di Carl Boggs
Non si è sentito granché ultimamente dai Democratici a proposito della politica estera o di programmi globali, in effetti virtualmente nulla, alla Convenzione di Filadelfia e poco meritevole di menzione lungo il percorso della campagna elettorale. I molti sostenitori liberali (e, tristemente, progressisti) di Hillary Clinton si mantengono lontani da qualsiasi cosa sia collegata alla politica estera; parlano, parlano, parlano invece dell’”esperienza” della candidata, con obbligatori cenni d’assenso ai suoi illuminati programmi sociali.
C’è solo la rituale demonizzazione di quello spaventoso dittatore, Vladimir Putin, considerato sull’orlo dell’invasione di qualche sfortunato paese europeo. Persino il mesto appoggio di Bernie Sanders alla sua iniziale nemica, denunciata non molto tempo fa come uno strumento di Wall Street, non avuto nulla da dire su temi globali. Ma non ci si dovrebbe lasciar ingannare: ci si può aspettare che una presidenza Clinton, che sembra più probabile ogni giorno che passa, aizzi un risorgente imperialismo statunitense, determinando nuovi cicli di militarismo e di guerra. Il silenzio è illusorio: i clintoniani, oggi come in passato, sono davvero ossessionati dalla politica internazionale.
C’è solo la rituale demonizzazione di quello spaventoso dittatore, Vladimir Putin, considerato sull’orlo dell’invasione di qualche sfortunato paese europeo. Persino il mesto appoggio di Bernie Sanders alla sua iniziale nemica, denunciata non molto tempo fa come uno strumento di Wall Street, non avuto nulla da dire su temi globali. Ma non ci si dovrebbe lasciar ingannare: ci si può aspettare che una presidenza Clinton, che sembra più probabile ogni giorno che passa, aizzi un risorgente imperialismo statunitense, determinando nuovi cicli di militarismo e di guerra. Il silenzio è illusorio: i clintoniani, oggi come in passato, sono davvero ossessionati dalla politica internazionale.
Una Hillary trionfante, più “razionale” ed “esperta” del matto e imprevedibile Donald Trump potrebbe ben avere una via più libera a mosse imbaldanzite da superpotenza non solo in Europa, ma anche in Medio Oriente, Asia Centrale e Pacifico. Anche se la candidata non ha rivelato molto ultimamente risulta aver promesso di “opporsi” alla Russia e alla Cina, di affrontare l’”aggressione” russa, di intensificare la guerra al terrorismo e di distruggere l’Iran nel momento stesso in cui esca dai binari (o i “servizi statunitensi” decidano che è uscito dai binari) del suo accordo con le potenze globali sul nucleare. Sotto la Clinton i Democratici potrebbero ben essere in una posizione migliore per ridare la carica alla loro storica eredità di Partito della Guerra. Uno dei grandi miti politici (e ce ne sono molti) è che i liberali statunitensi siano inclini a una politica estera meno belligerante che non i Repubblicani, che siano meno militaristi e più favorevoli alla “diplomazia”. Riferimenti a Woodrow Wilson nella prima guerra mondiale e in Messico, a Harry Truman in Corea, a JFK e LBJ in Indocina, a Bill Clinton nei Balcani e ovviamente a Barack Obama in Afghanistan (otto anni di guerra futile), in Libia (anche “Guerra di Hillary”) e a operazioni sparse in Medio Oriente e nel Nord Africa dovrebbero essere sufficienti a sfatare tale sciocchezza. (Quanto a FDR e alla seconda guerra mondiale, ho scritto estesamente che gli attacchi di Pearl Harbour furono provocati deliberatamente da azioni statunitensi nel Pacifico, ma quella è una storia più complicata).
In una specie di stravolgimento politico la candidatura del “demenziale” Trump – con il suo flusso quasi quotidiano di affermazioni e proposte bizzarre – in realtà è parecchio utile alla missione neoliberista/neoconservatrice della Clinton, dando lustro alla sua persona esternamente più razionale. Trump, ovviamente, è sin troppo irrazionale, troppo narcisista, troppo instabile per assumere il ruolo di Comandante in Capo. Chissà cosa potrebbe succedere una volta che le sue mani agitate arrivino in prossimità del “pulsante nucleare”? Peggio ancora egli è uno sfidante genuino per la Casa Bianca che risulta arruffianata con quel dittatore imperialista, quel gran nemico della sovranità nazionale, Putin! Nessuna necessità di discussioni o dibattiti al riguardo. Ne segue che Hillary sarà più affidabile (anche se meno “attendibile”), più controllata; chiaramente la scelta migliore per gestire affari imperiali. Perché, altrimenti, tutti quei super-falchi neoconservatori e Repubblicani sarebbero così felici di sottoscrivere il progetto clintoniano? L’alleanza tra Hillary e gli intransigenti in politica estera ha, tuttavia, scarsamente smorzato l’entusiasmo della sua falange di sostenitori liberali e progressisti, che parlano, parlano, parlano all’infinito del suo formidabile “pragmatismo”, della sua capacità di “ottenere che le cose siano fatte”. (Che lei sia in grado di “ottenere che le cose siano fatte” in politica estera è fuori discussione).
