lunedì 7 novembre 2016

Berlin Migrant Strikers, tra mutualismo ed autodifesa precaria

Intervista a Berlin Migrant Strikers di Crossroads 
Quando e come nasce Berlin Migrant Strikers (e come si compone internamente)?
"Berlin Migrant Strikers nasce due anni fa. Inizialmente non si chiamava così e non era nemmeno un vero proprio collettivo ma semplicemente l’esperienza di alcuni migranti italiani che a Berlino provavano a interrogarsi su problemi, esigenze, sogni, di altri come loro. La prima attività di questo gruppetto di pionieri è stata quella di organizzare delle consulenze gratuite in italiano per chi tentasse di ricevere il sussidio di disoccupazione.
Infatti dentro una dimensione di confusione, di variegata folla ma anche di isolamento esistenziale, molti migranti italiani non sanno affatto di aver diritto ad alcuni benefici nell’ambito del welfare tedesco, altri non maneggiando la lingua e persi in una labirintica burocrazia si rivolgono a persone che si fanno pagare lautamente per tradurre un documento o spiegare l’oggetto di una lettera ricevuta per posta.
Da qui nasce la prima materialistica spinta che porterà la nascita del collettivo: il mutualismo come forma di riappropriazione di diritti e come rottura dell’isolamento (isolamento sociale che spesso fa il paio con la socialità bulimica delle metropoli europee)."
Come si svolgevano queste attività di sportello? Quali temi emergevano più di frequente?
"Durante questa semplice attività di sportello accadevano due cose: In primis ragionare di welfare tedesco e migranti italiani non poteva che far emergere pezzo pezzo una lettura soggettiva di ciò che accadeva in Italia e in Europa. La crisi, la disoccupazione, la desertificazione culturale da un lato, e la fuga la ricollocazione, la perdita e il reinvestimento desiderante altrove, dove però la precarietà è sempre più una costante e la mobilità una condizione permanente.
Iniziare a riconoscere i tratti soggettivi, e generazionali in senso ampio, che ridisegnavano la mappa europea spostando risorse, intelligenze, ma anche corpi da sfruttare ha creato un’altra premessa, o meglio scommessa, fondamentale per la nascita del collettivo: può esistere una soggettività migrante, eterogenea, ricomponibile, contraddittoria, che però sappia, a partire dalla propria mobilità endemica, organizzarsi in forma conflittuale contro la macchina globale dello sfruttamento? Possiamo riconoscerci come migranti e proprio dentro l’inadeguatezza, la doppiezza, lo sradicamento di questa condizione immaginare un punto di vista privilegiato per connetterele lotte dentro una nuova narrazione?
La seconda cosa avvenuta attraverso gli sportelli è stata il venire a contatto con la realtà dei migranti italiani (ma in proiezione sud-europei) a Berlino, andando oltre il bacino delle proprie conoscenze.
Lo sportello ha costituito, pur non essendo nato per quel fine, uno strumento di inchiesta, nel senso operaista del termine. Ascoltare e scoprire le storie delle persone, le loro difficoltà nel trovare casa, le loro disavventure sui luoghi di lavoro e la discordanza tra desideri e realtà lavorativa. La maggior parte di loro, proprio come noi, portava con sé risorse, capacità oltre che sogni nel cassetto, un cassetto la cui apertura è rimandata di continuo in favore di lavoretti in nero nelle pizzerie, babysitteraggio a chiamata, call center in inglese per Zalando, pulizia e gestione di appartamenti airbnb per conto di altri, e un’altra infinita galassia di lavori sottopagati, precari, sfruttati.
Da questo riconoscersi e dal delinearsi di questa consapevolezza emerge la questione dell’autodifesa precaria, e cioè come si possa, senza avere gli strumenti di un sindacato, e spesso dentro forme di lavoro e vita per così dire insindacalizzabili costituire una forza contrattuale, un potere di minaccia, un’organizzazione collettiva di vertenze lavorative. Allo stesso tempo dentro questa cornice di ragionamento non potevamo non riprendere in mano la questione che in Italia in quel periodo veniva posta al centro delle discussioni: lo sciopero.
Un’altra delle sfide importanti che il collettivo si è preso in carica è proprio quella di provare a declinare il concetto di sciopero, e anche di portarlo dentro il dibattito del movimento tedesco, in partenza tiepido nei confronti della commistione tra politico e sociale, e poco concentrato sui temi del lavoro.
