di Peter Beaumont
Dopo attacchi come quello di Nizza, abbiamo bisogno di risposte. L’esigenza di capire è necessaria sia per proteggerci in futuro sia per affrontare le conseguenze dell’orrore. Qual era la motivazione dell’assassino? Aveva legami con altri individui? Come ha fatto ad arrivare alla decisione di uccidere? Questo desiderio di capire non è certo un fenomeno nuovo, anche se si è diffuso esponenzialmente con i mezzi di comunicazione moderni. Lo scrittore Joseph Conrad è stato un pioniere nell’esplorare questo territorio con il complesso personaggio di Verloc, l’attentatore anarchico, agente doppiogiochista e agitatore del romanzo L’agente segreto.
Di questi tempi quando un bianco compra delle armi per sparare nei cinema e nelle scuole viene collocato nella categoria dei cani sciolti. E inevitabilmente il focus si sposta sui suoi problemi psicologici e sociali. Se invece si tratta di una persona con un background musulmano viene immediatamente collocata in un’altra categoria: quella dei terroristi. Ma nel caso di attacchi come quelli di Nizza e di Orlando, questa distinzione diventa meno chiara.
Se in entrambi gli attacchi, come sembra, il punto cruciale non è tanto l’adesione al gruppo Stato islamico (Is) quanto il disagio personale degli attentatori, e se l’Is – o anche solo l’attenzione suscitata dalle stragi quando vengono rivendicate dall’Is – non è altro che il pretesto che legittima, nella testa del carnefice, l’omicidio di massa, allora forse non esiste più una distinzione significativa.
In parte il problema è che ormai ci aspettiamo di vedere alcune caratteristiche in questi attacchi, soprattutto in quelli di matrice jihadista. Tuttavia c’è uno sfasamento temporale nella nostra comprensione degli schemi della violenza.
Inevitabilmente si cercano prove del fatto che questi omicidi siano stati organizzati scrupolosamente, lasciandosi dietro una scia di email, contatti e dichiarazioni di intenti sui social network. Ci si aspetta inoltre di riuscire a individuare una traiettoria familiare che ha portato alla radicalizzazione o all’adesione al gruppo. Si cerca una spiegazione coerente.
Questo è il modello degli attentati dell’11 settembre e di Al Qaeda: atti violenti caratterizzati da uno scopo preciso e da una lunga pianificazione. È un meccanismo che abbiamo imparato a capire: gli individui venivano reclutati, andavano in campi di addestramento situati in zone di guerra e venivano coinvolti in piani che a volte avevano richiesto anni di pianificazione. Il nuovo tipo di attacchi appare molto diverso.
Un’innovazione cruciale dell’Is è stato il rovesciamento del meccanismo della responsabilità: il gruppo incoraggia genericamente gli individui a commettere atti violenti, che poi accoglie come omaggi cruenti gettati ai suoi piedi. È quanto emerge dalle dichiarazioni di un portavoce dell’Is come Abu Muhammad al Adnani, che nel 2014 incoraggiava attacchi ad hoc utilizzando qualsiasi mezzo a portata di mano, compresi i veicoli.
Una cornice letale
E se l’Is è organizzato nei luoghi in cui è forte ed è capace di creare cellule al di fuori del suo territorio, ha anche capito che per ampliare il suo impatto gli basta fornire una cornice letale agli attacchi, un gancio ideale per le persone arrabbiate ed emarginate.
Il punto cruciale, sottovalutato da molti, è che per l’Is non ha molta importanza l’esistenza di un legame reale con i responsabili degli attentati, né il fatto che i suoi “soldati” – come vengono chiamati nelle rivendicazioni del gruppo dopo gli attacchi – siano persone disturbate piuttosto che spinte da un’ideologia. La cosa davvero importante è che un’azione accada e che abbia il potere di spaventare, dividere e destabilizzare. Altrettanto importante è il fatto che l’attentato venga considerato ispirato dall’Is.
Anche se i governi e le forze di sicurezza occidentali sono consapevoli di questa dinamica, resta comunque difficile comunicarla a una popolazione spaventata, che considera questi ragionamenti soltanto sottigliezze prive di senso. Si tratta inoltre di un discorso molto rischioso.
Dire che la “radicalizzazione” può essere istantanea significa dare un’arma in più a persone come Donald Trump, che considerano qualsiasi musulmano come una potenziale minaccia. C’è poi un risvolto pratico: cosa implica per le forze dell’ordine il fatto che ciò di cui stiamo parlando è un’attrazione per la violenza individualistica e postideologica in cerca di un modello da copiare, ossia qualcosa di praticamente impossibile da contrastare.
Se esiste un parallelo che potrebbe servire da monito – e faccio questo paragone con estrema cautela e molti distinguo – lo si può rinvenire in alcuni eventi accaduti nel corso della cosiddetta “intifada dei coltelli” nei territori palestinesi occupati. In quel contesto, i responsabili della sicurezza israeliani più perspicaci, contrariamente ai leader politici, hanno presto ammesso che molti degli aggressori erano individui con problemi personali, per i quali l’atto violento – spesso frutto di emulazione – conferiva retroattivamente un senso alla loro morte. Anche in quel caso, un elemento in comune a molti episodi era l’assenza di segnali premonitori e la quasi totale assenza di legami con i gruppi che magari in seguito avrebbero lodato gli attacchi.
Questo significa che sarà necessario un ripensamento del modo in cui cerchiamo di descrivere questi eventi. E se l’idea stessa di radicalizzazione fosse sostanzialmente priva di significato e in realtà stessimo parlando di qualcosa di più vago, di più simile a una reazione emotiva? Un reazione in cui un individuo instabile e già incline a pensieri grandiosi, letali e narcisistici, prende in prestito le modalità e le idee di un determinato tipo di strage perché gli sono familiari.
La tragica realtà, e la genialità perversa del discorso dell’Is, è che tutto questo non ha importanza. L’Is dà la sua autorizzazione, sia attraverso i suoi canali e i mezzi di comunicazione tradizionali sia attraverso gli atti che rivendica.
E questo implica che la distinzione già falsa tra il “cane sciolto” disturbato e il terrorismo organizzato così come lo intendevamo è crollata del tutto. I nostri strumenti per comprendere le motivazioni dietro gli attentati non funzionano più.
Tornando a Conrad, tutto quello che ci rimane è il cartellino con il nome legato a Stevie, il giovane con disabilità intellettiva che l’agente doppiogiochista Verloc manda a consegnare gli esplosivi e che muore nell’attentato. Una violenza dalla forma sempre più inconoscibile.
Articolo pubblicato su The Guardian
Traduzione di Giusy Muzzopappa
Fonte: Internazionale

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