La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

domenica 6 novembre 2016

Perché il socialismo

di Aldo Pirone
La fase di espansione capitalistica neoliberista che ha preso avvio nella seconda metà degli anni settanta del secolo scorso ha prodotto cambiamenti rivoluzionari nei metodi della produzione. Attraverso l’innovazione tecnologica fondata sulla microelettronica e sull’informatica, si è, nei settori trainanti dell’industria e dei servizi, superata la rigidità della vecchia fabbrica fordista sostituendola con la produzione a rete basata sulla flessibilità e la mobilità della forza-lavoro. Il capitalismo nazionale ha ceduto in gran parte il passo a grandi imprese multinazionali che agiscono ormai su scala pienamente globale.
Le nuove tecnologie industriali e le nuove scoperte scientifiche nel campo delle biologie, della chimica, della genetica (che hanno aperto anche delicate questioni etiche)applicate alla produzione, hanno innalzato notevolmente la quantità e la qualità dei prodotti in tutti i campi della produzione mondiale. La fase neoliberista del capitalismo ha dato luogo a un’ulteriore e gigantesca espansione delle forze produttive e a un aumento dei consumi sia nei paesi già sviluppati che in una parte di quelli una volta considerati sottosviluppati o in via di sviluppo, in particolare nell’area asiatica.
I rapidi spostamenti degli investimenti da un punto all’altro del globo, la crescita a dismisura del capitale finanziario e dei suoi impieghi speculativi su scala mondiale, sono stati favoriti dalle nuove reti delle comunicazioni computerizzate (Internet). Nuove nazioni e aree continentali (Cina, Taiwan, Indonesia, Corea, India, Brasile) sono state attratte in questa fase dello sviluppo capitalistico portandovi nuovi elementi di competitività per lo più basati su bassi costi di produzione derivanti da un intenso sfruttamento della forza-lavoro.Appaiono quanto mai profetiche le parole con cui Marx, oltre un secolo e mezzo fa, descrisse, con accenti lirici e ammirati, le caratteristiche globalizzatrici del capitalismo.Vale la pena gustarle di nuovo: “Il bisogno di sbocchi sempre più estesi per i suoi prodotti spinge la borghesia per tutto il globo terrestre. Dappertutto essa deve ficcarsi, dappertutto stabilirsi, dappertutto stringere relazioni. Sfruttando il mercato mondiale, la borghesia ha reso cosmopolita la produzione e il consumo di tutti i paesi. Con gran dispiacere dei reazionari, ha tolto all’industria la base nazionale. Le antichissime industrie nazionali sono state e vengono, di giorno in giorno, annichilite. Esse vengono soppiantate da nuove industrie, la cui introduzione è questione di vita o di morte per tutte le nazioni civili – industrie che non lavorano più materie prime indigene, bensì materie prime provenienti dalle regioni più remote, e i cui prodotti non si consumano soltanto nel paese, ma in tutte le parti del mondo… In luogo dell’antico isolamento locale e nazionale subentra un traffico universale, una universale dipendenza delle nazioni una dall’altra…. Col rapido miglioramento di tutti gli strumenti della produzione, con le comunicazioni infinitamente agevolate, la borghesia trascina nella civiltà anche le nazioni più barbare. I tenui prezzi delle sue merci sono l’artiglieria pesante con cui essa abbatte tutte le muraglie cinesi, e con cui costringe a capitolare il più testardo odio dei barbari per lo straniero. Essa costringe tutte le nazioni ad adottare le forme della produzione borghese se non vogliono perire; le costringe a introdurre nei loro paesi la cosiddetta civiltà, cioè a farsi borghesi. In una parola, essa si crea un mondo a propria immagine e somiglianza.” (Manifesto del partito comunista – 1848)

LE CONSEGUENZE DELLA RIVOLUZIONE PRODUTTIVA
