di Paolo Cacciari
Domenica 27 a Roma c'e anche il popolo del referendum sull’acqua pubblica (26 milioni di voti), quello delle trivelle (14 milioni di voti), quello della Val di Susa, quello della Terra dei Fuochi, quello che non vuole altri inceneritori, autostrade e grandi opere inutili, dannose e criminogene e gli altri “tre o quattro comitatini” (la definizione è di Renzi) sparsi per l’Italia che tanto infastidiscono il capo del governo. La giornata avrà come motto “C’è chi dice No” alla controriforma costituzionale.
I comitati e le associazioni, che ogni giorno sono costretti a difendere i loro territori dal saccheggio (estrazioni, speculazioni, inquinamenti), conoscono bene la materia (Raúl Zibechi parla estrattivismo come cultura, ndr). Molto spesso è solo grazie ai loro esposti, ricorsi, denunce agli organi di giustizia che si è salvato qualche angolo del Bel Paese. I comitati sono diventati esperti non solo in medicina, idraulica e geologia, ma anche in diritto. Dai Tar alla Corte dei Conti alla Corte costituzionale, non c’è aula di tribunale che non sia stata attraversata dai conflitti ambientali. Se fossimo davvero in un paese solo un po’ più civilizzato (moderno e innovativo) le tutele della natura andrebbero estese oltre quello striminzito articolo 9 che parla di beni culturali e di paesaggio. La nuova costituzione dell’Ecuador recita: “Ogni persona, comunità, popolo o nazionalità potrà pretendere dalle autorità pubbliche l’osservanza dei diritti della natura”.
Il giurista Paolo Maddalena ha scritto:
“I beni naturali reclamano una loro particolare tutela giuridica non più in quanto oggetto di appropriazione individuale, ma dal fatto che l’intera collettività ha bisogno di usarli e conservarli a beneficio delle presenti e future generazioni”.
Al contrario la revisione del Titolo V mira a far saltare anche quei pochi margini di azione politica che i comitati e le associazioni ambientaliste riescono a costruire a livello locale trovando alleanze con le amministrazioni più vicine ai territori. I candelotti di dinamite di cui si vuole dotare il governo si chiamano “clausola di supremazia” e “interesse nazionale”. Con queste parole si fa piazza pulita delle “competenze concorrenti” e del principio della “leale collaborazione” con le Regioni in varie materie già elencate nell’articolo 117 (governo del territorio, infrastrutture strategiche, tutela dei beni culturali e paesaggistici, tutela della salute, politica energetica) rendendole di “competenza esclusiva“ dello Stato.
Se vinceranno i sì al referendum basterà una legge ordinaria del parlamento (della sola Camera, per giunta!) per stabilire in modo del tutto discrezionale e unilaterale (“Quando lo richieda la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica”) cosa è di interesse nazionale e cosa non lo è. Avere capito bene, no? Il governo (questo come chiunque altro potrà arrivare poi) avrà il potere di decretare lo stato d’eccezione ogni qual volta e dove si dovesse verificare una resistenza popolare. La militarizzazione della Val di Susa sarà costituzionalizzata.
Infine, ai cittadini sarà reso ancora più difficile presentare proposte di legge di iniziativa popolare: le firme necessarie passeranno da 50 a 150 mila.
Fonte: comune-info.net
Originale: http://comune-info.net/2016/11/ce-dice-no/
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