martedì 15 novembre 2016

I democratici, Trump e il pericoloso rifiuto di imparare la lezione della Brexit

di Glenn Greenwald 
I paralleli tra l’impressionante approvazione britannica del referendum sulla Brexit e l’ancor più impressionante elezione statunitense di Donald Trump a presidente martedì sera sono schiaccianti. Le élite (fuori dai circoli populisti della destra) si sono aggressivamente unificate oltre gli schieramenti ideologici contro entrambe. I sostenitori della Brexit e di Trump sono stati continuamente accusati dalla narrazione mediatica (validamente o no) di essere primitivi, stupidi, razzisti, xenofobi e irrazionali. In ciascun caso i giornalisti che passano l’intera giornata a parlare tra loro su Twitter e a ritrovarsi in circoli sociali esclusivi in capitali nazionali – costantemente riaffermando la loro competenza in un interminabile incensamento reciproco – erano certi della vittoria.
Dopo, le élite il cui titolo a prevalere era stato demolito hanno dedicato le loro energie a incolpare chiunque riuscisse loro di trovare, tranne sé stesse, raddoppiando il loro smodato disprezzo per quelli che le avevano sconfitte, rifiutandosi fermamente di esaminare che cosa aveva determinato la loro insubordinazione.
Il fatto incontrovertibile è che le autorità istituzionali prevalenti in occidente hanno per decenni incessantemente, e con completa indifferenza, calpestato il welfare economico e la previdenza sociale di centinaia di milioni di persone. Mentre le élite si abbuffavano di globalismo, libero scambio, giochi d’azzardo di Wall Street e guerre interminabili (guerre che arricchivano i responsabili e scaricavano i fardelli sui più poveri ed emarginati) ignoravano completamente le vittime della loro ingordigia, salvo che nel caso in cui tali vittime si permettevano di aprir bocca un po’ troppo – quando causavano trambusto – ed erano sprezzantemente condannate come troglodite che erano le giustamente perdenti nella gloriosa partita globale della meritocrazia.
Tale messaggio era arrivato forte e chiaro. Le istituzioni e le fazioni delle élite che hanno passato anni a irridere, calunniare e a depredare vasti segmenti della popolazione – tutte compilando nel contempo il loro lungo elenco di fallimenti e corruzione e distruzione – sono ora sconvolte perché i loro dettati e decreti finiscono inascoltati. Ma gli esseri umani non seguono e obbediscono proprio a quelli che incolpano principalmente delle proprie sofferenze. Fanno esattamente il contrario: li sfidano intenzionalmente e cercano di imporre una punizione per rappresaglia. I loro strumenti di rappresaglia sono Brexit e Trump. Sono quelli i loro agenti, mandati in una missione di distruzione: indirizzati contro un sistema e una cultura che considerano – non senza motivo – pieni di corruzione e, sopra ogni altra cosa, di disprezzo per loro e per il loro benessere.
Dopo il voto a favore della Brexit ho scritto un articolo elencante esaustivamente queste dinamiche, che non ripeterò qui ma che spero gli interessati leggeranno. Il titolo comunica il punto cruciale: “La Brexit è solo la prova più recente della grettezza e del fallimento delle istituzioni del sistema occidentale”. Tale analisi era ispirata da una nota su Facebook post Brexit (breve, incredibilmente acuta e oggi più rilevante che mai) di Vincent Bevins del Los Angeles Times che aveva scritto che “sia la Brexit sia il trumpismo sono le risposte sbagliatissime a domande legittime che le élite urbane hanno rifiutato per trent’anni di porsi”. Bevins proseguiva: “Dagli anni ’80 le élite dei paesi ricchi hanno forzato la mano prendendo per sé tutti i profitti e semplicemente turandosi le orecchie quando parla qualcun altro, e adesso osservano orripilati la rivolta degli elettori”.
Per quelli che hanno provato a sottrarsi alla camera d’eco autoreferenziale, vigorosamente pro Clinton nel 2016 i segnali d’allarme annunciati con asprezza dalla Brexit non erano difficili da cogliere. Due brevi passaggi di un’intervista alla rivista Slate che ho concesso a luglio sintetizzavano tale gravi pericoli: che le élite dei propagandisti d’opinione erano così raggruppate, così incestuose e così distanti dalle persone che avrebbero deciso questa elezioni – così sprezzanti di esse – che non solo erano incapaci di vedere le tendenze a favore di Trump ma stavano inconsapevolmente accelerando tali tendenze con il loro comportamento borioso e autocelebrativo.