Le conseguenze politiche sul piano degli assetti geopolitici mondiali della rivoluzione produttiva neoliberista dall’ultimo quarto del novecento fino ad oggi, sono state epocali. E’ venuto meno l’assetto bipolare del mondo uscito dalla seconda guerra mondiale basato su due superpotenze (USA e URSS).I paesi, cosiddetti socialisti, retti da regimi autoritari e chiusi all’economia di mercato, non hanno retto la competizione con il capitalismo neoliberista e sono crollati. I processi di globalizzazione neoliberista hanno creatonuovi squilibri mondialifra le aree sviluppate allargate e quelle rimaste preda del sottosviluppo soprattutto nel continente africano. Inoltre i paesi del mondo occidentale sviluppato euroatlantico sono statimessi in sofferenza dalla concorrenza dei paesi entrati nel circolo della globalizzazione. D’altra parte la crescita economica di questi paesi ex sottosviluppati ha portato diverse centinaia di milioni d’ individui a godere di livelli superiori di benessere e di consumi.La fame nel mondo è diminuita complessivamente: dal miliardo di esseri umani del 1990 ai 795 milioni censiti lo scorso anno dalla Fao. Tuttavia 3 miliardi di persone vivono ancora con meno di 1,5 dollari il giorno e il tasso di diseguaglianza è aumentato attraversando tutte le società economicamente progredite e progredienti.Secondo una recente ricerca dell’istituto Oxfam dell’inizio di quest’anno “La crisi della disuguaglianza globale sta raggiungendo valori estremi mai toccati prima. L’1% più ricco della popolazione mondiale possiede più risorse del resto del mondo. Potere e privilegi sono strumenti usati per condizionare il sistema economico e allargare il divario tra chi è ricco e chi non lo è. Una rete globale di paradisi fiscali consente inoltre ai più ricchi di occultare 7.600 miliardi di dollari. Non si può vincere la sfida contro l’ingiustizia della povertà finché non si pone rimedio alla crisi della disuguaglianza”. Più analiticamente il rapporto Oxfam aggiunge: “Uno dei fattori chiave che favorisce quest’enorme concentrazione di ricchezza e reddito è il crescente divario tra la remunerazione del capitale e i redditi da lavoro. In quasi tutti i Paesi ricchi, e nella maggior parte di quelli in via di sviluppo, si è ridotta la quota di reddito nazionale attribuita ai lavoratori, il che significa che questi ultimi beneficiano di una parte sempre meno consistente dei proventi della crescita. I possessori del capitale, al contrario, hanno beneficiato di un aumento dei propri guadagni (riscossione d’interessi, dividendi, profitti accumulati) ad un tasso di crescita più veloce di quello dell’economia. Il ricorso a pratiche diffuse di abuso fiscale da parte dei detentori del capitale e la riduzione delle imposte sulle rendite da capitale hanno ulteriormente contribuito a tali guadagni”. “Anche nel mondo del lavoro il divario tra lavoratore medio e dirigenti è rapidamente aumentato. Mentre la retribuzione di molti lavoratori è in stagnazione, quella dei top manager è aumentata enormemente. L’esperienza di Oxfam ci insegna che le lavoratrici di tutto il mondo, dal Myanmar al Marocco, riescono a malapena a sopravvivere percependo salari di sussistenza. Le donne costituiscono la maggioranza dei lavoratori sottopagati e la presenza femminile si concentra nei lavori precari. Al tempo stesso, però, le retribuzioni degli amministratori delegati (AD) sono salite alle stelle. Ad esempio, nelle principali aziende statunitensi tali retribuzioni sono più che raddoppiate (+54,3%) dal 2009 a oggi, mentre i salari dei lavoratori sono rimasti pressoché invariati.L’AD della più importante ditta indiana nel settore informatico guadagna 416 volte di più rispetto a un suo impiegato medio. Solo 24 donne rivestono la carica di AD nelle aziende della lista Fortune 500”.


