mercoledì 10 agosto 2016

Il neocolonialismo dei paradisi fiscali

di Dan Glazerbrook
Kwame Nkrumah era il leader del movimento indipendentista Ghaniano negli anni ’50, che eventualmente guido’ il paese nel divenire la prima nazione nera Africana nel rimuovere il giogo Britannico nel 1957. Nkrumah sapeva pero’ che la nazione di cui era a capo rimaneva legata all’economia mondiale coloniale e avrebbe richiesto molto di piu’ dell’indipendenza formale per raggiungere la liberta’ completa. Egli descrisse la condizione dell’indipendenza politica unita con la dipendenza economica come “neocolonialismo” che, diceva, aveva lo scopo di “mantenere gli standard di vita molto bassi” nelle ex nazioni colonizzate “nell’interesse delle nazioni sviluppate” e di preservare “il pattern coloniale del commercio e dell’industria”.
Egli faceva notare specificamente che “il potere finanziario delle nazioni sviluppate viente usato in modo tale da impoverire quelle meno sviluppate”. Questa breve frase descrive precisamente il ruolo principale del network globale odierno dei paradisi fiscali.
Mentre non esiste una singola definizione , accettata internazionalmente, di cio’ che costituisce esattamente un paradiso fiscale, non c’e’ pero’ disaccordo su quanto riguarda i grossi tratti della loro attrazione: la possibilita’ per il capitale di sfuggire alle regole, allo scrutinio e alle leggi fiscali delle societa’ in cui era stato generato. E’ difficile sopravvalutare la grandezza e il significato per l’economia globale, secondo Ronen Palan, una delle autorita’ accademiche, esperto dei “paradisi fiscali”; i paradisi hanno in deposito circa il 20%, stimato, di tutta la ricchezza privata, amministrando quasi la meta’ della valuta totale mondiale, conducono l’80% di tutte le transazioni finanziarie internazionali e sono responsabili di quasi il 100% delle transazioni di cambio di valuta estera (valutata a 2 trilioni di dollari al giorno). Non sorprende, quindi, che 99 delle imprese piu’ grandi Europee hanno sussidiarie nei paradisi fiscali. Il giornalista investigativo Nicholas Shaxson ha commentato:’ il sistema dei paradisi non e’ solo una branca colorita laterale dell’economia globale, ma e’ situato proprio nel suo cuore”. Questo pero’ non e’ sempre stato cosi’. Mentre i paradisi fiscali all’inizio cominciarono ad apparire negli anni ’30, la loro affermazione come centri finanziari mondiali importanti coincise precisamente con la fine di (la maggior parte) del colonialismo formale.
Mentre la maggior parte dell’Impero Britannico aveva ottenuto l’indipendenza entro la fine degli anni ’60, la Gran Bretagna rimase in controllo di un numero significativo di avamposti isolani distribuiti su tutto il globo. Alcuni di questi, come le isole Chagos e Falkland, divennero avamposti per la proiezione del potere militare. Le isole Chagas, per esempio, furono completamente evacuate della popolazione indigena e trasformate in una base militare USA che ha avuto un ruolo cruciale nel rifornimento dei jet bombardieri in volo verso il Medio Oriente, come pure localita’ attrezzate per il nefasto programma di rendizione della CIA. La maggior parte delle isole, pero’, fu destinata a un altro, seppure connesso, scopo: agire quali veicoli finanziari per il saccheggio finanziario delle ex colonie, incanalando le loro ricchezze verso la terra imperiale. Le isole piu’ vicine alla madrepatria erano le tre Dipendenze della Corona di Jersey, Guersney e l’Isola di Man; quindi i quattordici Territori Oltreoceano, soprattutto nei Caraibi, e finalmente un gruppo di altre giurisdizioni del tipo di Gibilterra e Hong Kong. Praticamente tutte queste isole sono diventate paradisi fiscali entro pochi anni dalla decolonizzazione formale del resto dell’impero, e collettivamente rappresentano circa la meta’ dei paradisi fiscali del pianeta (comunque li si definisca) odierno. Con l’eccezione di Hong Kong, tutto rimane sotto il controllo della corona Inglese, con i governatori generali nominati da Londra e le leggi locali soggette all’approvazione o veto da parte dell’Ufficio per l’Estero Britannico.
