di Sergio Farris
Come altri avranno fatto, ho provato anch'io, in questi giorni, a domandarmi se per caso non fosse il sottoscritto a trovarsi in uno stato mentale di ostilità preconcetta nei confronti della riforma costituzionale da approvare o respingere in occasione del Referendum che si terrà il 4 Dicembre. Così, dopo avere constatato che il principale obiettivo dichiarato dagli stessi proponenti della riforma (ovvero la semplificazione nel funzionamento dei meccanismi istituzionali) non può da essa minimamente venire raggiunto, mi sono messo alla ricerca, leggendo i giornali e assistendo a vari dibattiti, di ulteriori ragioni addotte con una certa frequenza dal fronte del Si affinchè si realizzi l'entrata in vigore della riforma.
Cercherò di fare una rassegna di quelle che ho trovato: i contrari alla riforma non esprimono progetti alternativi per il futuro del paese; sarà impossibile che gruppi politici eterogenei, propensi oggi a votare e far votare No, in caso di rigetto dell'attuale disegno di riscrittura costituzionale, potranno, all'indomani dell'esito referendario, riunirsi per stilare un'altra riforma; se questa riforma sarà bocciata dall'elettorato vi sarà l'immobilismo perpetuo, quindi, se anche come ammettono alcuni esponenti del Si, la riforma è perfettibile, si tratta di un passo avanti; intanto, meglio cambiare qualcosa che non cambiare niente, poi si penserà a concepirne eventualmente un'altra. Posto che, a uno sguardo ordinariamente attento, la maggior parte di queste ragioni appare talmente pretestuosa e inconsistente da non richiedere l'estensione di particolari riscontri (uno dei motivi fondanti la contrarietà al disegno di legge Renzi-Boschi risiede nel fatto che non è, nell'immediato, necessaria alcuna riforma della Costituzione) ho deciso di provare ad interrogarmi su altre due ragioni del Si, sulle quali vale, credo, la pena soffermarsi.
1) Si tratta di una riforma contro la casta, perchè grazie ad essa si abbattono i privilegi dei politici.
2) Finalmente si assicura la stabilità del governo.
Ebbene, concordo solamente per quello che riguarda la realizzabilità di questo ultimo punto, perchè, in verità, è questo il vero obiettivo della riforma che, anche grazie alla legge elettorale c.d. Italicum (la quale riduce la Camera dei Deputati ad organo composto dai fedelissimi del partito che ottiene il previsto premio di maggioranza) può essere effettivamente perseguito. Ma devo tuttavia rilevare che questo intento, così come quello di cui al punto 1), è intriso di insidie, non immediatamente percepibili (e per questo ancora più foriere di eventi sgradevoli) dal cittadino medio.
Ciò che infatti, chi è orientato a favore del Si, dovrebbe sapere, è che, contrariamente a quanto gli si vuole far credere, non è vero che il Paese sarà, grazie alla riforma, slegato da intralci che imbrigliano il governo nel decidere, così da potersi occupare del nostro benessere. La tesi di coloro che vi hanno persuaso a optare per il Si, dice, all'ingrosso: il problema è la “casta”, composta di vecchi politici e di burocrati, dedita in maniera esclusiva ai propri interessi, a sottrarre soldi e risorse ai cittadini e a mettersi di traverso, rallentando l'azione di un governo (ovviamente quello che ha avanzato il disegno di riforma) che, invece, intende lasciare quei soldi e risorse nella loro disponibilità, sottintendendo che il singolo individuo potrà meglio provvedere, da sé medesimo, ai propri bisogni.