Su queste direttrici, mutualismo, migrazione, auto-organizzazione precaria e sciopero nasce il progetto Berlin Migrant Strikers, che poi in due anni si trasformerà molto e in maniera veloce, cambiando nella composizione e nei progetti. Un percorso fatto di contaminazioni con il movimento tedesco e ovviamente con quello italiano, ma anche con esperienze di mutualismo in giro per il mondo. Molti nuovi temi sono diventati nei mesi centrali nella nostra pratica e riflessione politica, ma sicuramente la base da cui abbiamo preso le mosse rimane mutualistica, migrante, scioperante e, ça va sans dire, desiderante."
Vivete stabilmente a Berlino o tra voi c’è anche chi è di passaggio? Volete restare a Berlino o qualcuno vorrebbe tornare o ripartire?
"Questo collettivo è ad alto tasso di sperimentazione. Sul tema della stabilità abbiamo dovuto imparare piano piano cosa voleva dire costruire un collettivo migrante in una città come Berlino, imparando allo stesso tempo a riconoscere il carattere di mutevolezza delle nostre stesse vite, e gli effetti non solo politico-sociali ma anche psichici che questa condizione comporta.
Partendo da questo assunto, non possiamo rispondere in maniera univoca alla domanda, ma la utilizziamo proprio per rendere la cifra di instabilità di ogni esperienza del genere. Abbiamo compreso che è difficile ma fondamentale fare di questa caratteristica una ricchezza. Alcuni di noi sono qui per un Erasmus, altri sono qui da anni e hanno figli che vanno a scuola, altri ancora hanno una borsa di studio per fare ricerca, altri si sono aperti una friggitoria, altri sono in cerca di se stessi e non sanno cosa faranno, altri lavorano in un bar e dipingono nei ritagli di tempo, altri prendono il sussidio e provano a imparare il tedesco. Non sappiamo chi quanto e come resteremo a Berlino o nel collettivo stesso, abbiamo imparato a concepirci e valorizzarci come spazio di transito perpetuo. La permanenza nel tempo della nostra progettualità oltre gli individui è la sfida che ci lancia il futuro."
In che modo Berlino è importante nel vostro progetto?
"Berlino ha innanzitutto una grande specificità nel contesto tedesco.
“Berlin ist kein Deutschland” (Berlino non è, affatto, la Germania, potremmo tradurre) usano dire qui, proprio a segnare una differenza culturale e sociale ma anche produttiva della capitale rispetto al resto del paese. Basti pensare che il settore dei servizi costituisce all’incirca il 75% dell’economia della città, con un 27% dato solo dal commercio. Le periferie di Berlino stanno diventando sempre di più luogo di ospitalità per agglomerati della cosiddetta economia di piattaforma (Amazon, Zalando, ecc.), servizi clienti, call center, centri di innovazione e ricerca.
Berlino, inoltre, sta ormai da qualche anno puntando ad essere il polo europeo delle startup e dell’innovazione tecnologica, processo che pare aver subito un’ulteriore accelerazione dopo la Brexit, che ha gravato sull’appetibilità di Londra per venture capitals, forza lavoro qualificata e paesaggio urbano annesso. Inoltre Berlino è una meta turistica tra le più ambite d’Europa, la fetta di mercato occupata da ristoranti, caffè, hotel, taxi, club e servizi di intrattenimento vari, è una fonte consistente di ricchezza per la città.
Per completare il quadro che dalle caratteristiche della città portano alla definizione del nostro collettivo manca un ulteriore tassello. La progressiva polarizzazione del mercato del lavoro tedesco, dalle riforme dei primi anni duemila (la nota Agenda 2010 di Schroeder) ad oggi. Proprio i settori preminenti dell’economia berlinese sono quelli maggiormente investiti dal processo di deregolamentazione del lavoro, quelli in cui maggiormente si annidano le sacche di lavoro nero, i contratti privi di tutele, quelli in cui il welfare colloca manodopera in eccesso tramite la costrizione al lavoro, quelli in cui migliaia di migranti non sindacalizzati sono impiegati.
Anche se la Germania è spesso (ma sempre più erroneamente) considerata come il baluardo europeo del lavoro garantito, e i sindacati tedeschi attraverso il modello della cogestione aziendale appaiono come rari esempi di efficacia nella difesa dei diritti sul lavoro, Berlino mostra in un vertiginoso concentrato meticcio la faccia nera del lavoro in Germania, e il modello a cui tutta l’Europa è andata conformandosi negli ultimi dieci anni.
