lunedì 28 novembre 2016

Per un NO politico. Perché opporsi a una riforma non solo costituzionale

di Carolina Coriani 
In questi tempi di pazza campagna referendaria può capitare di tutto: scoprire improbabili affinità con vicini di casa che si credevano dispersi in altre galassie ideologiche, amicizie decennali mandate all’aria per un SÌ o un NO, comitati dell’una e dell’altra parte che gareggiano a chi fa perdere quanti più voti possibili alla propria causa. Può persino capitare di ritrovarmi qui e ora, io che non lo faccio quasi mai, a scrivere pubblicamente un post politico. Le ragioni sono puramente soggettive, così come privatissima è la echo chamber (sia virtuale che reale) da cui muovo e da dove in questi mesi ho letto e osservato tanto della discussione pubblico-privata sulla riforma Boschi.
Se in passato ho fatto ricorso a qualche stratagemma auto-destabilizzante per contrastare la ridondanza d’opinioni data dalla naturale conformità che mi lega ai miei stessi contatti, in occasione di questo referendum non ne ho avuto bisogno: la destabilizzazione è già servita lì, davanti ai miei occhi, nel mio feed, ogni giorno da mesi, con tutte le conseguenti emozioni forti del caso.
Oggi, come mai prima in questi anni, grazie a questo referendum si è potuto assistere a un progressivo sparigliarsi degli schemi più consueti, o almeno di quelli a cui ero, eravamo più assuefatti. Per quanto mi riguarda si può parlare di un rimescolamento dei tasselli, prima riuniti in più gruppi e ben schermati al rifugio di un nome, di un’idea, di un’immagine, ora attratti da due poli magnetici, SÌ e NO, di cui non immaginavo il potenziale disvelatorio. La scelta binaria impone necessariamente uno schieramento netto, che nelle sue realizzazioni personali a volte mi ha lasciato indifferente perché scontato, a volte mi ha disorientato, altre sconcertato. È il motivo per cui capita di provare un intimo dolore quando si scopre Silvio Orlando sostenitore del SÌ. È il motivo per cui stavolta non sono dovuta andare alla ricerca di profili leghisti o complottisti per trovare qualcosa con cui dissentire.
Del modo in cui molte persone si sono schierate per il SÌ, a turbarmi sono state tanto le idee, che in parte vorrei provare a discutere, quanto l’atteggiamento, che in un’era come quella renziana mi sembra contare più di sempre. Nell’ultimo anno ho assistito a una inaspettata renzizzazione che ha attecchito nelle maniere e nelle persone più insospettabili: i modi si sono fatti supponenti e insolenti oltre il tollerabile, i toni si sono incattiviti, di quella cattiveria rancorosa che può appartenere solo a chi pensa di aver finalmente raggiunto un obiettivo o uno status a lungo meritato e mai, fino a oggi, ottenuto. Oltre a questo, le strategie argomentative si sono appiattite in modo drammatico, fino ad arrivare alle rivendicazioni di autonomia della riforma rispetto alla legge elettorale (l’Italicum) o a paradossi del tipo: «non sta alla riforma stabilire come verranno scelti i nuovi senatori, sarà compito demandato a una legge ordinaria che non ci è dato conoscere: quindi un’argomentazione a favore del NO basata sull’opacità della riforma a questo riguardo non è legittima, non è nel merito». Che, considerato che si sta per creare un nuovo Senato, ha l’aspetto più di un mostro logico che di un richiamo all’ordine e alla razionalità.
Nel merito, comunque, per rifarmi al leitmotiv di queste settimane, ci entrerei volentieri. Con una lettura necessariamente obliqua e non sistematica che della riforma considera solo una di molte criticità possibili, ma sufficiente a farmi decidere: insomma l’unico tipo di lettura possibile per chi, non costituzionalista né laureato in giurisprudenza come me, e come molti di noi d’altronde, questa riforma vuole capirla un po’, se non in tutti i suoi aspetti giuridici almeno nei suoi risvolti politici.
Quello che leggo dove le cancellature e le aggiunte si fanno più fitte, è che stiamo per distogliere un grande numero di rappresentanti territoriali dai compiti per i quali sono stati eletti. Per cosa? Per accentrarli e farne sostanzialmente altro – un altro non ben chiaro, per giunta, col quale si attua il tanto sospirato superamento del bicameralismo paritario tramite un bicameralismo rabberciato. Al tempo stesso, e fatto ancor più grave, se ora su certe materie fondamentali lo Stato interviene a legiferare, ma di concerto e intesa con le Regioni in un regime di reciproca lealtà, con la riforma le decisioni in merito saranno affidate a due Camere delle quali una non controllerà più l’operato dell’altra. Quelli che stiamo per consegnare alla legislazione esclusiva dello Stato sono ambiti tutt’altro che trascurabili come «disposizioni generali e comuni sul governo del territorio; sistema nazionale e coordinamento della protezione civile; produzione, trasporto e distribuzione nazionali dell’energia; infrastrutture strategiche e grandi reti di trasporto e di navigazione d’interesse nazionale e relative norme di sicurezza; porti e aeroporti civili, di interesse nazionale e internazionale». Le Regioni niente potranno.
