martedì 9 agosto 2016

Il genocidio è un crimine internazionale controverso?

di Richard Falk
In questo libro notevolente originale, strano e brillante, Philippe Sands solleva una domanda inquietante tra un groviglio di argomenti affascinanti trattati in tutto il libro: East-West Street: On the Origins of Genocide and Crimes against Humanity (New York: Knopf, 2016). E’ nello stesso tempo una biografia multipla (con l’aggiunta di un po’ di autobiografia), una favola di giurisprudenza e resoconto violento dell’orripilante impatto che le crudeli politiche naziste ebbero sulla vita dei membri della famiglia dell’autore e anche su quella dei suo eroi per i diritti umani.
La domanda inquietante è questa: era stata una decisione saggia e pratica tenere separato il crimine di genocidio dal quadro legale della legge penale internazionale usata per valutare la responsabilità individuale dei sopravvissuti leader nazisti politici e militari e poi successivamente usato nel trattare le atrocità di massa passate e presenti?
Riflettendo sui miei interessi nel corso degli anni circa l’uso e l’abuso del linguaggio del genocidio, ho scoperto che questa è la dimensione più provocatoria e duratura di questo libro affascinante per molteplici motivi, dove Sands mostra la sua versatilità di giurista, di professionista della legge, di giornalista investigativo e di storico dilettante dell’Olocausto poiché esso ha tormentato una piccola regione della Polonia contemporanea che per caso è stato il luogo di nascita di suo nonno e anche di due dei più famosi “contributori” allo sviluppo della legge penale internazionale del secolo scorso. Il titolo del libro è oscuro fino a quando noi lettori non scopriamo che l’ East-West Street percorre Tutta la lunghezza della piccola città della Polonia attuale, da dove ebbero origine e dove hanno risieduto queste tre famiglie, fino a quando gli avvenimenti importantissimi degli anni ’30 li costrinsero a cercare un rifugio, spostandosi verso Occidente.
Il libro East-West Street, può essere letto da molte differenti angolazioni, ed è diviso in non meno di 158 capitoli oltre a un prologo che spiega in che modo un viaggio intellettuale/letterario così insolito ha avuto un tale inizio casuale, con un invito a una conferenza ricevuto dall’autore, e un epilogo che cerca di riassumere l’interazione Giuridica tra i due primi architetti dei fondamentali crimini internazionali (Sir Hersch Lauterpacht e Rafael Lemkin) e i crimini stessi (crimini contro l’umanità e genocidio). Ciò che crea la tensione drammatica nel modo in cui Sands tratta questa interazione, è il contrasto tra una logica tipica della giurisprudenza che è focalizzata sui crimini commessi contro singoli individui, in contrasto con una logica in concorrenza che mette in risalto i crimini contro i gruppi. Secondo Sands ci sono anche in gioco le personalità contrastanti e gli approcci legali di Lauterpacht, l’esperto professoriale, freddo, pragmatico e rispettato, e di Lemkin, l’estraneo spinto dall’emozione preoccupato, che ha dedicato la sua vita adulta a fare pressioni sui governi perché sostenessero il genocidio in quanto crimine, e che in qualche modo è riuscito a ottenere dei risultati.
Sullo sfondo di questa titanica lotta d’idee, c’erano le storie personali degli individui coinvolti le quali, in effetti, hanno fornito le motivazioni private per questi atti pubblici così influenti. Una coincidenza straordinaria di cui Sands ha fatto un eccellente uso letterario, sorge dal fatto che, sia Lauterpacht che Lemkin erano collegati, nei loro primi anni e studi, a una piccola città, che ha avuto vari nomi e che è passata di mano otto volte tra il 1914 e i 1945, essendo stata governata in tempi diversi, da: Germania, Polonia e Unione Sovietica. Il nome che è durato di più durante il periodo coperto in questo libro, è Lemberg, anche se oggi la città è nota con il nome polacco, Lviv. Ciò che forza la credibilità quasi fino al punto di rottura, è che anche il nonno di Sands, Leon Bucholz, era nato a Lemberg, ed intorno alle vite di questi tre uomini di legge che Sands tesse una complessa struttura narrativa che è sorprendentemente piacevole. Gran parte del libro è dedicata con appassionata attenzione ai dettagli più minuziosi, al modo in cui le loro vite e sensibilità personali siano state modellate dalla loro partenza da Lemberg prima che cadesse in mani naziste, e dal dolore associato con la realtà struggente di perdere il contatto con le loro famiglie che restavano lì. Soltanto tardivamente, anni dopo, ognuno di loro scoprì realmente le esperienze spaventose della vittimizzazione mortale sperimentata dai membri della famiglia dopo che i Nazisti si erano impadroniti di quello che era stato territorio polacco sovrano. E’ stato straordinario che il silenzio soltanto abbia potuto concedere dignità agli eventi che furono evidentemente sperimentati come indicibili e in grado di paralizzare un’immaginazione morale sensibile.