Una volta in piedi il network dei paradisi fiscali Britannici origino’ la pressione competitiva che spinse altre potenze mondiali a creare i loro propri centri fiscali isolani in risposta. Come descritto da Palan, Murphy e Chavagneux, “lo stato Britannico e l’Impero Britannico emersero come il secondo [dopo la Svizzera] e sulla strada per diventare il centro dominante dell’economia dei paradisi fiscali. Emerse un’economia centrata sulla City di Londra, strettamente legata a un sistema satellite di dipendenze Britanniche. L’economia dell’Impero Britannico miscelava evasione fiscale con l’evasione delle regole in una sintesi nuova nota come OFC’s [Offshore Financial Centers] (Centri Finanziari Oltreoceano Ndt). L’attrazione potente di questa economia dei paradisi con centro a Londra forzo’ la mano sia agli Stati Uniti che al Giappone che svilupparono la loro propria versione limitata di OFC, adottando un modello originariamente ideato a Singapore. Come fa notare Shaxson, “Il fatto che nazioni Africane avessero ottenuto l’indipendenza in maniera pacifica nello stesso momento in cui i depositi dei paradisi venivano costituiti per saccheggiare meglio, fu la maledizione dell’Africa”. I poteri coloniali se ne andarono, ma zitti zitti avevano lasciato in funzione i meccanismi per sfruttare in vece loro”.
Il modo principale con cui i paradisi fiscali prosciugano le risorse delle nazioni in via di sviluppo e’ attraverso la loro facilitazione illecita delle fughe di capitali. Mentre questo e’ un problema di tutte le nazioni, come spiegato da Palan e altri, “al contrario dei flussi monetari illeciti tra le nazioni sviluppate, che tendono a essere multilaterali (per esempio le compagnie Svizzere che trasferiscono soldi illeciti negli Stati Uniti, o le compagnie USA che trasferiscono soldi nella Svizzera), i flussi [dalle nazioni in via di sviluppo] tendono a essere monodirezionali, da quelli in via di sviluppo a quelli sviluppati, dai poveri ai ricchi”, con un totale stimato “dell’80-90% di trutti i trasferimenti illeciti di ricchezza dalle nazioni in via di sviluppo” intesi come “traferimenti permanenti in uscita”. Il risultato sono flussi illeciti in uscita di 1,25 trilioni di dollari all’anno fuori dalle nazioni in via di sviluppo, secondo un rapporto del 2008 di Global Financial Integrity (Onesta’ Finanziaria Globale Ndt), dieci volte l’aiuto totale dato alle nazioni in via di sviluppo. Palan e i suoi colleghi fanno notare che “queste somme sono molto piu’ grandi di tutti quegli altri effetti deleteri dello sviluppo incluso i trasferimenti identificati dalla tradizionale teoria della dipendenza”.
Secondo Raymond Baker di Global Financial Integrity, i trasferimenti fraudolenti dei prezzi sono responsabili di circa due terzi di questi flussi illeciti. Questo avviene quando le sussidiarie delle corporazioni multinazionali o fanno pagare molto di piu’ oppure fanno pagare meno un’altra sussidiaria della stessa corporazione per evitare di pagare tasse. Per esempio, una miniera di rame in Cile della Exxon causo’ un soprassalto nel 2002 quando fu venduta per 1,8 miliardi di dollari nonostante fosse zavarrata con 500 milioni di dollari di debito ed essendo stata in perdita, perlomeno sulla carta, in maniera consistente per i 23 anni precedenti. Cio’ che effettivamente successe e’ che tutti i profitti dela miniera erano stati inghiottiti da pagamenti sugli interessi per un prestito che era stato contratto da un’altra sussidiaria della Exxon nelle Bermuda. Cosi’ la sussidiaria delle Bermuda faceva tutti i profitti- esentasse- mentre la miniera stessa ufficialmente perdeva soldi, e non pago’ mai un centesimo di tasse al governo Cileno per tutta la durata della sua esistenza. Con una sola eccezione questa pratica veniva usata da ogni impresa mineraria nel paese. Dato che il 60% di tutti gli scambi globali sono composti da questi “scambi in famiglia”, e questa assegnazione di prezzi fasulli smbra essere lo standard dell’industria, questo costituisce un massiccio prosciugamento di ricchezze: una ricerca di Christian Aid suggerisce che le nazioni in via di sviluppo perdono 160 miliardi dollari all’anno per questo tipo di frodi. Se questi soldi venissero versati come tasse e spesi su investimenti sulla salute, nella stessa proporzione in cui sono stati dal 2000, faceva notare, questi soldi salverebbero le vite di 1.000 bambini di meno di cinque anni al giorno. Queste politiche sono facilitate principalmente dai paradisi fiscali.