Come quasi tutti quelli che hanno visto i dati dei sondaggi e i modelli predittivi degli autoproclamati esperti mediatici dei dati, ho a lungo ritenuto che la Clinton avrebbe vinto, ma i motivi per cui poteva benissimo perdere non erano difficili da vedere. Le spie di avvertimento lampeggiavano al neon da lungo, ma erano in posti sordidi che le élite evitavano zelantemente. Le poche persone che frequentavano di proposito quei luoghi e ascoltavano, come Chris Arnade, le vedevano e le sentivano chiare e forti. La continua mancata attenzione a questi intensi ma invisibili risentimenti e sofferenze assicura che si inaspriranno e si rafforzeranno. Questo è l’ultimo paragrafo del mio articolo di luglio sulla ricaduta della Brexit:
Invece di riconoscere e affrontare i fondamentali difetti al loro interno [le élite] stanno dedicando le loro energie a demonizzare le vittime della loro corruzione, il tutto al fine di delegittimare tali rimostranze e così sollevarsi dalla responsabilità di affrontarle in modo significativo. Tale reazione serve solo a rinforzare, se non a giustificare, percezioni che tali istituzioni d’élite sono irrimediabilmente egoiste, tossiche e distruttive e dunque non possono essere riformate ma devono, piuttosto, essere distrutte. Ciò, a sua volta, assicura che ci saranno molte altre Brexit, e molti altri Trump, nel nostro futuro collettivo.
Oltre all’analisi della Brexit ci sono tre punti nuovi dai risultati della notte scorsa che voglio sottolineare, poiché sono unici dell’elezione statunitense 2016 e, cosa più importante, illustrano le patologie dell’élite che hanno condotto a tutto questo.
I Democratici hanno già cominciato a sbracciarsi per cercare di incolpare tutti quelli che riescono a trovare – tutti salvo sé stessi – per la schiacciante sconfitta del loro partito l’altra sera
Conoscete l’elenco noiosamente prevedibile dei loro capri espiatori: Russia, WikiLeaks, James Comey, Jill Stein, le ‘truppe di Bernie’, I Media, nuovi canali (tra cui, forse in modo speciale, The Intercept) che hanno peccato scrivendo negativamente di Hillary Clinton. Chiunque pensi che quello che è successo l’altra sera in luoghi come Ohio, Pennsylvania, Iowa e Michigan possa essere colpa di uno qualsiasi di questi sta affogando in un’ignoranza autoprotettiva così profonda che è impossibile esprimerla a parole.
Quando un partito è demolito, la responsabilità principale è di una sola entità: il partito finito schiacciato. E compito del partito e del candidato, e di nessun altro, convincere la cittadinanza a sostenerlo e trovare modi per farlo. L’altra sera i Democratici hanno mancato, sonoramente, di fare questo e qualsiasi autopsia o testo di pensiero liberale o articolo di esperti pro Clinton che non cominci e finisca con il loro stesso comportamento è qualcosa di intrinsecamente inutile.
Detto in parole povere, i Democratici hanno coscientemente scelto di nominare una candidata profondamente impopolare, estremamente vulnerabile, devastata da scandali che – per ottimi motivi – era diffusamente percepita come protettrice e beneficiaria di tutte le peggiori componenti della corruzione dell’élite dello status quo. E’ stupefacente che quelli di noi che hanno tentato freneticamente di avvertire i Democratici che nominare Hillary Clinton era un azzardo enorme e spaventoso, che tutte le evidenze empiriche che lei poteva perdere contro chiunque e che Bernie Sanders sarebbe stato un candidato molto più forte, specialmente in questo clima, siano oggi quelli incolpati: dalle stesse persone che hanno insistito nell’ignorare tutti quei dati e nel nominarla comunque.
