di Martin Plot
Vorrei iniziare con un suggerimento per cercare di comprendere la logica evenemenziale che caratterizza, a mio parere, la deliberazione pubblica, utilizzando il concetto di “scene deliberative istituzionalizzate”. Cosa intendo anzitutto con “logica evenemenziale della deliberazione pubblica”? Molto semplicemente che il processo di delibera istituzionale ha raramente come suo tema centrale i principi generali attorno ai quali dovrebbe essere organizzata la vita collettiva. Parafrasando la lettura del giudizio estetico kantiano avanzata da Hannah Arendt, il dibattito pubblico non si muove dal generale al particolare, ma, al contrario, tende ad andare dal particolare al generale, e questi “particolari” che motivano la deliberazione pubblica sono in genere eventi, di solito imprevisti o almeno contingenti nel loro apparire.
Ad esempio, gli attacchi dell’11 settembre 2001 erano ciò che, proprio per catturare il carattere evenemenziale della deliberazione, propongo di chiamare “scena deliberativa”. Ma perché chiamare scena quella circostanza della vita pubblica? Perché la nozione suggerisce un luogo e un tempo localizzato nel quale si verifica un evento che, per il suo impatto sulla vita collettiva, per l’attenzione diffusa che suscita, per la pausa che sembra introdurre nel corso della vita sociale e politica, per lo spostamento che si verifica nel modo di concepire lo stato delle cose, costringe la società, come direbbe nuovamente Arendt, a “fermarsi e pensare”, ovvero a discutere di ciò che è accaduto e deliberare ciò che è in gioco e la sua ricaduta sul futuro. Deliberazione che metterà in gioco una pluralità di orizzonti che forniranno una descrizione sommaria dei principi stessi di organizzazione – sempre molteplici – che governano o dovrebbero governare la vita collettiva.
E perché orizzonti? Perché, come suggerito dalla tradizione fenomenologica, un orizzonte funziona come sfondo sul quale risalta ciò su cui abbiamo posto lo sguardo. Ma non solo, un orizzonte è anche una bussola che suggerisce una direzionalità e opera come un obiettivo che non può essere raggiunto, ma che organizza il viaggio, che definisce le coordinate che guidano il senso – nel suo doppio significato – di ciò che viene intrapreso. La “struttura dell’orizzonte”, come Merleau-Ponty dice, non è tanto una struttura quanto un principio di strutturazione, un organizzatore di senso e non senso, di visibilità e invisibilità, del pensabile e dell’impensabile. Diciamo, anticipando qualcosa che riprenderò nella seconda parte, che una struttura d’orizzonte è un “regime” che, in virtù del suo carattere di organizzazione del percepibile e del sensibile, potremmo chiamare “estetico”.
Ancora una considerazione sulle “scene deliberative”: se queste avvengono in risposta a un evento, e questi eventi sono, come c’è da aspettarsi, relativamente imprevedibili e contingenti, cosa intendo sottolineare con “scene deliberative istituzionalizzate”? Ciò che voglio dire con questo concetto, è che gli eventi che scatenano il dibattito pubblico, quegli eventi che semplicemente nell’accadere istituiscono una scena, un tempo e un luogo, dove – e poi, più tardi, a tale proposito – vengono discussi e valutati aspetti rilevanti della vita collettiva, non necessariamente devono irrompere dal nulla, come un fulmine nel deserto. Allo stesso modo, anche le “scene deliberative non-istituzionalizzate” possono essere, una volta verificatesi, iscritte in un contesto che le ha rese possibili e ha creato le condizioni del loro aspetto – senza in tal modo ridurre tali contesti e condizioni alla categoria deterministica di “cause”.
Tocqueville – in una sezione del suo Democrazia in America intitolata “Crisi elettorale” – ha descritto così le elezioni presidenziali degli Stati Uniti:
"Gli americani sono abituati a procedere a elezioni d’ogni genere e sanno per esperienza a che grado di agitazione possono pervenire e debbono fermarsi. […] Tuttavia si può ancora considerare il momento dell’elezione del presidente degli Stati Uniti come un momento di crisi nazionale.