La globalizzazione neoliberista ha messo in tensione gli equilibri ecologici del mondo, facendo emergere la contraddizione ambientale come la più grande contraddizione trasversale della nuova fase di sviluppo capitalista e industrialista. Nell’area dell’Occidente ricco e sviluppato il rivoluzionamento delle forze produttive, unito ai processi di globalizzazione neoliberista fondati sulla finanziarizzazione dell’economia e delle politiche di austerità indotte, almeno in Europa, dalla crisi finanziaria esplosa negli Usa nel 2008, ha messo in forse le conquiste dello stato sociale e dei lavoratori.Il lavoro esecutivo e dipendente è stato frantumato, facendosi sempre più precario e parcellizzato anche nelle sue forme autonome fino a diventare un lavoro a ore. La merce lavoro è sempre più separata dalle persone, dai loro bisogni, dalle loro aspirazioni. E’ ridiventata una merce pienamente a disposizione del capitalista solo per il tempo strettamente necessario per valorizzare il capitale. Un nuovo proletariato, per lo più giovanilee istruito non più concentrato nella vecchia fabbrica fordista, ha fatto la sua comparsa qual “volgo disperso che nome non ha”. Esso stenta a organizzarsi e ad incontrare le vecchie organizzazioni sindacali e i vecchi partiti che diedero forza e voce alla vecchia classe operaia fordista. L’epocale progresso tecnologico, che pur rimane come un frutto positivo della rivoluzione produttiva, non ha offerto solo strumenti più avanzati di conoscenza e comunicazione globale, ma è stato utilizzato anche per asservire il lavoro.
L’insicurezza sociale dovuta anche alle crescenti correnti immigratorie provenienti dai paesi più martoriati dalle guerre in Africa e nel Medio Oriente arabo e musulmano sottosviluppato ha prodotto in Europa, ma anche un po’ in tutte le altre aree del mondo sottoposte a queste tensioni, la nascita di forti spinte razziste e xenofobe che stanno mettendo in forse, fino a revocarla, lo stessa unità europea. Gli strumenti della democrazia partecipata sono stati indeboliti a vantaggio dei grandi poteri finanziari e industriali: i ricchi oltre a diventare più ricchi sono diventati anche più potenti e influenti. L’ampia e consolidata articolazione democratica solidificatasi al terreno degli Stati nazionali, frutto di due secoli di lotte sociali e politiche, considerata troppo invasiva e d’impaccio per lo sviluppo neoliberista, ha subito un arretramento. Tutte le contraddizioni sociali, culturali, etniche e religiose si sono acuite dando luogo a innumerevoli e sanguinosi conflitti armati nelle aree più povere e disperate del mondo, soprattutto in Africa e nel Medio Oriente. Il terrorismo d’ispirazione etnica e religiosa ha assunto dimensioni globali.La guerra è tornata a essere strumento di risoluzione delle controversie internazionali.
A livello delle sovrastrutture ideali e culturali, nei loro diversi gradi di sviluppo, hanno avuto il sopravvento le idee dell’individualismo, del consumismo, del successo della persona legato alla ricchezza. Un pensiero unico neoliberista ha respinto indietro, molto indietro, gli ideali e i valori di eguaglianza e solidarietà propri del socialismo, senza i quali la libertà individuale serve non ad affermare la propria personalità ma a soffocare quella degli altri.

MARX: LE IDEE GIUSTE DELLO STORICISTA E LE TORSIONI DELLA FILOSOFIA HEGELIANA
Non aveva torto, dunque, il vecchio Marx quando analizzando il modo di produzione capitalistico ne individuava una caratteristica peculiare nel continuo rivoluzionamento delle forze produttive: “La borghesia non può esistere senza rivoluzionare di continuo gli strumenti di produzione, quindi i rapporti di produzione, quindi tutto l’insieme dei rapporti sociali…Il continuo rivoluzionamento della produzione, l’incessante scuotimento di tutte le condizioni sociali, l’incertezza e il movimento eterni contraddistinguono l’epoca borghese da tutte le altre.” (Manifesto del partito comunista)E aveva ancora ragione quando, esaminando la storia delle formazioni economiche sociali, asseriva: “Una formazione sociale non perisce finché non siano sviluppate tutte le forze produttive a cui può dare corso; nuovi e superiori rapporti di produzione non subentrano mai, prima che siano maturate nel seno alla vecchia società le condizioni materiali della loro esistenza.”