In realtà, andrebbe altresì detto che dietro il mito della (presunta) semplificazione, attuata in funzione della governabilità, vi è l'introduzione di una sorta di criterio economicistico/efficientistico nel processo decisionale politico finalizzato a tradurre in pratica, nelle politiche pubbliche, gli stessiprincipi di cui si avvale l'interesse privato. Perchè occorre riconoscere che con l'inserimento in Costituzione del criterio della governabilità quale punto cardinale del sistema istituzionale (1), con un Parlamento depotenziato (è infatti previsto che la Camera resterà il solo ramo del Parlamento investito del ruolo fiduciario e il Senato sarà formato da membri che vi presenzieranno nei ritagli di tempo) sarà sempre il governo a decidere, ma non in nome degli interessi di cittadini e lavoratori impegnati quotidianamente nel procurarsi la mercede, bensì in nome degli interessi di una “governance” politica ed economica sovranazionale, pubblica e privata. Sarà sempre il Governo a decidere, o, quantomeno, ad avere l'ultima parola, sovrapponendo l'esecuzione della volontà espressa da parte della suddetta “governance” alla volontà che dovrebbe (e lo sarà sempre meno) essere radicata negli enti di rappresentanza dei cittadini, ovvero le assemblee parlamentari. La parola del Governo sarà risolutiva, ad esempio, su questioni concernenti le cosiddette “grandi opere”, da considerare parte sostanziale della strategia di attrazione degli investimenti internazionali (un altra parte di questa strategia è il contenimento del costo del lavoro e la messa da parte dei diritti sindacali) e lo farà nonostante eventuali avvisi contrari provenienti dagli enti territoriali interessati e/o dalle comunità locali.
Non viene neanche detto che, approfittando della disaffezione diffusa verso la politica, la prima parte della Costituzione continuerà, sempre in ossequio alla governabilità, a venire disattesa, con un crescente rischio di menomazione anche formale dei suoi diritti fondamentali, dalla sovranità popolare fino ai diritti sociali, per giungere alla messa in discussione dello stesso fondamento della Repubblica, il lavoro, dal cui riconoscimento irradiano una serie di diritti sociali e politici. Infatti, nel progetto Costituzionale dei padri fondatori della Repubblica democratica, vi è che deve sussistere un legame fra status di lavoratore e status di cittadino, titolare questi di diritti intesi quale partecipazione effettiva (non limitata alla sporadica e sterile partecipazione al rito elettorale) al processo politico di cura della “cosa pubblica”. Se, tramite una sorta di marcato decisionismo sul piano interno, purtuttavia subordinato a una altrettanto marcata deferenza sul piano esterno, si antepone l'attrattività degli investimenti internazionali ai diritti dei cittadini nella loro molteplice veste di portatori di interessi sociali e di interessi della comunità di appartenenza, non è solo la seconda parte della Costituzione a essere in discussione, ma anche la prima.
Dato che lo stesso attore proponente la riforma, l'attuale Governo (che pretende, inoltre, di farla approvare a forza di facili richiami demagocici, come l'insistenza a fare riferimento al capzioso quesito referendario) è quello che, sulla scorta delle esigenze prima menzionate, ha forzatamente rimosso essenziali tutele del lavoro, ai giovani attende un futuro di precariato perenne e di diritti sacrificati sull'altare del mercato, il tutto in ragione della profittabilità attesa degli investimenti esteri, che si pretende in tal modo di incentivare. Come al solito, ai centri del potere economico e finanziario i benefici, ai cittadini, soprattutto giovani, le briciole.
Nell'attuale fase storica di stagnazione globale, il commercio internazionale e la libertà di movimento dei capitali sono, in verità, a causa di una crisi globale che tende semmai a sminuire il mito della velocità, da concretizzare secondo il Governo nella tempestiva e snella assunzione di decisioni prone alla libertà di impresa, in fase di rallentamento. Molti paesi cominciano a riconsiderare la possibilità del passaggio a politiche pubbliche che tornino a concentrarsi sul sostegno alla domanda interna.
Nonostante tutto ciò, il Governo, promotore della riforma, insiste sul mito della velocità nell'assunzione delle decisioni, il che è in realtà traducibile nell'abdicazione dalle decisioni al livello nazionale per concentrarsi su decisioni a favore di una cieca e fideistica adesione al dogma della libertà di movimento dei capitali nel mercato, cioè in una cieca e fideistica adesione alle cause della crisi.
Votando Si, bisogna essere coscienti che si compie una scelta di adeguamento alle esigenze e ai dettami del potere oggi stutturato nelle modalità sopradescritte, e, nondimeno, si rinuncia persino alla presa di coscienza necessaria per poterlo un domani cambiare.