La seconda forma piu’ importante dei flussi monetari illeciti dalle nazioni in via di sviluppo, che costituisce il 30-35% del totale, sono soldi da imprese criminali. La segretezza garantita dai paradisi fiscali- che rende quasi impossibile rintracciare i titolari delle imprese- unitamente al disinteresse volontario sul come i fondi fossero stati ottenuti- rende i paradisi fiscali una calamita per fondi criminali che vogliono un “servizio di lavanderia” per pulire i loro soldi sporchi.
Per ultimo, circa il 3% dei flussi di ricchezza illecita deriva fa funzionari governativi coinvolti in furti o corruzione. Mentre queste quote sono piccole quando considerate in generale, tuttavia, questi flussi hanno avuto delle conseguenze importanti perche’ la maggior parte di queste quote viene rubata da prestiti internazionali, lasciando il pubblico in mutande per debiti sempre maggiori e alla fine, impagabili. Un grosso studio di 30 paesi Africani di Boyce a Ndikumana del 2003 mostro’ che per ogni dollaro prestato all’Africa tra il 1970 e il 1996, fino a 80 centesimi lasciarono il continente come fuga di capitali entro un anno dal prestito, spesso depositati su conti bancari di leaders corrotti nei paradisi fiscali. Un altro studio di 33 nazioni Africane rivelo’ che oltre 700 miliardi di dollari erano stati portati fuori dal continente tra il 1970 e il 2008, ammontando a 944 miliardi di dollari incluso gli interessi computati. Questo fa diventare minuscolo il debito totale Africano di 177 miliardi di dollari, facendo dell’Africa un creditore netto del resto del mondo, di un margine enorme (di 767 miliardi di dollari). Ma, mentre la ricchezza viene tenuta in conti bancari privati nelle isole dei paradisi fiscali, il debito e’ dovuto dalla popolazione, con pagamenti degli interessi che raggiunsero 20 miliardi di dollari all’anno nel 2006. Boyce e Ndikumana sostengono che questi pagamenti “rappresentano il terzo e ultimo atto nella tragedia delle fughe di capitali alimentando il debito totale. Nelle prime due azioni- i prestiti dall’estero contratti nel nome del pubblico, e la diversione di parte o tutti i soldi in assetti privati all’estero- non c’e’ nessuna perdita netta di capitale dall’Africa. Cio’ che entra dentro semplicemente se ne esce fuori di nuovo. Quando pero’ le nazioni Africane cominciano a ripagare questi debiti allora inizia il prosciugamento delle risorse”. Gli autori hanno calcolato che l’incanalamento dei fondi pubblici lontano dalla cura della salute e verso il ripagamento dei debiti,” la fuga di capitali alimentata dal debito risulto’ in 77.000 bambini morti all’anno”, senza considerare le morti negli altri gruppi sociali, e le perdite subite da tutti gli altri settori della societa’. I paradisi fiscali, mettendo a disposizione le strutture dove i soldi rubati possono essere nascosti e tenuti sicuri, hanno giocato un ruolo chiave nel facilitare le fughe di capitali alimentati dal debito.
Eppure neanche i paradisi fiscali stessi sembrano beneficiarne. Nonostante le centinaia di miliardi che passano attraverso i paradisi fiscali del Pacifico ogni anno, er esempio, essi “rimangono tra le nazioni piu’ povere al mondo” (Palan, Murphy e Chavagneux). E le isole Cayman, il quinto centro finanziario mondiale piu’ grande, con sede di 80.000 imprese registrate e amministrando 1,9 trilioni di dollari in depositi, non riesce neanche a provvedere la sussistenza alla propria popolazione; il budget delle isole per il 2004-2005 aveva come obiettivo che tutti i residenti potessero raggiungere almeno un introito sufficiente per un livello di sussistenza- un’ammissione stupefacente per quella che e’, almeno sulla carta, una delle nazioni piu’ ricche per capita, con una popolazione inferiore a un tipico villaggio Inglese.