(Prefazione a Per la critica dell’economia politica).Sbagliava, invece, contraddicendo il suo stesso e più fecondo storicismo materialista, nel considerare come imminente la crisi del capitalismo ottocentesco, e come vicina e rapida una trasformazione socialista a opera del proletariato attraverso la conquista del potere statale: gli espropriati che, ridotti in miseria dallo sviluppo capitalistico e diventati maggioranza della società a causa dell’affluenza nelle proprie file dei ceti medi rovinati da quel medesimo sviluppo, esproprieranno gli espropriatori. Vi è qui una torsione, per così dire, ideologica del pensiero di Marx, il materialista storico lascia il posto al filosofo hegeliano. Da questo ideologismo, meccanicistico da una parte e volontaristico dall’altra, comunque sostanzialmente provvidenzialistico, è nata probabilmente quella cultura della crisi e del crollo capitalistico che ha influenzato non poco e negativamente il movimento socialista e, soprattutto, comunista. Al contrario, il passaggio da quella che Marx stesso definisce formazione economico-sociale (l’insieme di strutture economiche e dei diversi gradi delle sovrastrutture ideali, culturali, spirituali, artistiche, politiche, statuali di una società) a un’altra avviene molecolarmente, similmente al passaggio da un’era geologica all’altra. Così è stato per il passaggio dal modo di produzione preistorico a quello asiatico e antico, da quello antico a quello feudale, da quest’ultimo a quello capitalistico. Le rotture rivoluzionarie, le guerre civili, la nascita e la scomparsa di grandi imperi, le guerre di religione, i terribili scontri bellici fra nazioni, ovviamente, hanno punteggiato questi lenti passaggi così come terremoti, eruzioni, bradisismi hanno punteggiato le trasformazioni delle varie ere geologiche. Ma essi sono rotture che spingono in avanti la trasformazione che rimane essenzialmente lenta e molecolare, in altre parole sono l’eccezione che conferma la regola.
I semi della trasformazione sociale nascono nel grembo della vecchia formazione economico-sociale molto tempo prima che divenga maturo il passaggio di qualità. I primi elementi di economia feudale, come il legame del contadino alla terra (servitù della gleba), nascono già nel cuore dell’impero romano (Diocleziano) ben prima della sua caduta. Il processo di feudalizzazione dell’Europa e il definitivo affermarsi del corrispettivo modo di produzione ristrettonell’economia curtense dura parecchi secoli. Così come l’affermarsi del capitalismo in Europa, con la prima rivoluzione industriale e il sorgere della grande industria in Inghilterra a cavallo fra settecento e ottocento, trae le sue origini nei primi semi di una società mercantile germogliati in seno al feudalesimo sette secoli prima con la nascita dei comuni.
Inoltre nella concezione marxista e socialista, con particolare accentuazione nella sua interpretazione leninista e comunista, è stato teorizzato che, a differenza della rivoluzione borghese in cui il potere politico fu conquistato pienamente solo dopo che i nuovi rapporti di produzione industriali si erano radicati nel tessuto sociale, la trasformazione socialista con la socializzazione dei mezzi di produzione sarebbe avvenuta dopo la conquista del potere politico da parte del proletariato; tramite, quindi, un’azione essenzialmente politica e statuale. L’azione economica del socialismo, prima della conquista del potere, veniva limitata, anche dall’ala riformista del movimento, alle rivendicazioni sindacali, alla creazione di mutue e cooperative e, al massimo, alle nazionalizzazioni di alcune grandi branche industriali. Questa tendenza riformista, socialista e socialdemocratica, abbandonata ogni prospettiva rivoluzionaria, si è consolidata nell’Europa occidentale ottenendo notevoli successi e grandi risultati soprattutto nei paesi nordeuropei dove, favorita da particolari condizioni storiche e demografiche (popolazioni ridotte in paesi prevalentemente protestanti e relativamente ricchi), ha esercitato il governo per periodi più o meno lunghi.

