mercoledì 20 luglio 2016

Maledette primavere? Tradizione laica e profondità delle rivolte

Intervista a Salvo Vaccaro di A Rivista 
Sull'esito delle rivolte del 2010-2011 ha pesato molto anche l'interruzione della memoria rivoluzionaria. In paesi sottoposti da decenni a dominazioni oppressive e a dittatori civili o militari. La questione delle “primavere arabe” è molto complessa. Per capirne il significato e le conseguenze avute nel mondo arabo, ne parliamo con un docente universitario, anarchico, autore di un libro in materia dal titoloL'onda araba (Mimesis, 2012). Le rivolte, denominate dai media “primavere arabe”, che hanno avuto luogo in diversi paesi tra cui Tunisia, Marocco, Egitto, Yemen tra il 2010 e il 2011 sono terminate con controrivoluzioni che hanno dato vita a regimi autoritari di diverso tipo. Qual è la ragione, se anche tu la vedi così, del sostanziale fallimento delle sollevazioni?  
"Ovviamente occorre stare attenti a non generalizzare, ogni situazione è complicata e diversa, l'iter non è stato lineare da nessuna parte e le occasioni contingenti sono state singolari, anche se indubbiamente la spinta acceleratrice dell'avvio in Tunisia è stata determinante per la diffusione delle rivolte dappertutto nel mondo arabo, così come precedenti rivolte abortite o represse (ad esempio, fuori dal mondo arabo, in Iran qualche anno prima) hanno apportato insegnamenti e pratiche di collegamento, informazione e azione. Detto ciò, in stringata sintesi, direi che un fattore determinante è stata la concentrazione demografica degli strati giovanili – che in quei paesi contano fino e talvolta oltre il 50% dell'intera popolazione – soprattutto nei centri urbani, dove la rivoluzione ha avuto modo di manifestarsi appieno grazie alla “geografia” stessa della città in rivolta; ciò tuttavia ha comportato un'insufficiente diffusione della rivoluzione nelle periferie rurali di quei paesi, dove spesso si concentrano strati di popolazione più anziana, meno propensa alla “ginnastica” rivoluzionaria, più conservatrice insomma. Ciò implica, a mio avviso, una seconda ragione di fondo per il regresso delle rivolte arabe, ossia l'interruzione della memoria rivoluzionaria in paesi sottoposti da decenni a dominazioni oppressive di dittatori civili o militari, e anche laddove i governi locali si approssimano a standard di democrazia (pur in assenza o parzialità di stato di diritto), si sconta altresì la nemesi post-coloniale, conélite al governo che hanno studiato le arti del potere nelle accademie e nelle università delle nazioni imperiali che le hanno assoggettate per secoli, riproducendone, una volta conseguita l'indipendenza, modelli e pratiche."
Secondo l'analisi di alcuni ricercatori, tra cui il sociologo Mohammed Bamyeh, le rivoluzioni che si sono avute nei paesi arabi non erano prevedibili; non c'erano state avvisaglie o segnali che il popolo fosse in procinto di sollevarsi. Questo vuole probabilmente dire che le rivolte non sono scaturite da una generale presa di coscienza o dalla creazione di un movimento ben articolato, con una comunanza di obiettivi. Quanto tutto questo ha influito sul risultato fallimentare delle “primavere arabe”?
"Forse l'imprevedibilità sta tutta nelle nostre menti, situate lontane anni luce da quelle realtà che fatichiamo a comprendere. E comunque, quando si ha a che fare con corpi e menti vivi, non esiste alcuna scienza delle predizioni dei fatti. Ogni rivolta nasce da qualche seme radicato in un recente passato, ogni movimento di ribellione trova linfa in pratiche ribelli clandestine, sotto traccia, invisibili alle forze di polizia e ai servizi segreti, per emergere ed esplodere senza freni tutto d'un botto. Indubbiamente, se intendiamo leggere il fallimento delle rivolte a partire dall'assenza di un movimento strutturato di opposizione rivoluzionaria, dobbiamo avere ben chiaro che tale ottica di lettura appartiene alla nostra storia, alla nostra esperienza, ai nostri ideali progettuali. Non saprei quanto compatibili con le condizioni oppressive di regimi polizieschi, militari, dittatoriali, in società ancora stratificate per segmenti clanici, tribali (eccetto forse nelle metropoli) e legate in buona parte da sentimenti religiosi sui quali si consolida una resistenza politica e culturale al potere – ma anche di segno economico – che per noi, laici secolarizzati, risulta difficile capire."
Tornando agli anni 2010-2011, quali sono state le connotazioni libertarie e autogestionarie delle sollevazioni verificatesi nei paesi arabi? Nello specifico, ci sono stati gruppi che si sono richiamati direttamente all'anarchismo?
"Domanda difficile e impegnativa! In Palestina, in Egitto, in Tunisia, abbiamo visto bandiere con le A cerchiate sfilare nei cortei, segno di una presenza accettata, non saprei dire quanto profonda, ma senza dubbio legata da una certa condivisione culturale protrattasi negli anni, anche grazie a qualche contatto straniero. Analizzando i documenti delle rivolte arabe, emerge il dato indiscusso dell'insofferenza verso la corruzione del potere, in senso lato, quindi non solo moralistico, e la correlata domanda forte di affermazione di principi e valori democratici, soprattutto di pratiche democratiche in cui la rappresentanza non sia svuotata di senso (come ormai largamente nel nostro mondo occidentale), ma anzi sia vista come propedeutica alla partecipazione dei cittadini. Certo, è difficile aspettarci una cultura libertaria autoctona e persino analoga alla nostra, specie in paesi che non offrono strutture e istituzioni di acculturazione primaria e secondaria, mentre si riserva la cosiddetta alta formazione (universitaria) alle sole élite istituzionalizzate, ricche e affluenti del paese (come ho potuto constatare personalmente rispetto al caso libanese). D'altro canto, però, sembrerebbe che le metodologie di rivolta, di preparazione alla rivolta, siano orizzontali e partecipate, nei limiti sopra ricordati, perché solo così può nascere una rivolta non etero-diretta da partiti o formazioni clericali, come lo sono state quelle rivolte."
