di Alessandro Gilioli
Mi rendo conto che ci siamo abituati - per tante ragioni - a pensare alla politica in modo binario, on-off. Ma la politica è parte del reale e il reale è un po' più complesso di così. Spesso, anzi quasi sempre. Quindi sono vere entrambe le cose, entrambe le accuse reciproche che circolano in questi giorni, su Roma. È vero cioè che nella capitale c'è un establishment marcio e appena disarcionato, un intreccio di poteri che si è mangiato la città per decenni e tuttora con fortissimi addentellati nei media; ed è evidente che questo potere ora spara ad alzo zero contro chi l'ha disarcionato, gongolando molto per i suoi errori (anche se, in verità, la reputazione del Pd romano o di Caltagirone non si alza di un millimetro anche se Raggi fa i peggio casini).
È vero tuttavia anche che Raggi ha fatto casini - e pure grossi. Più in generale, è vero che in assenza di cariche formali trasparenti, il M5S è una giungla di poteri informali - direttorio nazionale, direttorio locale, staff, Casaleggio junior, Casalino, Di Maio, Grillo stesso etc - e che le faide di questi giorni sono frutto di un peccato originale: l'utopia dell'uno vale uno, che si è rovesciata nel "vale di più chi dà lo spintone più forte, chi sta nella cordata più potente".
Sono vere entrambe le cose e nessuna delle due è sana, per noi che siamo solo cittadini ed elettori.
Non è sano che esista un intreccio di poteri economici, politici e mediatici; ed è altrettanto insano che l'alternativa a questi poteri - voluta da due terzi degli elettori romani in cerca di aria pulita - sia arrivata nella stanza dei bottoni senza essersi data ruoli e regole trasparenti per imprimere subito una svolta cognitiva e comportamentale prima ancora che politica.
E, se posso, aggiungerei che l'una cosa non giustifica l'altra. L'esistenza di poteri corrotti tuttora forti e bulimici cioè non giustifica le cazzate che finora hanno combinato i grillini a Roma; né le cazzate che hanno combinato i grillini a Roma giustifica l'ansia vendicativa di chi si è divorato Roma per decenni.
Questo è, a mio parere: qualsiasi cosa abbiamo votato.
Ma, detto questo, c'è un ulteriore grado di complicazione, un ulteriore scarto dal pensiero binario.
E cioè che la condizione non è comunque speculare, almeno non perfettamente speculare.
Perché chi si è divorato Roma per vent'anni non ha oggi titolo per dire nulla, tanto meno per alzare il ditino sui suoi successori; mentre questi successori, i titoli in questione se li stanno ancora giocando: perdendone senza dubbi anche loro, finora, ma non ancora abbastanza per far dire a nessuno, qui a Roma, che "erano meglio quelli di prima", cioè il Pd, i fascisti, etc.
E qui occorrerebbe davvero che noi tutti - cronisti giornalisti, editorialisti, commentatori - parlassimo un po' con la gente fuori, sugli autobus e al bar, per capirlo. Per quanti errori i grillini abbiano fatto con gli assessori e per quante balle abbiano raccontato sugli avvisi di garanzie, nessuno dice "erano meglio quelli di prima".
A occhio è probabile che non lo dirà nessuno, e parecchio a lungo.
Il che, sia chiaro, per Raggi e i suoi non è e non può essere un alibi.
Al contrario, è una responsabilità in più.
Fonte: L'Espresso - blog Piovono Rane

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