L’influenza esercitata dal presidente sul corso degli affari è senza dubbio debole e indiretta, ma si estende sull’intera nazione; la scelta del presidente interessa poco il singolo cittadino, ma interessa tutti i cittadini. Ora un interesse, anche piccolo, assume una grande importanza quando diviene un interesse generale.
Inoltre, i partiti negli Stati Uniti, come altrove, sentono il bisogno di raggrupparsi intorno ad un uomo per arrivare più facilmente all’intelligenza della folla. Essi dunque si servono generalmente del nome del candidato alla presidenza come di un simbolo e personificano in lui le loro teorie. Così, i partiti hanno un grande interesse a determinare l’elezione in loro favore, non tanto per far trionfare le loro dottrine con l’aiuto del presidente eletto, quanto per mostrare, con la sua elezione, che queste dottrine hanno acquistato la maggioranza.
[…] Via via che l’epoca della elezione si avvicina, gli intrighi divengono più attivi, l’agitazione più viva e diffusa. I cittadini si dividono in vari campi, ciascuno dei quali prende il nome di un candidato. La nazione intera cade in uno stato febbrile, l’elezione è allora il tema principale della stampa, il soggetto delle conversazioni private, lo scopo di tutti i maneggi, l’oggetto di tutti i pensieri, l’unico interesse del momento.
È vero che, appena la sorte si è pronunciata, l’ardore si dissolve, tutto si calma e il fiume, straripato per un momento, rientra tranquillamente nel suo letto. Ma non dovremo noi preoccuparci che l’uragano sia potuto nascere?"
Non credo di essere in grado di descriverlo meglio: le scene deliberative istituzionalizzate sono allora quegli eventi della vita politica che sono regolamentati e governati in anticipo con maggiore o minore livello di istituzionalizzazione e che sono periodici e illimitati – come la biblioteca di Babele in Borges. Questi eventi sono periodici, perché è regolata la loro apparizione temporale, e sono illimitati in un duplice senso: perché non si sa quali siano le loro conseguenze né si stabilisce in quale momento decideranno di accadere.
Contratti collettivi di lavoro, commemorazioni nazionali, mostre, convegni, riunioni periodiche, riunioni annuali dei Club, convention di partito: tutti questi sono scene deliberative istituzionalizzate. Ma, come indica l’agitazione descritta da Tocqueville, il primo grande etnografo della politica e della società americana, le principali scene deliberative istituzionalizzate delle democrazie moderne restano i processi elettorali e, nel nostro caso, le elezioni presidenziali.
II
L’opposizione tra scienza e filosofia politica – l’una, di solito interessata al funzionamento delle istituzioni, inclusi i processi elettorali; l’altra, di solito incentrata sui principi generali che danno forma alla società, compresa la questione del regime politico – è diventato un luogo comune. Un’eccezione è rappresentata da Claude Lefort, uno dei pochi filosofi politici “continentali” per cui gli Stati Uniti sono stati o sono qualcosa di più di una vasta geografia abitata da consumisti depoliticizzati, l’avanguardia militare del dominio del capitale. Effettivamente Lefort, anche attraverso l’interesse verso l’opera di Tocqueville, prese sufficientemente sul serio l’esperienza politica nordamericana e il suo ruolo nell’avvento della democrazia moderna, più di quanto non ci ha abituati la filosofia politica continentale. Partirò proprio da questo esempio per costruire un ponte tra la teoria della democrazia e l’osservazione e l’interpretazione dei processi elettorali in quanto scene deliberative istituzionalizzate, con particolare attenzione al processo elettorale del 2016.