La mancanza di una tradizione laica, intenzionata a mettere fine all'influenza asfissiante della religione, può aver compromesso sin dall'inizio l'esito delle rivolte? Come si spiega l'acuirsi dell'integralismo islamico e la presa di potere dell'ISIS dopo le “primavere arabe”?
"Ma proprio quei paesi arabi dove sono scoppiate le rivolte sono i paesi in cui la tradizione laica è stata la più presente nei decenni scorsi, e se oggi risulta appannata dall'affermazione dell'integralismo religioso e dal fanatismo fondamentalista (che sono due cose leggermente differenti) è proprio grazie all'immenso credito politico ed economico di cui leader arabi corrotti e dittatoriali hanno goduto con le alleanze stipulate con le democrazie occidentali, cieche di fronte alle istanze della popolazione, non solo di natura economica, e cieche di fronte ai metodi repressivi dei governi caduti sotto l'incalzare delle rivolte. Le ribellioni hanno cercato di disfarsi dell'integralismo religioso (Tunisia, Egitto), ma troppo tardi quando tutto il mondo ha preteso consultazioni elettorali in cui le masse più diseredate hanno dato sostanzialmente consenso a quelle formazioni religiose e politiche che hanno utilizzato i fondi sovrani sauditi per finanziare una sorta di “welfare della povertà” (il caso di Hamas in Egitto e a Gaza è esemplare, ancor più presso i palestinesi che rappresentavano nei decenni passati, anche nell'immaginario europeo, la punta di diamante del laicismo rivoluzionario in Medio oriente). Eviterei di parlare di un ruolo dell'ISIS in quegli anni nel mondo arabo, esso nasce sulle ceneri dell'Iraq di Saddam Hussein, suoi sono i quadri militari e politici che costituiscono l'ossatura delle pratiche micidiali e assassine dell'ISIS (del resto, che facevano gli sgherri di Saddam se non gasare i curdi e massacrare gli sciiti nel sud dell'Iraq?). Lo stallo della militarizzazione siriana della rivolta ne ha favorito l'installazione in ampie aree della Siria, così come la disgregazione libica all'indomani dell'attacco Nato diretto all'eliminazione del dittatore Gheddafi ha favorito, non sappiamo quanto “voluto” dagli stessi strateghi, la penetrazione in Libia. L'ISIS ha sostituito Al Qaeda nell'immaginario fondamentalista musulmano, ma ha adottato e adotta strategie e tattiche totalmente differenti dalle politiche di Bin Laden & soci, accreditandosi come una sorta di stato-in-formazione, con controllo territoriale, pretesa fiscale, ferreo ordine pubblico, minima redistribuzione delle ricchezze saccheggiate, propaganda fidelizzata ad alto tasso digitale."
In questi anni c'è stato anche chi ha sostenuto che le rivolte siano state “teleguidate” per generare instabilità in Medio Oriente. Cosa pensi di queste concezioni, sono solo dietrologie?
"Per carità, tutto è possibile, pure che esista una Spectre nel Pentagono americano o nell'Esagono francese! Personalmente, non sono portato alle dietrologie “complottarde”, pur in presenza di finanziamenti non certo disinteressati di gruppi economici e formazioni politico-culturali occidentali verso organismi arabi dediti, ad esempio, alla comunicazione tramite social, il che è stata utile per socializzare tecniche di ribellione prima e poi, nelle fasi delle rivolte, per comunicare meglio senza farsi intercettare facilmente. Ma da qui ad una etero-direzione mi sembra eccessivo e ingrato verso chi è sceso in piazza rischiando la vita e il proprio futuro. Per l'instabilità medio-orientale bastano e avanzano le politiche occidentali, l'ingerenza delle potenze (non da ultimo la Russia), l'endemico conflitto israelo-palestinese, l'asimmetria degli scambi economici e commerciali sud-nord, la cecità europea degli anni passati sull'area mediterranea, il suicidio politico delle politiche di accoglienza a fronte di qualche centinaio di migliaio di migranti. In una prospettiva più ampia, mantenere calda la situazione nel medio oriente arabo, ma non solo perché la questione dell'Iran non è araba, fa comodo ad una strategia globale del divide et impera di romana memoria, al fine di precludere una ipotetica autonomia europea dalla sfera di influenza americana, a zavorrare economie dei costi di guerre permanenti e conflitti sociali (Russia ad esempio), a ridimensionare le fortune finanziarie di potentati privati o di fondi sovrani arabi data la fibrillazione delle borse globali ad ogni segnale di guerra, a pilotare il prezzo del componente energetico ancora oggi prioritario per la crescita economica mondiale. Sono certo che per ciascuno di questi fattori, le potenze che contano studiano e ipotizzano scenari e simulano tattiche immediate e strategie di medio periodo, sulla pelle delle popolazioni ridotte a comparse sacrificabili nel risiko del potere mondiale."

Fonte: A Rivista 

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