di Sergio Farris
Si avvicina l’appuntamento referendario costituzionale di autunno e il governo, che ha legato la prosecuzione delle sua attività al successo del SI, si trova nella non agevole posizione di dovere recuperare consenso. Le grandi speranze che erano state associate all’avvento di Renzi e al suo impeto riformatore (e rottamatore), sono andate deluse.
Gli antichi vizi della classe politica, come la corruzione e il trasformismo, sono tuttora ben presenti. Il nuovo corso del PD non fa eccezione. Fra l'altro, Renzi ha dovuto, per mantenere una maggioranza, attrarre a sé (discutibili, come i “Verdiniani”) settori del centro destra.
L’economia è ferma. La ventata liberalizzatrice non ha sortito effetti in termini di benessere generale. Gli indicatori macro del 2° semestre sono impietosi: gli ordinativi dei prodotti industriali sono scesi nell'ultimo anno del 4,2%; la produzione industriale è, rispetto a un anno fa, in calo dell'1%; l'edilizia fa segnare, nell'anno, un -2,6%; le vendite del commercio al dettaglio sono calate, nello stesso periodo, del 1,3% (ecco cosa accade a comprimere la domanda interna); la disoccupazione, nonostante gli entusiasmi che avevano accompagnato la riforma del lavoro, è praticamente rimasta al livello di due anni fa e, comunque, per molto ancora non vorrà saperne di scendere al di sotto della doppia cifra.
La riduzione delle tasse, che costituisce la sostanza politica del messaggio renziano, ha avuto quale unico tangibile effetto quello di beneficiare gli imprenditori, con una redistribuzione a senso unico. Il bonus relativo agli 80 euro, che parte decisiva aveva avuto nella determinazione del successo elettorale del PD in occasione delle europee del 2014, è rimasto, come era prevedibile, nel cassetto di coloro che lo percepiscono. Il “jobs act” ha avuto un modestissimo effetto sul piano occupazionale (fra l'altro, a fronte della riduzione del doping della defiscalizzazione, che non a caso Renzi pare voler rilanciare, sta risalendo il precariato “classico”). Un rilevantissimo effetto vi è stato invece in termini di prebende (per decine di miliardi) alle imprese, grazie al sostanzioso (questo sì) bonus legato al contratto a tutele crescenti. L'abolizione dell'art. 18 ha solo aumentato il potere contrattuale di Confindustria e satelliti circostanti. Gli imprenditori si rifutano di rinnovare molti contratti dietro la presunta giustificazione che gli incrementi salariali richiesti lederebbero la competitività di costo del “made in Italy”. Aspettano che in qualche parte del mondo riparta la domanda, ma il mondo è costretto in una “trappola del risparmio”, confinato nelle alte sfere degli indici azionari. La fatina della fiducia, tanto cara in nome dei mercati ai fautori dell'austerità, non ne vuol sapere di fare la sua epifania.
Mentre persino all'interno del Fondo Monetario Internazionale si susseguono i “mea culpa” relativi agli insoddisfacenti risultati seguiti al pluridecennale predicato della dottrina liberista, è piuttosto curiosa la renziana coazione a ripetere gli stessi errori. Davanti al fallimento del suo governo (è tramontata l'idea secondo cui i benefici alle imprese si traducano in sviluppo e benessere collettivo) il premier ha voluto rilanciare, e lo ha fatto come se nulla fosse accaduto. Come cioè se la realtà potesse essere depennata. Ha replicato su Facebook il suo manifesto liberista, basato (ancora) su riduzione di tasse e attrazione di investimenti, (solleticando, cioè, i soliti appetiti individualistici).
Renzi ha vantato un notevole risultato: la promessa di un miliardo di investimenti da parte della compagnia aerea irlandese Ryanair (che minacciava di “chiudere” in Abruzzo e Sardegna), ottenuta grazie anche alla riduzione delle tariffe aeroportuali, la quale sembra intenda inaugurare nuove rotte di collegamento interne e internazionali. Se consideriamo che, se l'impegno verrà onorato, si tratterà di un aumento di servizi all'interno delle strutture aeroportuali già esistenti e le relative assunzioni avverranno sfruttando le magnifiche (per le imprese) opportunità del “jobs act”, il paese non può certo esultare.
L'intero mondo del lavoro è contro Renzi, il quale ora, ritenterà il giochetto delle mance preelettorali. Sul piatto c'è l'eternamente rimandato rinnovo del contratto dei dipendenti pubblici e un qualche provedimento che, rivedendo la legge Fornero, consenta di anticipare di qualche annetto il collocamento in pensione. In entrambi i casi, c'è da scommetterci, il governo cercherà di ottenere il massimo dell'adesione alla “causa referendaria del SI” con il minimo sforzo in termini di risorse sostanziali. Il rinnovo del contratto del pubblico impiego avverrà con il minimo incremento salariale possibile, in cambio di un nuovo peggioramento delle condizioni lavorative e dello stesso “status di lavoratore pubblico”. In sintonia con il proprio manifesto liberista, l'ammorbidimento dell'età pensionabile patrocinato dal governo avverrà con il reperimento delle necessarie risorse mediante una redistribuzione interna al sistema pensionistico pubblico (mai si tocchi il profitto) e, pare, addirittura con favori all'indirizo dell'agonizzante sistema bancario (leggasi con un meccanismo di prestiti elargiti a fronte di una sorta di ipoteca sulla futura pensione).
Non lasciamoci prendere in giro ancora una volta. Sappiamo benissimo che il riferimento sociale di Renzi non è certo il mondo del lavoro. Il polverone che di tanto in tanto il Premier solleva al Consiglio Europeo (i tanto dibattuti margini di flessibilità sul deficit pubblico) riguardano, in buona sostanza, nuovi benefici da concedere alle imprese. Non è affar nostro. In autunno, votiamo NO in massa e speriamo che “il giocoliere” mantenga la parola di tornare donde è provenuto. Non preccupiamoci di chi verrà dopo. Male che vada sarà tutto uguale. La nuova Forza Italia di Parisi è già pronta, in attesa delle elezioni del 2018, a far parte di un governo di larghe intese con il PD. Per noi non cambierà nulla.
Se non altro avremo almeno dimostrato di esistere e di avere una “coscienza di classe”.

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