Considerato uno sfondo di questo genere, ci si deve aspettare che il libro esamini da vicino la persona e il comportamento di Hans Frank, uno dei 21 nazisti processati a Norimberga, che aveva operato come crudele e devoto Governatore Generale della Polonia durante gli anni della guerra quando il paese era caduto in mani tedesche ed era diventato il più famigerato campo di stermino dell’era nazista. E’ anche molto rilevante che tre uomini, la cui vita e carriera sono il punto focale della narrazione, a cui è stata data ulteriore realtà da documenti e foto di famiglia sparpagliate, fossero ebrei, anche se nessuno aveva alcun notevole impegno religioso. Le loro vite e carriere, furono determinate in molti modi, da questa identità ebraica e da ciò che questo significava in un periodo di persecuzione e di sterminio di massa. L’interesse per Frank è rafforzato dalla straordinaria collaborazione di Sands con il figlio di Frank, Niklas, con cui visita l’aula di giustizia di Norimberga dove, 68 anni prima, una condanna a morte era stata inflitta a suo padre. Non soddisfatto del coinvolgimento di Niklas, Sands persuade anche Horst, figlio di Otto von Wacher, che amministrava per conto dei governanti nazisti una zona che comprendeva Lemberg e che prima era stato compagno di studi di Lauterpacht nella facoltà di Legge nella locale università, a collaborare alla ricostruzione degli avvenimenti. Questi collegamenti tra generazioni hanno condotto Sands a scrivere la sceneggiatura e a rappresentarla come documentario: My Nazy legacy: What our Fathers Did[La mia eredità nazista: che cosa che cosa hanno fatto i nostri padri] la cui prima è stata presentata nel 2015 al Tribeca Film Festival , ricevendo riconoscimenti e premi.
Tale tentativo di far rivivere questi eventi storici, illustra gli adattamenti contrastanti al tempo presente in cui Niklas sente che il padre ha pienamente meritato la punizione ricevuta a Norimberga, mentre Horst esibisce un morboso orgoglio, ricordando la prominenza del padre, senza alcun segno di vergogna e non si rammarica neanche del ruolo avuto dal padre nell’attuazione delle malvage politiche degli occupanti nazisti. Philip Sands si pone sia dentro sia fuori questo passato apocalittico, cercando di mettere insieme i pezzi in un coerente resoconto pluri- dimensionale senza perdere il contatto con il suo personale coinvolgimento in questa enorme tragedia familiare.
Mettendo da parte i livelli biografici e autobiografici affascinanti della costruzione fatta da Sands di queste varie vite, desidero concentrare le mie osservazioni sulle eredità legali collegate a Lauterpacht e a Lempkin, dipinte con tale vivacità in tutto il libro e che raggiungono il culmine a Norimberga. Come osserva Sands, i crimini contro l’umanità (CAH – Crimes against Humanity) e il genocidio, erano entrambe idee giuridiche radicali e innovative che cercavano di criminalizzare le atrocità naziste.