Procediamo per gradi. Penso che solo comprendendo le modifiche occorse con la principale scena deliberativa non-istituzionalizzata di questo secolo negli Stati Uniti, vale a dire l’11 Settembre 2001, potremo iniziare a trovare la chiave per capire i tratti principali di quanto avviene nella scena deliberativa istituzionalizzata odierna. Ciò che provoca immediata perplessità, credo, nell’analizzare i cambiamenti, sia istituzionali e immaginari, prodotti durante e dopo quella scena deliberativa, è il modo in cui gli Stati Uniti sembrano allontanarsi rapidamente da quello che, seguendo Lefort, identifico come le quattro dimensioni fondamentali della democrazia moderna. Sinteticamente:
sempre più spesso, la società americana e i suoi principali attori politici si mostrano incapaci di tollerare l’immagine della società come naturalmente divisa, inevitabilmente e spontaneamente conflittuale, plurale e in uno stato di cambiamento permanente. Questo porta, in questa società e in questi attori, a mostrare un fascino crescente con l’idea –fantastica, ma non per questo meno operativa e statuente – di un popolo Uno e indivisibile;
il luogo del potere, luogo simbolico di sutura strutturale (come lo chiamava Ernesto Laclau), che secondo Lefort in una democrazia non può e non deve essere occupato da alcun attore in modo permanente, sembra stia venendo rioccupato da un particolare attore sociale (l’1%, come denunciò Occupy Wall Street) a seguito della conquista plutocratica del processo politico e dei suoi meccanismi statali – un fenomeno che spiega il ruolo inaspettato giocato da Bernie Sanders, e paradossalmente dallo stesso Donald Trump, alle primarie presidenziali del 2016;
come ha insistito l’ex vice presidente Dick Cheney, “l’11 settembre ha cambiato tutto”: questo significa che gli Stati Uniti erano e sono intrappolati dall’ossessione e dal desiderio di una sicurezza totale che spinge, e ora spinge più che mai, la società a un rifiuto crescente dell’incertezza democratica e in direzione di una legittimazione crescente di fusione ad hoc delle sfere del potere, della conoscenza e della legge in tutte le questioni riguardanti la Guerra al terrorismo (guerra che, a differenza delle precedenti, è di natura temporalmente e spazialmente illimitata, ovvero non conosce una fine empiricamente identificabile né accetta l’intervento della separazione dei poteri come limitazione del suo campo d’azione). Il che si traduce, tra le altre cose, in: sequestro, scomparsa o detenzione a tempo indeterminato di sospetti terroristi; tortura come modo legittimo di procedere in difesa della sicurezza nazionale; più recentemente, uccisione di stato globale attraverso il ricorso ai droni; e, su un altro piano, affatto svincolato, detenzione di decine di migliaia di persone in campi di internamento per immigrati;
che la suddetta attrazione per l’idea di un popolo unico e indivisibile si manifesta anche – come si è visto nella fascinazione per la candidatura di Donald Trump nelle primarie Repubblicane e nelle elezioni generali – nell’ossessione della necessità di “epurazione” di elementi estranei al corpo politico, ovvero la necessità di immaginare una società istituita in opposizione a, e purificata da, gli immigrati (soprattutto latino-americani) o coloro che professano una religione diversa dalla maggioranza (fondamentalmente musulmani).
Tutto questo sta effettivamente accadendo – ovvero, la società nordamericana sembra essere sempre più in tensione con la dissoluzione dei riferimenti di certezza descritti da Lefort – e tuttavia non ritengo corretto usare la tipologia dei regimi politici tradizionalmente associati con il suo lavoro. Questa tipologia postulava, per dirlo schematicamente, un passato in cui il regime della monarchia teologico-politica cristiana era stato sostituito dalla democrazia moderna, come risultato delle rivoluzioni democratiche; il che a sua volta causò l’intervento del principio generativo dell’uguaglianza e, quindi, la generalizzazione della dissoluzione delle marche di certezza di classe caratteristiche del vecchio regime. Di fonte a questa generalizzazione dell’incertezza per quanto concerne tanto lo stato come entità politica quanto le relazioni tra i suoi membri, ecco che fa la sua comparsa anche il fantasma totalitario: fantasia del ripristino di una unità radicale del sociale all’interno della stessa società.
