lunedì 19 settembre 2016

Weidmann blinda l’Unione Europea com’è

di Dante Barontini
Se il presidente della Bundesbank – la banca centrale tedesca – convoca di domenica, per dare un'intervista, gli inviati di quattro grandi quotidiani europei (La Stampa, Süddeutsche Zeitung, The Guardian e Le Monde) c'è una svolta politica alle porte. E vuole comunicarne le direttrici fondamentali. Scorrendo le risposte, però, non si trova quasi nulla che possa essere definito “nuovo”. Alcune frasi potevano esser dette otto anni fa – dopo l'inizio della più grave congiuntura di crisi della storia capitalistica – e ci si trova a pensare che Jens Weidmann non sia, per questo motivo, quel gran genio dell'economia che dovrebbe essere per sedere su quella poltrona.
Dire, solo per fare un esempio, che “Una politica di austerity ambiziosa c’è stata soltanto in pochissimi Paesi. La Francia o la Spagna oltrepassano già da anni, con la loro politica di bilancio, i requisiti del patto di stabilità. In Italia il deficit è sceso negli ultimi tempi solo perché il Paese ha dovuto pagare meno interessi sul debito. I tassi più bassi hanno contribuito anche al pareggio di bilancio in Germania” sembra una risata in faccia a tutti quei paesi – a cominciare dalla Grecia per arrivare infine a Italia e Francia – che hanno pagato prezzi durissimi a una inea di politica economica che si è rivelata materialmente suicida.
Di tutto quello che questi paesi hanno fatto, crocifiggendo le rispettive popolazioni, Weidmann salva soltanto la precarizzazione del lavoro e la concentrazione del potere politico in poche mani e per sempre: “Il Jobs Act, così come l’Italicum hanno un approccio corretto”.
Rispondere, di fronte alla domanda “Roma ha già annunciato di voler correggere al ribasso le stime di crescita. Bisogna proseguire con l’austerity?” con una battuta da avanspettacolo come “La domanda è semmai: c’è stata davvero una politica di austerity in Italia?” comporterebbe – come contrappasso – l'esibizione del fine dicitore davanti a un uditorio popolare nostrano, particolarmente salace e dalle mani pronte al lancio.
Insistere nel ripetere che «Una moneta comune stabile ha molti vantaggi per i cittadini e le imprese» equivale al voler provocare moti di piazza anche in popolazioni di solito intente ad altre occupazioni.
E infine, mentire spudoratamente sulla “sovranità di bilancio” che sarebbe – purtroppo, secondo lui – ancora nelle mani dei governi nazionali significa voler nascondere la brutale realtà dei fatti, come dovranno verificare ancora una volta, a novembre, tutti i governi dell'Unione Europea; quando verranno presentate le leggi di bilancio (non a caso chiamate ora “di stabilità”) perché vengano vagliate e all'occorrenza corrette brutalmente dai funzionari di Bruxelles.
Resta il fatto certo che Weidmann non è affatto cretino. Dunque non resta che accettare l'alternativa: rappresenta interessi. Interessi che hanno determinato la situazione attuale, che intendono continuare ad ridisegnare le catene del valore e della produzione nel Vecchio Continente, oltre che le mappe del potere finanziario (“le banche devono verificare i loro modelli di business e ridurre i costi. Le uscite dal mercato non devono essere un tabù”. Traduzione: debbono esser lasciate fallire, se non sono tedesche, ovvio…).
Ci si chiedeva, in questi mesi post Brexit, in piena tensione con vari paesi sulla politica dei migranti, ecc, se l'Unione Europea avrebbe provato – almeno provato – a cambiare qualcosa nella sua catastrofica politica. Weidmann si è fatto subito avanti per dire un secco “neanche per sogno, per noi le cose vanno bene così; anzi saremo ancora più duri”.
Ottimi motivi, insomma, per sbrigarsi ad andare in direzione opposta.

Fonte: Contropiano 

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