Quindi, attraverso trasferimenti di prezzi alterati, lavaggio di denaro sporco, fughe di capitali alimentate dal debito e evasione fiscale diretta, i paradisi fiscali stanno facilitando il prosciugamento di circa un trilione all’anno dalle nazioni in via di sviluppo. Una volta pero’ che i soldi arrivano nei paradisi fiscali, non rimangono li’. Come ha spiegato Martyn Scriven, segretario dell’Associazione Bancaria del Jersey, a Nicholas Shaxson:”Noi raccogliamo depositi da gente ricca in tutto il mondo, e il grosso di questi depositi vengono mandati a Londra. Le banche consolidano i loro bilanci ogni giorno, e i fondi in surplus non rimangono accantonati li’- o vengono trasferirit a un’altra banca o volano alla City. Se io ho dei soldi in piu’, che non servono immediatamente, il li trasferisco al papa’. Grandi balle di soldi vanno a Londra da qui”. Infatti, secondo un rapporto recente del Tesoro della Gran Bretagna, “l’Inghilterra ha ricevuto in maniera costante fondi che passano attraverso il sistema bancario dalle nove “giurisdizioni” descritte nel rapporto (sei dei territori oltreoceano della Gran Bretagna e tre dipendenze della corona- tutti paradisi fiscali. In particolare, :” le Dipendenze della Corona” contribuiscono in maniera significativa alla liquidita’ del mercato del Regno Unito. Insieme, essi contribuirono un finanziamento netto alle banche Inglesi di 332,5 miliardi di dollari nel secondo trimestre del 2009, largamente rappresentato “dall’ up-streaming” (Il treasferimento di soldi a un paradiso fiscale attraverso il processo di fatturazione interna Ndt) al capo ufficio Inglese dei depositi incassati dalle banche del Regno Unito nelle Dipendenze della Corona”. Il rapporto spiega che con l’up-streaming” si possono incassare depositi dalle sussidiarie o branche in un certo numero di giurisdizioni diverse e quindi concentrarli in un centro, in questo caso il Regno Unito, dove la banca ha le infrastrutture necessarie ad amministrare e a investire questi fondi. Questo modello viene usato da molte altre grandi banche nel mondo e non e’ solo limitato alle “giurisdizioni Britanniche”.
In altre parole, le banche USA e Britanniche usano i paradisi fiscali per raccogliere ricchezza da tutto il mondo usando sussidiarie non regolate nei paradisi fiscali e poi trasferiscono i soldi raccolti alle loro compagnie imparentate a Londra o a New York. Il rapporto Inglese conclude che “in aggiunta, il Regno Unito era un recipiente netto di fondi da nove giurisdizioni di 257 miliardi di dollari alla fine del 2009”, conformandosi al “pattern stabilito da lungo tempo secondo il quale il Regno Unito e’ stato un recipiente netto di fondi in maniera consistente”. Esattamente come descritto da Shaxson, i paradisi fiscali controllati dai Britannici”distribuiti qui e la’ nel mondo, catturano gli affari stranieri di passaggio e li trasferiscono a Londra, proprio come la rete del ragno intrappola gli insetti”. Ma questa rete agisce anche come “un filtro che lava i soldi sporchi e da’ la possibilita’ alla City di essere coinvolta in affari loschi mentre, allo stesso tempo, si garantisce una distanza sufficiente per mantenere una pretesa di innocenza plausibile… Quando i soldi arrivano a Londra, spesso attraverso giurisdizioni intermedie, sono stati lavati perbene. E una volta arrivti a Londra o a New York, sono praticamente al sicuro- la quota di successo degli USA nell’individuare ricchezza criminale, per esempio, viene stimata a circa lo 0,1%. Nessuna sorpresa qundi che Baker chiami questo sistema “il capitolo piu’ terrificante negli affari economici globali dal tempo dello schiavismo”. Per Shaxon “il mondo oltreoceano non e’ un gruppo di stati indipendenti che esercitano i loro diritti sovrani per fare le loro leggi e mettere in piedi i sistemi fiscali adatti a loro stessi. Si tratta invece di uan rete di influenze controllata dai poteri piu’ grossi al mondo, specificamente la Gran Bretagna e gli Stati Uniti”; e persino il Tesoro del Regno Unito ammette “ la responsabilita’ del Regno Unito per rappresentare gli [i Territori Oltreoceano e le Dipendenze della Corona] interessi nelle sedi internazionali.
Proprio come sotto il colonialismo formale, certo- e come i mass media Occidentali amano descrivere- ci sono persone che beneficiano dei paradisi fiscali nel Sud globale. Le elites al potere hanno saccheggiato le loro stesse nazioni e hanno accumulato i soldi all’estero, da Mobutu nel Congo, a Marcos nelle Filippine, Abacha in Nigeria e un altro numero enorme, sono diventati alcuni tra i piu’ ricchi al mondo grazie allo stoccaggio “senza far domande” e ai servizi di lavanderia forniti dai paradisi fiscali. Il neocolonialismo, come il colonialismo che lo precedette, dipende sempre dai suoi leccapiedi e collaboratori indigeni.