Gli Stati Uniti si stanno trasformando in un regime teologico-politico? Una domanda che potrebbe essere formulata tenendo presente la fascinazione mostrata dalla società nordamericana per la nomina di Trump, che potrebbe essere meglio definita come “volontarista”, vale a dire alimentata dal desiderio di ristabilire con un semplice atto di fede (believe me) una gerarchia pre-democratica definita da una supremazia, sia economica sia culturale, della ormai prima minoranza bianca (make America great again realmente significa, pur senza dirlo esplicitamente: make America white again). Oppure, in alternativa, si stanno trasformando in un regime totalitario?
Dare risposta affermativa a queste domande sarebbe quanto meno affrettato. Il che dovrebbe portarci a considerare la possibilità che sia necessario offrire una rielaborazione di questa tipologia di regimi politici, una rielaborazione che ci permetta di dare senso al doppio fenomeno che si profila: la distanza crescente tra la società americana dopo l’11 settembre 2011 e l’indeterminatezza democratica, da un lato, e il fatto che questa società che si disegna all’orizzonte sfugge dai paletti della catalogazione usuale.
III
La rielaborazione suggerita nella prima parte sosteneva che il regime teologico-politico e quello totalitario, piuttosto che forme alternative e complete in loro stesse di istituzione della società, sono da intendersi come orizzonti, vale a dire come indicatori sia di direzionalità sia di contrasto, che rendono possibili significati e identificazioni differenti, coesistenti e in conflitto tra loro in un tempo e un luogo determinati. Più specificatamente: se è vero che la dissoluzione egualitaria delle marche di certezza e incertezza democratica sembrano essere le caratteristiche salienti delle società che più hanno sperimentato la secolarizzazione delle proprie istituzioni, pratiche e credenze, ciò che sembra problematico è concepire l’orizzonte teologico della politica come qualcosa di definitivamente lasciato nel passato, o l’orizzonte totalitario come una minaccia solo potenzialmente futura e non operativa o istituente in tempi maggiormente democratici.
A partire da questa rielaborazione, potremmo dire che il regime teologico della politica – che non scompare al compimento della rivoluzione democratica, ma è piuttosto temporaneamente sottomesso nella sua capacità di incidere nell’istituzione delle priorità, delle visibilità e dell’auto-percezione complessiva della società – fonda le sue pretese di legittimità in una fonte esterna e costituente l’unità del sociale. Ma l’orizzonte teologico-politico non deve essere letteralmente teologico (anche se evidentemente, come dimostra il presente globale, può ben esserlo); l’orizzonte teologico della politica richiede semplicemente la fascinazione con il gesto dell’incarnazione, ha bisogno cioè di essere sedotto dalla possibilità che l’enigma della esteriorità della volontà, sia divina, di una nazione o di un popolo idealizzato come uno e indivisibile, possa in qualche modo essere materializzato e pienamente rappresentato nel cuore della società.
Al contrario, il regime epistemico della politica – che tanto nella sua forma totalitaria quanto nelle manifestazioni meno pure – nega l’esistenza di quella fonte esterna e rivendica per sé l’accesso a una verità della società che deve essere protetta dalla conflittualità e dall’incertezza. Questo regime epistemico suppone che l’istituzione stessa sia completamente organica, potenzialmente trasparente e spontaneamente organizzata: soprattutto se i processi che sono “noti” come centrali a tale organismo sociale non sono ostacolati da elementi “esterni” al suo funzionamento. Naturalmente, questi elementi esterni possono essere sia la contingenza e la polifonia della politica democratica sia l’“irrazionalità” dell’orizzonte teologico-politico; polifonia o irrazionalità che bagnano di opacità il sociale, facendo sì che questo smetta di essere trasparente dal punto di vista epistemico. In breve, l’orizzonte epistemico della politica è parimenti affascinato dalla fantasia dell’incarnazione, solo che questa non è volontaria, ma razionalista: non è la fede nella volontà della nazione, del popolo o di Dio ciò che deve sfuggire alla contingenza della democrazia, ma la conoscenza tecnica o normativa (di solito poco più che l’ideologia di una rete plutocratica di occupazione del luogo di potere) sul funzionamento dello stato o le leggi della società.