L’idea di CAH era focalizzata sul proteggere l’individuo contro la criminalità di qualsiasi stato, compreso il proprio, mentre si concepiva che il genocidio criminalizzasse l’uccisione di massa gruppi etnici o religiosi identificabili come distinti. Lauterpacht ha, in parte, inventato l’idea di CAH con l’intenzione di denunciare l’impunità che tradizionalmente era collegata al crimine da un governo sovrano contro individui soggetti alla sua giurisdizione territoriale e che quindi preservava chi agiva per conto di uno stato, da qualsiasi tipo di responsabilità personale. I CAH lanciavano una sfida legale diretta a una sovranità territoriale incondizionata e alla prevalenza di una monarchia assoluta che aveva a lungo dominato l’ordine mondiale incentrato sullo stato, istituito in Europa dalla Pace di Westfalia nel 1648. Tale impunità continuò a essere una caratteristica dell’ideologia nazionalista, nonostante la Rivoluzione Francese e l’emergere del costituzionalismo democratico. I successivi numerosi tentativi di rendere internamente responsabili i governi dei loro atti tramite la legge e una varietà di procedure costituzionali, comprese le elezioni, non si estendevano al comportamento esterno. Ciò che ha fatto in modo che i CAH fossero un passo avanti così radicale, è stata questa insistenza su una certa misura di responsabilità esterna o internazionale per mezzo della legge.
Lemkin, da parte sua, inventò, quasi del tutto da solo, il crimine di genocidio, compresa anche la parola. Era guidato dalla convinzione incrollabile che criminalizzare il tipo di politiche razziste messe in pratica dalla Germania nazista, era urgentemente necessario, per salvare la civiltà dalla ripresa della barbarie. Sembra che Lemkin fosse inizialmente disposto a criminalizzare questo comportamento, a causa della sua reazione di shock all’uccisione in massa degli Armeni nel 1915, e dell’assenza di qualsiasi risposta internazionale di tipo punitivo inserito nella legge internazionale. Credeva ferventemente che il letale virus politico che dava origine a tale comportamento collettivo fosse una forma separata di criminalità che non dovrebbe mai essere fusa con una serie di atti criminosi separati, per quanto gravi, che erano diretti contro gli individui.
Avrei pensato che ci fossero tutte le ragioni di appoggiare entrambe le forme di criminalità come reazione all’esperienza nazista, e, in una certa misura, lo pensa anche Sands. Il principale ostacolo tecnico, discusso da Sands soltanto superficialmente per l’azione penale per questi crimini a Norimberga, fu la proibizione per le applicazioni retroattive delle leggi penali. Infatti, il Giudizio di Norimberga aveva dedicato notevole energia a dimostrare il suo rispetto per la proibizione, appoggiando i CAH soltanto se le azioni in questione potevano essere connesse all’inizio della guerra nel 1939; in altre parole, dal 1933 al 1939, i primi anni del regime nazista, i reati di coloro che agivano per conto del governo tedesco, continuarono a essere protetti dall’impunità a livello internazionale. In seguito, l’adozione da parte dell’Assemblea Generale dell’ONU dei principi di Norimberga,
ratificati ora da più di mezzo secolo di pratica statale dà ai CAH lo status di norme obbligatorie in base alla consueta legge internazionale, non più necessariamente collegata alla guerra di aggressione. Oltre a questo, questi Principi sono oramai considerati ‘norme perentorie’ o semplicemente jus cogens che non possono essere modificate da un’azione governativa, e che possono essere cambiate soltanto sostituendole con un’altra norma perentoria.
Il genocidio ha avuto un viaggio in un certo modo simile, dopo essere stato messo ai margini a Norimberga, con grande delusione di Lemkin. La sua personale crociata per ottenere che il genocidio fosse incluso tra i crimini di cui erano accusati i nazisti, fallì. Non scoraggiato da questo ostacolo, la perseveranza incrollabile di Lemkin fu presto ricompensata. La Convenzione sul Genocidio entrò in vigore nel 1950 e, come osserva Sands, quasi istantaneamente il genocidio il ‘crimine dei crimini,’ la forma più stigmatizzante di criminalità, la cui che quando viene commesso ha come conseguenza una macchia permanente sul carattere nazionale di un regno sovrano che si scopre si stato colpevole di genocidio. Ci sono state varie accuse di genocidio, nel corso dei secoli; la Cambogia, la Bosnia e il Ruanda ne sono gli esempi più famigerati.