Da ultimo, sarebbe sensato che i cittadini orientati per il Si lasciassero perdere i facili concioni governativi relativi agli emolumenti della casta: si tratta di espedienti che fungono solamente da distrazione in rapporto alle reali cause delle nostre difficoltà. Gli interessi della casta (chissà perchè, poi, prendono parte a questa categoria tutti fuorchè i politici del partito che ha dato impulso alla riforma) sono ben poca cosa in confronto agli interessi ai quali il Governo che dovesse risultare dallo sconvolgimento della Costituzione intende aprire ulteriormente le porte. I compensi della casta si possono decurtare con l'approvazione di leggi ordinarie. La battaglia contro la casta va condotta su di un altro piano, quello della fattiva applicazione dei principi scolpiti nella prima parte della Carta fondamentale, fra i quali l'equa distribuzione del reddito e i limiti alla proprietà privata e al mercato. Ma per questo occorre un radicale mutamento di visione politica, una visione della quale il Governo che ha promosso questa riforma non è neanche remoto parente. Lo dimostra ponendo in continuazione l'accento su promesse riduzioni di imposte, a sottintendere il concetto che ciascuno deve considerarsi libero di condurre una competizione individuale nel mercato in esito alla quale, in caso di successo, l'individuo potrà procurasi i servizi sociali (privatizzati) dei quali abbisogna. Si tenga in proposito a mente che la competizione nel mercato genera immancabilmente vincitori e vinti.
Se, invece, domenica 4 Dicembre dovesse prevalere il NO, si sappia che a un'eventuale reiezione di questa riforma si dovrà tentare di dare una precisa impronta, da intendere come l'occasione per iniziare un itinerario di lunga lena, il cui esito sperato dovrà essere la ridemocratizzazione dei procedimenti politico/decisionali, il ripristino della sicurezza sociale, del lavoro stabile e dignitoso, il ritorno della programmazione e dell'investimento pubblico (in proposito è sintomatico che, dietro la giustificazione di ridicoli risparmi, si sbandieri la soppressione del Cnel, stando ciò a evidenziare la rinuncia del settore pubblico all'idea stessa di pianificazione). Questi sono i problemi del Paese, non la riforma della Costituzione.
E' questa è la vera sfida da porre alla “casta”.
(1) Il sistema istituzionale, come è stato ben spiegato dal costituzionalista Gustavo Zagrebelsky a Matteo Renzi durante un confronto televisivo, va visto nel suo funzionamento complessivo, con particolare riguardo al delicato equilibrio di pesi e contrappesi che deve caratterizzare ogni forma di stato democratica. Ebbene, nel testo in questione, è rinvenibile un complesso di disposizioni (ad es., il mutamento dell'assetto parlamentare con un notevole indebolimento del Senato, che perderebbe la prerogativa del voto di fiducia ed i cui membri non verrebbero più eletti dai cittadini; la ridefinizione, in direzione accentratrice, delle competenze legislative centrali e regionali; la facoltà da parte del governo di avocare materie di competenza residuali adottabili dalle regioni; l'intrusione dell'esecutivo nel calendario dei lavori parlamentari con l'istituzione del voto a data certa; il depotenziamento degli istituti di democrazia diretta; le modalità per l'elezione del Presidente della Repubblica e per le nomine dei componenti della Corte Costituzionale e del Consiglio Superiore della Magistratura) il quale fa decisamente pendere il baricentro del sistema istituzionale verso un rafforzamento del governo. Inoltre, la legge elettorale (c.d. Italicum), valevole non a caso per l'unica Camera investita del ruolo fiduciario, prevede un rilevante premio di maggioranza per la lista che ottenesse al primo turno almeno il 40% dei suffragi, o, in mancanza che prevalesse al ballottaggio, nonchè la sottrazione agli elettori del voto di preferenza per i capilista, pare proprio concepito per fare della nuova Camera un luogo di ratifica delle decisioni governative. Il combinato disposto determina una sorta di governo del partito o del premier.
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