Ma si tratta semplicemente di elementare scaricabarile e di autoconservazione. Molto più significativo è ciò che questo dimostra a proposito della mentalità del Partito Democratico. Si pensi soltanto a chi hanno nominato: una persona che – quando non era a cena con monarchi sauditi o a farsi onorare a Davos da tiranni che le passavano assegni da milioni di dollari – ha passato gli ultimi, parecchi, anni a correre meschinamente dietro a banche di Wall Street e a grandi società incassando compensi da 250.000 dollari per discorsi segreti da 45 minuti persino quando era già diventata inimmaginabilmente ricca con anticipi su libri mentre suo marito aveva già fatto decine di milioni giocando agli stessi giochi. Ha fatto tutto questo senza il minimo interesse apparente per come ciò avrebbe alimentato tutte le percezioni e i risentimenti nei suoi confronti e in quelli del Partito Democratico quali corrotti, protettori dello status quo, strumenti aristocratici dei ricchi e potenti: esattamente il comportamento peggiore possibile per questa era post crisi economica del 2008 di globalizzazione e industrie distrutte.
Superfluo dire che Trump è un artista sociopatico conservatore ossessionato dall’arricchimento personale: tutto il contrario di un genuino combattente per gli oppressi. E’ una cosa troppo evidente perché sia necessario discuterne. Ma, proprio come Obama ha fatto vigorosamente nel 2008, ha potuto candidarsi credibilmente come nemico del sistema di Washington e di Wall Street che è passato come un rullo su così tante persone, mentre Hillary Clinton è la sua leale guardiana, la sua perfetta beneficiaria.
Trump ha promesso di distruggere il sistema che le élite amano (per buoni motivi) e le masse odiano (per motivi altrettanto buoni), mentre la Clinton ha promesso di gestirlo in modo più efficiente. Questa, come ha documentato tre settimane fa l’indispensabile articolo di Matt Stoller sul The Atlantic, è la scelta connivente fatta dal Partito Democratico decenni fa: abbandonare il populismo e diventare il partito dei manager tecnocraticamente esperti, moderatamente benevoli del potere élitario. Quelli sono i semi cinici, egoistici che hanno piantato e adesso il raccolto è germogliato.
Ovviamente ci sono differenze fondamentali tra la versione del “cambiamento” di Obama e quella di Trump. Ma a un livello elevato di generalizzazione – che è quello in cui questi messaggi sono spesso recepiti – entrambi sono stati percepiti come forze esterne in missione per abbattere le corrotte strutture d’élite, mentre la Clinton è stata percepita come dedita al loro rafforzamento. Questa è la scelta fatta dai Democratici – in larga misura felici delle autorità dello status quo, fiduciosi nella loro fondamentale bontà – e qualsiasi onesto tentativo da parte dei Democratici di scoprire il principale autore della disfatta dell’altra sera comincerà con un grande specchio.
Che razzismo, misoginia e xenofobia sia pervasivi in tutti i settori degli Stati Uniti è indiscutibile persino dando uno sguardo superficiale alla loro storia, sia lontana sia recente.
Ci sono motivi per il fatto che tutti i presidenti sino al 2008 sono stati bianchi e tutti i 45 presidenti eletti sono stati maschi. Non possono esserci dubbi che tali patologie abbiano avuto un ruolo considerevole nel risultato dell’altra sera. Ma tale fatto risponde a ben poche domande e ne pone molte di cruciali.
Tanto per cominciare, si deve affrontare il fatto che non solo Barack Obama è stato eletto due volte ma è sul punto di lasciare la carica da presidente molto popolare: oggi è considerato più positivamente di Reagan. Gli Stati Uniti nel 2008 e nel 2012 non erano meno razzisti e xenofobi di quanto siano ora. Persino Democratici convinti che amano etichettare casualmente i loro avversari da fanatici stanno riconoscendo che per capire i risultati dell’altra sera è necessaria un’analisi molto più complessa. Come ha scritto Nate Cohn del New York Times: “La Clinton ha subito le sue maggiori perdite nei luoghi in cui Obama è stato più forte tra gli elettori bianchi. Non è semplicemente una questione di razzismo”. Matt Yglesias ha riconosciuto che l’elevata percentuale di approvazione di Obama è incoerente con la descrizione degli Stati Uniti come di un paese “innamorato del razzismo”.
