici che condivideranno l’idea che deve essere rovesciato mentre le lotte interne alle strutture di sicurezza potrebbero rendere la Turchia più vulnerabile agli attacchi terroristici.
Erdogan ha accusato il suo ex alleato Fetullah Gulen, in esilio negli Usa, di avere costituito uno Stato parallelo infiltrando tutti i gangli dell’amministrazione e ne reclama l’estradizione agli Stati Uniti. Ma lo stesso presidente con la reazione al fallito colpo di stato di venerdì scorso sta trasformando la Turchia in uno Stato-Erdogan. 
Questo nuovo sistema fonda i suoi consensi non su un boom economico, sgonfiato da tempo, ma sul “Welfare state all’Erdogan”: distribuzione di alloggi popolari, pasta e carbone in Anatolia, assegnazione di 20 milioni di “Yesil Kard”, le carte verdi per avere accesso alla sanità gratuita. Lavoratori e strati bassi della popolazione non sono protetti dalla leggi ma dallo stesso Erdogan e dall’Akp che per il momento ha ancora buon gioco nello sfruttare le pulsioni di un elettorato che nelle sue derive populiste e talvolta irrazionali si avvicina all’Occidente europeo di oggi. E per allevare un docile bacino elettorale ha cominciato a dare la cittadinanza a tre milioni di profughi siriani, giusto per complicare ancora un po’ la già ribollente demografia turca.
La tempesta perfetta di venerdì ha fatto avanzare l’ipotesi dell’”autogolpe”: in realtà questo è stato un putsch quasi suicida animato non soltanto dai gulenisti ma anche da frange di kemalisti che inseriti nella lista nera degli epurati sapevano di non avere altra scelta. 
È fallito non perché “finto” ma in quanto non ha ottenuto alcun sostegno politico riproponendo un modello di colpo di stato superato dalla storia. 
I punti oscuri sono due. Nella base aerea di Incirlik, dove partono i raid Nato sul Califfato, sono di stanza due squadroni americani con armi nucleari tattiche: da qui è decollato l’aereo cisterna che riforniva in volo gli F-16 dei ribelli. Cosa sapevano gli Stati Uniti del golpe e come mai i due caccia che hanno affiancato l’aereo di Erdogan in fuga da Marmaris non l’hanno abbattuto? Interrogativi che per il momento non avranno risposta.
Dietro ai soliti sospetti ci sono evidenti e solide realtà. La rottura con l’Occidente sugli interessi strategici della Turchia di Erdogan, che puntava a diventare il leader del mondo musulmano, la caduta di Morsi in Egitto, quella mancata di Assad, perseguita facendo affluire migliaia di jihadisti in Siria, l’incubo strategico di un possibile stato curdo ai confini, la guerra nell’Anatolia del Sud-Est contro il Pkk e anche contro i civili, una spaventosa raffica di attentati in casa con il terrorismo locale del Pkk e quello importato dal Medio Oriente. Il bilancio delle vittime turche e curde nell’ultimo anno è quello di centinaia di vittime in conflitti su più fronti, dentro e fuori. 
Questa è la grande responsabilità che Erdogan cerca di occultare: ha trascinato il Paese in guerra, polarizzato la società e ora rischia di giocarsi gli alleati storici mentre gli altri partner, da Putin a Israele, lo guardano con strumentale diffidenza. 
Dall’anatomia di questo golpe emerge soltanto una certezza. Un’altra Turchia sta per sorgere, con un Erdogan in apparenza più forte, deciso a blindare il potere della sua cerchia e una democrazia in liquidazione: non sono buone notizie per noi e un Medio Oriente in disgregazione.

Articolo pubblicato su Il Sole 24 Ore 
Fonte: Pagina Facebook dell'Autore 

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