domenica 21 agosto 2016

Tutte le motivazioni della scelta oppositiva

di Sergio Farris
Entra nel vivo, in vista della consultazione referendaria autunnale, la campagna degli opposti schieramenti. Credo vada espresso un sincero apprezzamento all'indirizzo del Giornale di Brescia, il quale ospita in questa rubrica le più svariate considerazioni e posizioni. Ciò premesso, vorrei muovere alcuni rilievi ad alcune affermazioni riportate in una lettera pubblicata il 10 agosto. Non è vero che i comitati per il No al referendum costituzionale «non dicono una parola in merito ai contenuti della riforma». È sufficiente visitare i siti dedicati per reperirvi studi di insigni costituzionalisti che spiegano tutte le motivazioni alla base della scelta oppositiva. Basta avere la volontà e la curiosità di informarsi. Una motivazione su tutte: lo snaturamento dello spirito in base al quale la Costituzione fu concepita. 
La Carta fondamentale sorse dal compromesso fra le forze politiche democratiche che avevano osteggiato il fascismo. I padri costituenti si preoccuparono di garantire un’elevata rappresentatività delle varie posizioni politiche. Uno sguardo al processo di revisione costituzionale seguito in questa occasione, l'iniziativa legislativa governativa, è sintomatico invece di uno spirito divisivo. Si tratta della riforma di una risicata maggioranza. 
Non solo: la punta più avanzata del compromesso posto a fondamento della Costituzione è stato l'intento di introdurre le masse, fino ad allora subalterne, alla vita democratica del paese. L'ultimo progetto di revisione costituzionale va invece in direzione contraria: oltre a limitare, con il concorso della nuova legge elettorale, il ruolo della naturale sede della rappresentanza democratica, il Parlamento, si complica l'esercizio di un istituto di democrazia diretta come la proposizione delle leggi di iniziativa popolare. 
Chi come il sottoscritto voterà no, non crede ai suggestivi e pomposi proclami di parte governativa secondo i quali la riforma costituirebbe il tramite per l'ingresso del paese in una nuova era di modernità ed efficienza, ma crede piuttosto che essa consolidi, come dirò, un regresso già in corso. Nella stessa lettera sono stati fatti riferimenti, dei quali in verità non mi risulta si sia da parte dei comitati per il no fatto mai menzione, alla paventata instaurazione di una dittatura in caso del successo del si. Segnalo in proposito che la preoccupazione non riguarda tanto il sopravvento di un (tipico) regime autoritario che si caratterizzerebbe per la soppressione delle libertà civili e politiche, ma riguarda piuttosto una evidente ridefinizione, in nome della cosiddetta «governabilità», dell’equilibrio fra i poteri costituzionali con un notevole spostamento del baricentro verso il potere esecutivo. 
Se si ritiene che il fattore che impedisce al paese di uscire dalle secche della crisi (economica, sociale e politica) sarebbe la mancanza di governabilità, allora bisogna porre mente al fatto che l'Italia ha conosciuto decenni di sviluppo (economico, sociale e civile) durante i quali i governi duravano mediamente in carica poco più di un anno (cioè meno di oggi). Evidentemente i mali del paese vanno ricercati altrove. A cominciare dagli anni ottanta del secolo scorso hanno cominciato a levarsi voci di insofferenza rispetto ai limiti posti al potere decisionale. 
Si è proseguito negli anni novanta e duemila: vi è stata una serie di riforme elettorali tese alla semplificazione del sistema politico e persino un tentativo di introduzione del presidenzialismo. Vi è stata anche una progressiva sostituzione del Governo nel ruolo del Parlamento. Ebbene, oggi il Parlamento è prevalentemente ridotto a organo dedicato alla ratifica dei decreti di emanazione governativa nonché alla delega all'esecutivo di atti aventi forza di legge, il tutto senza che il bicameralismo perfetto, che la riforma punta a eliminare, costituisca un serio intralcio. La mia conclusione è che una vera riforma per il paese dovrebbe partire dalla ritrovata capacità della classe dirigente di concepire e porre in essere politiche che vadano incontro all'interesse generale e non, come avviene da troppi anni, all'interesse di una minoranza del paese. E ciò non avrebbe nulla a che fare con lo smantellamento dell'attuale Costituzione della Repubblica, bensì piuttosto con la sua attuazione.

Fonte: Il Giornale di Brescia 

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