Ci si può aspettare che una nuova presidenza Clinton rafforzi ulteriormente la spinta USA/NATO a strangolare e isolare la Russia, il che significa “crisi” aggravate in Ucraina e scontri preoccupanti con una potenza militare rivale in una regione satura di armi nucleari (tattiche, “utilizzabili”). Cambiamento di regime in Siria? Hillary ha in effetti spinto con forza per quell’atto di guerra autolesionista, assieme a una zona d’interdizione al volo illegale e provocatoria, non avendo imparato nulla dall’estremo caos e dall’estrema violenza che, da Segretario di Stato, ha fatto così tanto per scatenare in Libia. Non c’è attualmente alcun segnale visibile che lei uscirebbe dalla protratta e criminale guerra in Afghanistan, una ricca fonte di contraccolpi (assieme a Iraq, Siria, Libia, Yemen e Israele). Bombardamenti aerei intensificati contro l’ISIS in Iraq, Siria, Libia e altrove? Maggior dispiegamento di soldati statunitensi sul campo? Tali avventure, con altre potenzialmente all’orizzonte, corrispondono a ricette elaborate per altri contraccolpi, seguiti da altroisterismo antiterroristico, seguito da altri interventi. Sostegno economico, diplomatico e militare senza compromessi alle atrocità israeliane in Palestina? Aggressivo perseguimento della gravemente sbagliata strategia del “Perno Asiatico”, un tentativo rivitalizzato di sovvertire la potenza economica e militare cinese, una delle speciali crociate della Clinton? Nessuna meraviglia che i Paul Wolfowitz e i Robert Kagan siano deliziati di schierarsi dalla parte di Hillary.
Nemmeno nessuna meraviglia che il super-falco miliardario Haim Saban abbia promesso di spendere tutto quanto necessario per riportare i Clinton alla Casa Bianca, convinto che la sua presidenza farà di tutto per mantenere la sottomissione coloniale palestinese. Incontrando Saban a luglio, Hillary ha nuovamente promesso di “opporsi a ogni tentativo di delegittimare Israele, anche presso le Nazioni Unite o attraverso il movimento di Boicottaggio, Disinvestimenti e Sanzioni”. Sostiene iniziative legislative avviate in numerosi stati per mettere a tacere e inserire in una lista nera persone che lavorano nell’interesse dei diritti dei palestinesi. In questo il suo celebrato “pragmatismo” potrebbe funzionare molto efficacemente.
Le élite Democratiche dicono pubblicamente poco a proposito di queste e altre priorità imperiali, preferendo cliché familiari come “riportare lavoro” (non succederà) e “guarire il paese” (non succederà). Il silenzio risulta funzionare squisitamente in una cultura politica in cui un dibattito aperto e vigoroso sulla politica estera è in larga misura un tabù e il discorso dell’élite raramente supera il livello di stereotipi banali. E gli adoranti sostenitori liberali e progressisti di Hillary seguono il copione (o il non-copione) agitando contemporaneamente lo spauracchio su come una presidenza Trump distruggerà il paese (adesso che la minaccia Sanders è svanita).
In mezzo al trambusto Trump è curiosamente emerso a sinistra della Clinton su molti temi globali chiave: collaborare con i russi anziché combatterli, mantenere viva una forte critica della guerra dell’Iraq e del continuo caos regionale e dei contraccolpi che ha generato, smorzare l’entusiasmo per altre guerre in Medio Oriente, eliminare accordi di “libero scambio”, disponibilità a ripensare l’obsoleta alleanza della NATO. Se Trump, per quanto azzardatamente, riesce ad afferrare la dinamica storica dei contraccolpi, lo schieramento Clinton resta o indifferente o inetto, tuttora pronto a nuove avventure armate, cinicamente pubblicizzate, come nei Balcani, in Iraq e in Libia, in base all’imperativo morale di difendere qualche male indicibile, solitamente un “nuovo Hitler” che scatena un “nuovo genocidio”. Chi ha bisogno gli sia ricordato che le promesse interne della Clinton, quali che siano, diverranno nulle e vuote una volta che urgenti “crisi” globali avranno la precedenza? Il Pentagono, dopotutto, viene sempre per primo.