LA CONTRADDIZIONE AMBIENTALE
Dal seno dello sviluppo capitalistico neoliberista e consumista nasce la contraddizione ambientale. Una contraddizione più radicale di quella di classe che chiama in causa gli interessi di fondo del genere umano e dell’ambiente che lo circonda. Di fronte a questa contraddizione epocale va ripensato e corretto un altro postulato del pensiero marxista, quello secondo il quale l’abolizione dei rapporti di produzione capitalistici, diventati di ostacolo allo sviluppo delle forze produttive, avrebbe dato luogo, con il socialismo e, ancor più, con il comunismo, a un illimitatosviluppo di quelle medesime forze produttive innervanti il modello industrialista.Il pensiero teorico e il movimento pratico del socialismo sono figli dell’industrialismo. Una rifondazione di quel pensiero non può prescindere da una piena assunzione della contraddizione ambientale. E quindi una trasformazione socialista della formazione economico-sociale capitalista non può essere immaginata all’insegna di quell’illimitato sviluppo, bensì di uno sviluppo sostenibile.Secondo United Nations Environment Programme (il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente) in collaborazione con il WHO – World Health Organization e altre organizzazioni in occasione della seconda Assemblea dell’Ambiente delle Nazioni Unite (UNEA2) a Nairobi nel Maggio 2016, rivela che nel 2012, 12,6 milioni di morti premature nel mondo sono da attribuirsi a condizioni ambientali degradate; in pratica l’inquinamento ambientale uccide 234 volte più che i conflitti. Il rapporto sostiene che gli impatti ambientali sono responsabili della morte di più di un quarto di quelle che coinvolgono i bambini sotto i cinque anni di età. Sul piano economico, invece, secondo il rapporto “Shifting Gear: Policy Challenges for the next 50 Years” dell’Ocse “nell’ipotesi di politiche immutate, i danni all’ambiente dovrebbero continuare ad accumularsi. Se le politiche di riduzione delle emissioni inquinanti restano inefficaci, le conseguenze economiche sempre più pesanti del degrado dell’ambiente, dovute tra l’altro al cambiamento climatico, dovrebbero ostacolare la crescita anche prima del 2060”.

LA CONTRADDIZIONE FINANZIARIA
La globalizzazione neoliberista se è riuscita, frantumando la produzione fordista, a disarticolare l’antagonista principale del modo di produzione capitalista, la classe operaia della grande fabbrica, ha acuito però una contraddizione interna di tipo strutturale a quel medesimo modo di produzione: la contraddizione fra il profitto derivante dalla produzione di merci e quello derivante dalla speculazione finanziaria. Il circolo virtuoso merce-denaro-merce viene a essere prevaricato da quello non virtuoso denaro-denaro. L’economia di carta tende a mangiarsi quella reale basata sulla produzione di merci. Basti pensare che mentre il Pil mondiale nel 2013 ammontava a 75 mila miliardi di dollari le attività finanziarie globaliammontavano a 993 mila miliardi. A ciò si aggiunga che il debito pubblico globale si attestava sui 199 mila miliardi di dollari, circa tre volte tanto il Pil.
La ricerca del profitto a breve tende a soppiantare quello fondato su investimenti a lungo termine in imprese produttrici di beni e servizi, la veduta corta nella e della vita soppianta quella lunga e lungimirante. Il successo è sempre più legato all’arricchimento celere, al consumo opulento, alla non sobrietà. Il pensiero unico neoliberista dominante, innalzatosi sulle gagliarde spalle della rivoluzione produttiva,ha fatto ridiventare senso comune che il povero non è il frutto di rapporti sociali iniqui ma della propria ignavia.La società tende a tornare una jungla dominata dagli animal spirits di un capitalismo non più produttore di merci ma d’illusioni, distruttore della propria civilizzazione.