Spesso si parla di “razzismo/sessismo/xenofobia” in contrapposizione a “sofferenza economica” come se fossero dicotomie totalmente distinte. Naturalmente ci sono considerevoli elementi di entrambe le cose nella base elettorale di Trump, ma le due categorie sono inestricabilmente collegate: quanto maggiore è la sofferenza economica che la gente subisce, quanto più arrabbiata e amareggiata diventa, tanto più facile è indirizzarne la rabbia contro capri espiatori. La sofferenza economica spesso alimenta un fanatismo orribile. E’ vero che molti elettori di Trump se la passano relativamente bene e che molti dei più poveri della nazione hanno votato per la Clinton ma, come ha avvertito Michael Moore in modo molto profetico, quei segmenti del paese che sono stati più devastati dalle orge del libero scambio e dalla globalizzazione – Pennsylvania, Ohio, Michigan, Iowa – erano pieni di rabbia e “vedono [Trump] come una possibilità di essere una bottiglia Molotov umana che piacerebbe loro scagliare contro il sistema per farlo saltare in aria”. Quelli sono i luoghi che sono stati decisivi per la vittoria di Trump. Come ha scritto Tim Carney del Washington Examiner:
Elettori rurali bianchi a basso reddito della Pennsylvania hanno votato per Obama nel 2008 e poi per Trump nel 2016 e la vostra spiegazione è il suprematismo bianco? Interessante.
Negli ultimi sei decenni, e in particolare negli ultimi 15 anni dell’interminabile guerra al terrore, entrambi i partiti politici si sono uniti a costruire un sistema di potere autoritario spaventosamente invasivo e distruttivo e senza precedenti, accompagnato dall’autorità sfrenata conferita al ramo esecutivo per farne uso
In conseguenza il presidente degli Stati Uniti comanda un vasto arsenale nucleare che può distruggere molte volte il pianeta; l’esercito più mortale e più costoso mai sviluppato nella storia umana; autorità legali che gli consentono di condurre numerose guerre segrete contemporaneamente, di incarcerare persone senza giusto processo e di mettere nel mirino persone per essere assassinate (compresi cittadini statunitensi) senza alcun controllo; agenzie nazionali delle forze dell’ordine che risultano agire da eserciti permanenti paramilitarizzati; uno stato penale a macchia d’olio che consente l’incarcerazione molto più facilmente che nella maggior parte dei paesi occidentali; e un sistema di sorveglianza elettronica volutamente progettato per essere ubiquo e illimitato, anche sul suolo statunitense.
Quelli che hanno ammonito circa i gravi pericoli che pongono questi poteri sono spesso stati ignorati affermando che i capi che controllano questo sistema sono benevoli e benintenzionati. Hanno allora spesso fatto ricorso alla tattica di sollecitare le persone a immaginare che cosa potrebbe succedere se un presidente che considerassero meno che benevolo ne conquistasse un giorno il controllo. Quel giorno è arrivato. Si spera che questo almeno fornirà lo spunto per unirsi oltre gli schieramenti ideologici e di parte per imporre finalmente limiti significativi a questi poteri che, tanto per cominciare, non avrebbero mai dovuto essere conferiti. Tale impegno dovrebbe cominciare ora.

***

Per molti anni gli Stati Uniti – come il Regno Uniti e altre nazioni occidentali – si sono imbarcati in un percorso che virtualmente garantiva un collasso dell’autorità delle élite e un’implosione interna. Dall’invasione dell’Iraq alla crisi finanziaria del 2008 al quadro divorante di carceri e guerre interminabili, i vantaggi sociali sono stati diretti quasi esclusivamente alle stesse istituzioni d’élite maggiormente responsabili di fallimenti a spese di tutti gli altri.
Era solo questione di tempo prima che ne derivassero instabilità, contraccolpi e sconquassi. Sia la Brexit sia Trump ne segnalano l’arrivo. La sola domanda è se questi due cataclismi saranno il picco di questo processo o solo il suo inizio. E ciò, a sua volta, sarà determinato da se le loro lezioni cruciali saranno apprese – realmente interiorizzate – o ignorate a favore di campagne di autogiustificazione per incolpare tutti gli altri.

Da ZNetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo
Originale: The Intercept
Traduzione di Giuseppe Volpe
Traduzione © 2016 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

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