Sands si situa non proprio equidistante in rapporto a questi due giganti della giurisprudenza. La sua vita accademica e le sue relazioni personali lo resero propenso
a stare dalla parte di Lauterpacht, celebrando il suo successo di aver introdotto i CAH nel tessuto dell’esperienza di Norimberga, e da lì diventare una norma fondamentale nella nascita di una legge penale internazionale e un crimine incluso nello Statuto di Roma che crea una cornice legale per la Corte Penale Internazionale. Sands è sfacciatamente elogiativo, perfino sbigottito, credendo che Lauterpacht fosse riconosciuto come “la straordinaria mente legale del ventesimo secolo e padre del movimento moderno per i diritti umani.” [loc. 254]. Lauterpacht, come influente professore di Cambridge, in seguito eletto alla Corte Internazionale di Giustizia, divenne membro dell’establishment britannico e fu ammirato dal punto di vista professionale per la sua prodigiosa produzione di studioso che esibisce il suo approccio impegnato anche se prudente allo sviluppo della legge internazionale. Secondo Lauterpacht, affinché questo sviluppo fosse autentico, doveva sorgere dalla pratica degli stati sovrani. Aveva un apprezzamento entusiasta dei limiti di ciò che era politicamente fattibile e legalmente adeguato, ed era rispettoso verso modelli di statalismo che forse riflettevano la sua rivelazione, quando era allievo di Hans Kelsen, il grande formalista e positivista austriaco. In un libro costruito intorno ai collegamenti organici tra il personale e il pubblico, non è certo sorprendente che venga fuori che Sands sia stato uno studente di Cambridge e che Eli Lauterpacht, il giurista figlio di Hersch, fosse suo insegnante e fonte collaborativa di informazioni sul suo famoso padre. Questo fornisce un ulteriore esempio dell’interesse di Sands per i padri e i figli. Purtroppo, per il su schema delle cose, Lemkin non si sposò mai e non ebbe mai figli.
Hersch Lauterpacht era apertamente scettico riguardo al genocidio, considerandolo ‘non pratico,’ perfino un impedimento allo sviluppo realistico della legge internazionale. Sands non è mai completamente chiaro circa il motivo per cui un crimine che sembrava rappresentare proprio l’essenza della vittimizzazione degli ebrei e di altri, si sarebbe dovuto mettere da parte in base alla sua praticabilità nel periodo precedente ai processi di Norimberga. En passant, dice che la riluttanza di americani e britannici di mettere in stato di accusa un crimine del genere a Norimberga, era collegata allo sbatacchiare di scheletri nei loro rispettivi armadi della storia; la decimazione sistematica degli Americani nativi e una molteplicità di pratiche coloniali britanniche. Secondo Sands, “Lauterpach non aveva mai abbracciato l’idea di genocidio. Fino alla fine della sua vita, era sprezzante sia dell’argomento e, più gentilmente, dell’uomo che lo aveva escogitato, anche se ne riconosceva la qualità dell’aspirazione. [loc. 6700). Sands non si riferisce agli aspetti difficili del genocidio in vari luoghi – specialmente alla difficoltà di un avvocato di trovare una prova sufficientemente forte dell’intento criminale appropriato di convincere un tribunale, considerando che quelli che si coinvolgono in un genocidio, raramente lasciano una documentazione cartacea che soddisfi coloro che giudicano e sono consapevoli che per ottenere un verdetto di colpevolezza in risposta a un genocidio, è una punizione indiretta di una nazione e del suo popolo e anche degli individui accusati.
Riguardo a questo, anche se il crimine di genocidio non fa parte dei procedimenti formali a Norimberga, la Germania è stata accusata di ‘genocidio’ nel tribunale dell’opinione pubblica, e i tedeschi, qualunque sia il loro rapporto con l’esperienza nazista, sembrano destinati a vivere perpetuamente sotto questa nuvola oscura. Come molti hanno osservato, e come io ho sperimentato, questa profonda consapevolezza tedesca di una colpa storica, spiega un’eccessiva deferenza verso le politiche dello stato di Israele e la relativa paura che qualsiasi critica del comportamento di Israele, comunque giustificata, sarà percepita come anti-semitismo. A questo riguardo, c’è un’obiezione reale alle accuse formali e informali di genocidio, perché questo impone la colpa non soltanto agli individui che hanno agito per lo stato, ma anche alla nazione nel suo complesso. C’è un argomento collegato, non sollevato da Sands, del grado di complicità con il nazismo che è giusto attribuire al popolo tedesco in generale, e se questa complicità getterebbe la sua ombra sulle generazioni future.

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
Originale: Richardfalk.com
Traduzione di Maria Chiara Starace
Traduzione © 2016 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY NC-SA 3.0

Nessun commento:

Posta un commento

Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.