Questi due regimi antagonisti della politica spesso si annullano a vicenda o si scontrano con forza. Ma questo non sempre accade, in quanto non è insolito per loro trovare un terreno comune nel loro rifiuto verso il terzo orizzonte organizzatore della vita collettiva, quello viene visto da questa prospettiva come inaccettabilmente ambivalente e destabilizzante, ma che, negli Stati Uniti, è stato egemonico e crescente (anche se non linearmente) dalla rivoluzione del 1776-1789: il regime estetico della politica, quello che assume il carattere irriducibilmente multiprospettico della società. Il regime estetico (o “democratico”, per usare l’accezione solita del termine “democrazia” e per complicare meno le cose…) della politica, inoltre, è l’orizzonte il cui gesto centrale è l’istituzionalizzazione dell’incertezza – l’istituzionalizzazione dell’accettazione aperta e plurale che non esiste decisione definitiva o soluzione finale all’enigma dell’istituzione della società; che questa è, come detto, illimitata e ciclica, e che l’unica cosa che prevale e deve prevalere è il senso egalitario di questa “multi-prospettività”.
Di cosa permette di rendere conto questa complessificazione della tipologia lefortiana dei regimi della politica, che li rende co-esistenti e in concorrenza tra loro, e che la sua versione rigida invece impedisce? Dell’identificazione degli incrementi relativi della presenza, o delle possibili alleanze, degli orizzonti organizzatori di sensi e di politiche, di visibilità e di “decidibilità”. Così, quando le società contemporanee sperimentano, nello sconcerto di molti, la decisione della Gran Bretagna di lasciare l’Unione Europea o la possibile elezione di Trump a Presidente degli Stati Uniti, questi eventi dovrebbero essere visti non come l’irruzione improvvisa di un soggetto politico di tipo nuovo, ma come il progressivo emergere di configurazioni che, a lungo termine, possono arrivare a presentarsi con forme di istituzione e orizzonti di senso che coinvolgono il consolidamento di una forma di società di tipo nuovo. Ed è possibile che queste configurazioni si siano spinte ben oltre rispetto a quanto effettivamente riusciamo a percepire.
IV
Concludo con alcuni riferimenti più concreti al processo elettorale del 2016, intrecciati con una delle modalità con cui quelli che ho chiamato orizzonti o regimi politici sono stati recentemente teorizzati negli Stati Uniti. Il teorico in questione è Bruce Ackerman, costituzionalista eterodosso per il quale il problema “costituzionale” non è quello di un testo sacro e originale, eredità saggia per i posteri di un’entità politica, ma piuttosto quello di un “regime” che si estende nel tempo – di solito per periodi non trascurabili, come anni o pochi decenni – come conseguenza di processi istituenti. Ma quest’ultimi alla fine si stabilizzano, inaugurando un nuovo regime di politica “normale”, in cui tribunali e avvocati, giudici e leggi, si dedicano soprattutto ad assicurare la sua durata: e questo si verifica solo durante intensi e non insignificanti periodi di tempo, in cui “We the People” riesce a consolidare, sia nelle istituzioni sia nell’immaginario collettivo, un nuovo regime costituzionale.