Berlino quindi come città di lavori temporanei precari e sfruttati, Berlino della messa a valore delle controculture e delle forme di vita, Berlino come città dalla rapida mutevolezza dove i processi di gentrification hanno avuto la loro più tardiva ma anche feroce apparizione, costringendo le autorità cittadine a porre un freno legale al rincaro degli affitti, e a varare leggi contro l’uso delle abitazioni private come case-vacanza su piattaforme come airbnb. Gentrificazione che proviamo ad analizzare e contrastare dalla paradossale posizione di vettori e vittime insieme, e che avvolge le nostre vite dal rincaro degli affitti alla “riqualificazione” violenta dei quartieri attraverso sgomberi e speculazione edilizia."
Berlino però ha anche una grande funzione evocativa…
"Esatto. Evocativa e simbolica.
Berlino come terra promessa postpunk, città della fuga alla ricerca di stessi e della perpetua perdita di sé, città di esuli rivoluzionari e di spie governative, Berlino della droga a colazione, delle notti che durano settimane, Berlino degli artisti, degli irrisolti, dei giovani turchi con le golf, Berlino della selezione all’ingresso del Berghain, dove l’anticonformismo è norma oltre che valore etico ed economico.
Ma anche irrimediabilmente città di cieli grigi, cantieri aperti, solitudini invernali, città di sogni infranti e sfruttamento, integrazioni impossibili e uffici inaccessibili, città delle aspettative che si abbassano e giorni che scorrono nelle reti wireless di una caffetteria.
Berlino incarna l’up e il down di una nuova forma di migrazione sempre più diffusa e difficile da definire, non del tutto motivata da motivi economici ma nemmeno più innervata dall’ottimismo errante di utopici istruiti giovani middleclass, una migrazione che sicuramente è fondata su una spinta multi-sfaccettata, e su una insoddisfazione che oltrepassa la disoccupazione in patria, una migrazione ancora senza nome e consapevolezza che rimane spesso bloccata in un limbo, sul limitar della costruzione di una vita radicalmente diversa."
Cosa fate quotidianamente? Come è organizzata l’attività dei Berlin Migrant Strikers?
"Le attività del collettivo sono diverse, alcune in continuità con i primi passi mossi due anni fa, altre sperimentali e in via di definizione.
L’elemento dei beratung (sportelli) di consulenza per il welfare si è esteso e rimane centrale come forma di inchiesta e aggregazione, accompagnato da organizzazione di workshop informativi sul welfare e da azioni di protesta presso i centri per l’impiego. In questi due anni abbiamo indagato (spesso da protagonisti in prima persona) il settore della gastronomia italiana e lanciato campagne di autodifesa e denuncia delle condizioni di lavoro precarie e feroci che in questo ambito vengono perpetuate. Solo a Berlino ci sono più di 4000 ristoranti italiani, che costituiscono il primo approdo lavorativo della maggior parte dei nuovi arrivati, sfruttando il ponte linguistico. In molti di questi posti si lavora spesso a nero, fuori orario, senza tutele e sottopagati, e non ci si organizza mai per richiedere condizioni migliori perché ci si percepisce come lavoratori di passaggio, passaggi che spesso durano anni e rendono permanenti e consolidate le dinamiche di sfruttamento. Dalle pressioni mediatiche fino ai kit di autodifesa legale questo è stato un terreno che ha caratterizzato la nostra attività. Più recentemente, in connessione con altri gruppi migranti che si occupano di precarietà, stiamo provando ad avviare un ragionamento ispirati anche dall’esperienza romana di CLAP, sulle potenzialità di un sindacato autonomo, o meglio su nuove forme di sindacato nel quadro della mobilità permanente.
Anche la questione dello sciopero è un piano di azione del collettivo, in particolare è stato al centro del nostro contributo all’interno del movimento tedesco e di quello europeo, la nostra chiave di lettura nelle relazioni con la piattaforma Blockupy e con il Transnational Social Strike.
I terreni di sperimentazione più recenti invece riguardano due ambiti in particolare, quella della produzione cooperativa e del welfare mutualistico dal basso, e quello della riappropriazione digitale in forme conflittuali.
Il ragionamento su platform cooperativism, sabotaggio degli algoritmi e programmazione informatica open source e redistributiva sono al centro delle nostre riflessioni degli ultimi mesi."

Fonte: Crossroads 

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