Allo stesso modo ci sono anche grandi perdenti nel sistema dei paradisi fiscali nel Nord globale. Richard Murphy ha stimato che 25 miliardi di sterline per anno in introiti fiscali vanno persi ai paradisi fiscali del Regno Unito da solo, e Shaxson nota che un terzo delle imprese piu’ grandi Inglesi non paga nessuna tassa. Perdippiu’ tutte le nazioni, incluso le piu’ ricche, sono state forzate a competere con i paradisi fiscali emulando alcune delle caratteristiche di deregolamentazione e bassa tassazione per evitare le fughe di capitale oltreoceano, con il risultatato che, nelle parole di Shaxson, “nelle grandi economie la pressione fiscale viene spostata via dal capitale mobile e dalle corporazioni sulle spalle della gente comune”. Egli aggiunge che:” nell’insieme, le tasse non sono generalmente diminuite [negli USA]. Cio’ che e’ invece successo e’ che i ricchi stanno pagando meno tasse e tutti gli altri devono farsi carico di tutto il resto”.
Nonostante tutto questo, cio’ che rimane chiaro e’ il danno causato alle nazioni in via di sviluppo dai paradisi fiscali, in termini di livelli mondiali e storici delle fughe di capitali, e misurati con il numero di morti di, letteralmente, centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini e’ semplicemente incomparabile con gli effetti collaterali sofferti dal mondo sviluppato. Ugualmente incontrovertibile e’ che le banche occidentali , in maniera predominante, e le corporazioni multinazionali che sono i piu’ grossi beneficiari dell’esplosione dei paradisi fiscali oltreocenao, come dimostrato dal flusso netto nelle istituzioni con sede negli USA e nel Regno Unito-istituzioni, tanto per dire, dalle quali una massiccia e crescente proporzione di cittadini Occidentali dipende per le loro pensioni.
Questo breve saggio ha, per la sua stessa natura, molte omissioni, e scalfisce appna la superficie dei meccanismi usati dai paradisi fiscali per prosciugare le risorse del mondo in via di sviluppo. Non abbiamo potuto affrontare, per esempio, il problema della doppia (non)tassazione; il ruolo dei paradisi fiscali nel creare crisi finanziarie in cui le nazioni non sviluppate soffrono in maniera disproporzionata (e dopo le quali le corporazioni Occidentali comprano imprese fallite valutate molto al disotto del loro valore reale); e il ruolo cruciale del sottosviluppo stesso nel far aumentare i profitti dell’Occidente principalmente mantenendo i salari del terzo mondo a livelli di fame e il mantenimento del monopolio Occidentale sull’industria ad alta tecnologia. Ciononostante e’ stato dimostrato che, mentre tutte le nazioni sono colpite negativamente dalle perdite di imposte, dalle fughe di capitali e dai trasferimenti illeciti facilitati dai paradisi fiscali, sono pero’ le nazioni meno sviluppate che soffrono le conseguenze piu’ disumane di gran lunga; e allo stesso tempo, i flussi netti verso Londra dalla sua catena di paradisi fiscali fa impallidire le perdite fiscali complessive del Regno Unito di un fattore di circa dieci volte. Mentre non ho visto numeri comparabili per New York, no ho nessuna ragione per non credere all’affermazione del Tesoro del Regno Unito che un pattern simile sia in atto. Cio’ che e’ chiaro e’ che gli USA e il Regno Unito, le due potenze neocoloniali principali del mondo, sono beneficiari totali (ed enormi) del sistema dei paradisi oltreoceano basato su una catena di territori “oltreoceano”su quali hanno un controllo effettivo (posti come Panama, nel caso degli USA) per fornire servizi bancari “ a distanza di un braccio” che sarebbe politicamente difficile mettere a disposizione a casa. Nkrumah dice che il “Neocolonialismo e’ … la peggiore forma di imperialismo. Per coloro che lo mettono in pratica, significa potere senza responsabilita’ e per coloro che devono sopportarlo, significa sfruttamento senza possibilita’ di lamentarsi”. Sarebbe difficile trovare un esempio piu’ preciso di questo nell’impero odierno dei paradisi fiscali. CP

Da Z Net Italy: Lo Spirito Della Resistenza E’ Vivo
www.znetitaly.org
http://www.counterpunch.org/2016/06/23/the-neocolonialism-of-offshore-tax-havens/
Traduzione di Francesco D’Alessandro
©2016 Z Net Italy-Licenza Creative Commons CC BY NC-SA 3.0

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