Naturalmente Trump non è un grande affare; un guerriero combattivo alla ricerca di uccidere draghi appostati in un mondo buio e minaccioso – una specie di Rambo di alto livello – ed è questo che egli propaganda felicemente e ripetutamente. Come il mitico Rambo egli è anche un cane sciolto incontrollabile, eccentrico, incline a “soluzioni” avventate, anche con grande sconcerto dell’ufficialità Repubblicana. Ed egli è anche enfaticamente e impenitentemente islamofobo. All’altro estremo la Clinton emerge mediaticamente come la più “razionale” ed “equilibrata” dei candidati, idealmente adatta ad attuare i necessari programmi imperiali. Un’uggiosa narrazione dominante è che Hillary sia “uno dei candidati meglio preparati ed esperti per perseguire la presidenza”. Ed è intelligente, molto intelligente, quali che siano i suoi difetti. Assolutamente il meglio per proseguire la lunga storia dei Democratici esperti nel mostrare al mondo chi è il capo. I media, per parte loro, adorano questi Democratici, un altro motivo per cui Trump risulta avere possibilità ridotte di vincere. Inoltre la ben finanziata e rigorosamente organizzata macchina della Clinton può contare su maggioranze in qualche misura superiori tra le donne, i neri e gli ispanici, non solo per la marcia alla Casa Bianca ma, più sinistramente, per accompagnare lo spettacolo imperiale del giorno del Partito della Guerra. Quasi qualsiasi corsa – cambiamento di regime, bombardamenti, violazioni di trattati, “stalli” in stile JFK – può sfuggire all’esame politico se attuato da Democratici “umanitari”, amanti della pace. La guerra di Bill Clinton per combattere “genocidi” e “pulizia etnica” nei Balcani, semplici coperture per semplicemente un’altra manovra geopolitica di USA/NATO, costituisce un paradigma perfetto al riguardo.
C’è una logica speciale per l’esplosiva miscela di neoliberismo e militarismo dei clintoniani. Essi, come tutti i Democratici filo-industriali, sono completamente allineati con alcuni degli interessi più potenti del mondo: Wall Street, l’economia bellica, i combustibili fossili, Big Pharma, la lobby israeliana. Hanno anche legami intimi con forze reazionarie globali: il regime neofascista in Ucraina, Israele, Arabia Saudita, altri stati del Golfo. In questo scenario industrialista e imperialista l’”illuso” e “folle” Trump diventa fin troppo inaffidabile per entrare nell’Ufficio Ovale; potrebbe troppo facilmente incasinare il compito di gestire la supremazia globale statunitense. A marzo 121 membri della “comunità della sicurezza nazionale” Repubblicana, tra cui i guerrafondai Wolfowitz, Robert Kagan e Brent Scowcroft, hanno firmato una lettera aperta di condanna di Trump per non essere sufficientemente devoto agli interessi statunitensi (e israeliani?). Trump ha aggravato il suo imbarazzo rifiutandosi di rendere omaggio agli “esperti”, quegli stessi geni della politica estera che hanno contribuito a orchestrare il disastro iracheno. Una lettera più recente (e più urgente) con grosso modo lo stesso messaggio è arrivata alla sfera pubblica. Prevedibilmente l’”inaffidabilità” di Trump quanto a sovrintendere agli obiettivi globali statunitensi è stata un leitmotiv di CNN, New York Times, Washington Post e Wall Street Journal.
Tornando a quel carnevale politico che è stata la convenzione Democratica, in mezzo a tutto l’ininterrotto agitar di bandiere e gridare “USA!” Hillary ha fatto quello che ha ritenuto un riferimento ispiratore a Jackie Kennedy, quando parlò alla vigilia (1961) dell’ascesa di suo marito alla Casa Bianca. Di Jackie è stato riferito che avesse detto “che ciò che ha preoccupato il presidente Kennedy durante quel periodo molto pericoloso è stato che la guerra potesse essere scatenata non dai uomini dotati di autocontrollo ed equilibrio, bensì da uomini piccoli, quelli mossi da paura e superbia”. Possiamo dedurne che JFK fosse uno di quegli “uomini grandi” dotati di “equilibrio”. La storia mostra, tuttavia, che lo stimato marito di Jackie fu un architetto dell’episodio probabilmente peggiore di barbarie internazionale della storia statunitense: la guerra del Vietnam con le sue inimmaginabili morti e distruzioni, arrivata nel periodo della raffazzonata invasione di Cuba a guida della CIA del Grand’Uomo e seguita da vicino dalla crisi dei missili cubani, in cui l’”equilibrio” del Grand’Uomo portò il mondo spaventosamente vicino alla catastrofe nucleare. Quando alla “paura” e alla “superbia” nulla permea di più di quelle due ossessioni psicologiche la biografia di JFK.
Potrebbe essere che Hillary Clinton, per quanto inconsciamente, in quel momento epico – la sua vittoria della nomina – abbia rivelato nient’altro che la sua stessa mentalità profondamente imperialista?
Da ZNetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo
Originale: Counterpunch
Traduzione di Giuseppe Volpe
Traduzione © 2016 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

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