In questa dialettica tra “momenti costituzionali” e “politica normale” teorizzata da Ackerman, le crisi politiche sono quelle che tendono a diventare ciò che ho definito scene deliberative, scene che possono dar luogo o meno a un momento costituzionale. Per Ackerman, i momenti costituzionali nella storia degli Stati Uniti sono stati sostanzialmente tre: 1) la fondazione propriamente detta, 2) la guerra civile e la ricostruzione, e 3) il New Deal e l’istituzionalizzazione dei diritti civili. Dico “sostanzialmente” perché quello presente potrebbe essere un quarto momento costituzionale in germe, per quanto resti ancora da vedere quale sarà il suo sviluppo. La situazione attuale è stata anticipata da tre amministrazioni repubblicane: quella di Nixon, nell’episodio di criminalità presidenziale noto come Watergate; quella di Reagan, nell’episodio di criminalità presidenziale noto come Iran / Contras; e quella di Bush, nell’episodio di criminalità presidenziale noto come guerra contro il terrorismo.
Il problema è che, mentre i primi due episodi di criminalità presidenziale sono stati seguiti da momenti di “politica normale”, in cui alcuni elementi furono respinti dai tribunali e dal Congresso in quanto anti-costituzionali (che, per intenderci, in Ackerman significa “anti-regime costituzionale” e non “anti-testo costituzionale”), l’ultimo al contrario sembra aver inaugurato un periodo che Ackerman non ha alcun dubbio nel definire come declino e caduta della repubblica nordamericana. Nella sua concettualizzazione, il nuovo regime costituzionale, dominato da un iper-presidenzialismo di guerra illimitato, non fa scomparire più i regimi precedenti (e in tensione con questo), legati a un nozione ampia di uguaglianza davanti alla legge e nel processo politico. Ciò che tuttavia non è ancora definito è come sarà stabilizzata questa tensione. La mia ipotesi è pessimista: credo che l’episodio chiave di questa tensione sia stato risolto nelle primarie di entrambi i partiti, e in entrambe i partiti ha trionfato questo iper-presidenzialismo di guerra illimitato – uno dominato dall’orizzonte teologico della politica (Trump) e, l’altro, da quello epistemico (Clinton).
Certamente, l’evento politico del 2016 è stato Trump, perché il suo discorso e le sue pratiche, l’orizzonte che delinea le sue politiche, sono chiaramente di rifiuto dell’incertezza egualitaria e della separazione di diritto, conoscenza e potere; e perché lo fa deliberatamente ed esplicitamente. Ma è altrettanto vero che l’altro evento politico dell’anno è stata la campagna Sanders, l’articolazione cioè di un orizzonte egualitario, democratico e anti-neoconservatore, critico tanto dei repubblicani in quanto agenti in prima linea di questo iper-presidenzialismo di guerra illimitato, quanto di Obama e Clinton come in parte corresponsabili della realizzazione plutocratica del potere. Un evento che però è stato sconfitto, pur per un piccolo margine. L’8 novembre, chiunque vinca, la domanda allora è: stiamo già vivendo in un nuovo regime costituzionale? O, ancora oltre, dato che la dimensione chiave della guerra contro il terrorismo è la sua natura illimitata: questo fenomeno ha la capacità di diventare la pietra angolare di un cambiamento nella forma della società?
Come accennato all’inizio, l’interrogarsi di una società sulla propria istituzione è un processo permanente, quindi questa particolare scena istituzionalizzata deliberativa – queste elezioni presidenziali – non chiuderanno definitivamente il processo aperto durante le primarie di entrambi i partiti. Una vittoria di Hillary Clinton potrebbe aiutare il partito repubblicano a tornare a un discorso meno populista e più liberista, ma ugualmente xenofobo, nazionalista e militarista – queste sono state le caratteristiche principali del discorso e delle pratiche del partito per decenni. Allo stesso tempo, è possibile che questa vittoria della Clinton inauguri un periodo di crisi tra i Democratici, dato che le notevoli differenze nella diagnosi del presente, dei principi politici e delle politiche pubbliche tra gli elettori di Sanders e l’establishment del partito saranno esacerbate dalla responsabilità di governare da “alleati”. Una vittoria per Donald Trump, in cambio, ci proietterà sicuramente in un territorio molto meno prevedibile. Rimangono un paio di giorni per sapere in quale direzione si guarderà da ora in avanti.
Traduzione di Giacomo Tagliani
Fonte: lavoroculturale.org

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