Forse per inquadrare meglio la posta in gioco presente in queste poche righe di virgolettato è opportuno fare un passo indietro e tornare allo Sblocca Italia: le cosiddette «misure urgenti per l’apertura dei cantieri, la realizzazione delle opere pubbliche, la digitalizzazione del Paese, la semplificazione burocratica, l’emergenza del dissesto idrogeologico e per la ripresa delle attività produttive». Si scoprì in fretta che l’unica urgenza era quella di far prevalere l’interesse a eseguire le opere sull’interesse generale, anche a costo di aggirare il dissenso regionale in proposito e, così, violare la Costituzione. Il decreto, infatti, fu dichiarato in parte incostituzionale, grazie al ricorso della Regione Puglia: l’incostituzionalità veniva evidenziata in riferimento agli art. 117 e 118 (Titolo V), che, guarda caso, definiscono proprio le competenze legislative di Stato ed enti territoriali di cui sopra; guarda caso, gli articoli che questa riforma intende modificare nel modo più evidente e rivendicato. «Ah, il mio decreto legge è incostituzionale? E allora cambio la Costituzione»: un riflesso perverso che la ministra Madia illustra in modo quasi innocente quando afferma che «se votiamo SÌ non ci sarà più la possibilità che una Regione blocchi l’innovazione di tutto il Paese».
È storia molto recente quella dello Sblocca Italia, purtroppo già dimenticata. Ma sarebbe bene che chi ha memoria di questo antesignano della famigerata «legge obiettivo» di era berlusconiana e propende per il SÌ avesse chiaro (così come l’ha chiaro, una a caso, Confindustria) cosa succederà quando sarà la Costituzione stessa a stabilire la supremazia dell’esecutivo, qualsiasi esecutivo, e insieme a essa l’irrilevanza delle Regioni in ambiti cruciali che oggi prevedono una legislazione concorrente. Si passerà di fatto dalla cooperazione inter-istituzionale allo scontro politico su scala nazionale, perché l’unico strumento che rimarrà alle regioni per discutere le scelte del governo sarà quello del referendum abrogativo. E la deroga, dopo decenni di abuso che l’hanno resa metodo sotto la maschera della retorica emergenziale, finalmente si farà istituzione permanente, costituzione, nessun governo avrà più bisogno di aggirare o scavalcare alcunché – e a noi rimarrà da guardare.
In questi mesi la riforma Boschi è stata sviscerata da tutti i lati: derive autoritarie, CNEL, riduzione dei costi della politica, bicameralismo, etc. Ci sono tanti motivi per dire no a un testo che, come è stato ampiamente evidenziato da molti, è intenzionalmente vago e pasticciato. Ma il motivo che trovo sufficiente a ritenere questa riforma estranea alla mia visione del mondo e della politica risiede in tutti i rischi conclamati, peraltro ampiamente sperimentati, che comporta: il sacrificio della rappresentanza nel nome della governabilità, il definitivo compiersi del decennale, inesorabile spostamento del baricentro dall’interesse per il bene comune all’interesse affinché si faccia, si operi, si sblocchi, si decida a prescindere. D’altronde questo è il governo del fare; con buona pace di chi pensa che la possibilità di confronto, di controllo e di tutela sia un principio inalienabile; con il plauso, invece, di chi può finalmente vedere i propri privati interessi propugnati non più clandestinamente ma alla luce del sole, sotto il sigillo oggi indiscutibile della semplificazione e della velocità. Tanto meglio se, come è prevedibile, si apriranno scenari di sviluppo economico e infrastrutturale degni del XIX secolo.
È in questo slittamento che la riforma, nonostante la sua veste costituzionale, conferma l’ideologia già apertamente dichiarata dal Jobs Act e dalla Buona Scuola, ed è in questo che il referendum che ne decide le sorti è a pieno diritto un referendum politico. Tanto basta, per me, a dirla una riforma sciagurata. E alla luce di tutto questo, poco conta chi altri voterà NO, che si tratti di Salvini, di Brunetta, o del Movimento 5 Stelle; poco importa il ricatto dell’«ora o mai più»: ora, ma mai così. Insomma: preferirei di NO.

Fonte: quattrocentoquattro.com 

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