L’INFLUENZA DEL SOCIALISMO NELLA CIVILIZZAZIONE DEL CAPITALISMO NOVECENTESCO
Il movimento operaio e socialista nelle sue varie e storiche espressioni ha avuto l’obiettivo della socializzazione dei mezzi di produzione. L’esperienza delle socialdemocrazie e, più limitatamente, di forze democratiche e finanche d’ispirazione liberale, così come quella ben più radicale dei paesi a regime comunista, ha tradotto questi concetti in politiche di statalizzazione di attività industriali e produttive.Dalla totale statalizzazione dei paesi comunisti alle politiche, ben più limitate, di nazionalizzazione e d’ intervento dello stato nelle attività produttive praticate dalle socialdemocrazie europee secondo l’aureo concetto che il capitalismo è come una pecora, non va ucciso ma continuamente tosato; e le ricchezze da esso prodotte vanno solo redistribuite. La lotta del movimento socialista in Europa ha introdotto nel capitalismo elementi di socialità che hanno fortemente limitato i suoi animals spirits civilizzandolo attraverso la protezione del lavoro dipendente e la costruzione di robusti welfare. In America il movimento democratico, benché al suo interno le idee del socialismo siano state sempre minoritarie, è intervenuto soprattutto sul versante della competitività all’interno del mercato introducendo una legislazione antitrust e, soprattutto a partire dal new deal rooseveltiano, realizzando grandi programmi di opere pubbliche a sostegno dell’economia, programmi di welfare e, più limitatamente, di sostegno alla libertà di associazione sindacale. A ciò si aggiunga che negli States vi è una legislazione che protegge non poco la figura del cittadino-consumatore di fronte a possibili tendenze delle grandi corporations a violare la sostenibilità ambientale dei processi e dei prodotti industriali e a non garantire il consumatore sulla qualità dei medesimi prodotti. In generale si può affermare che nel mondo occidentale capitalistico il movimento socialista e democratico è intervenuto sulle tendenze spontanee del mercato sia nel momento della produzione (nazionalizzazioni, programmi di opere pubbliche, sovvenzioni e incentivazioni a settori produttivi, leggi antitrust) sia nella fase della distribuzione, con politiche fiscali e contributive tese a finanziare il welfare. Inoltre nei paesi europei, dove forte è stata la presenza del movimento socialista, hanno avuto corso consistenti esperienze cooperativistiche di produzione e di consumo. L’insieme di questi vincoli, limitazioni, condizionamenti anche culturali e ideali che hanno raggiunto il loro apice intorno agli anni ’70 del secolo scorso, se non ha mutato il segno capitalistico del modo di produzione lo ha, tuttavia, fortemente limitato e orientato non solo a livello, per così dire, delle strutture ma anche in quello delle sovrastrutture politiche. La temperie culturale che ne è derivata ha influenzato non poco le stesse forze moderate liberali, cristiane, cattoliche e perfino di destra conservatrice e reazionaria, per cui il diritto e il dovere dello Stato di intervenire nell’economia per fini di giustizia sociale non erano contestati, in via di principio, da nessuna delle grandi tradizioni politiche e culturali che albergavano in Europa.
L’opera prodotta dal socialismo nei due secoli passati per la civilizzazione e il condizionamento del modo di produzione capitalistico-fordista è stata di grande significato storico. L’emancipazione sociale, culturale, politica delle masse operaie e proletarie è stata lo stimolo principale per costruire le società democratiche e opulente nel mondo occidentale.Tuttavia, a un certo punto dello sviluppo di questa lotta limitatrice delle tendenze spontanee del modo di produzione capitalistico – che aveva inciso non poco sulla stessa ”libertà” dei rapporti di produzione propri del capitalismo, il famoso “trentennio glorioso” – si è paradossalmente rovesciata rispetto a quel che aveva preconizzato Marx, convertendosi in “catene” per lo sviluppo delle forze produttive.Il capitalismo ha reagito accelerando la sua innata tendenza al rivoluzionamento delle forze produttive medesime, seppellendo le rigidità del fordismo con la flessibilità delle nuove tecnologie, scompaginando il campo delle forze d’ ispirazione socialista sia sul piano politico e sindacale sia sul piano ideale e culturale, invadendo le sue trincee e casematte nella società civile. Il modo di produzione capitalistico ha conosciuto così una nuova fase di accentuato sviluppo e di ulteriore globalizzazione, ma questa volta, e qui è la novità, all’insegna di una più marcata finanziarizzazione dell’economia globale.

GLOBALIZZAZIONE NEOLIBERISTA E RILANCIO DEL SOCIALISMO
Il “trentennio inglorioso” di sviluppo neoliberista e di rivoluzione produttiva del capitalismo ha evidenziato, per le contraddizioni epocali e globali che esso ha sviluppato, la necessità di una nuova fase d’intervento della politica per metterne sotto controllo la naturale tendenza, come diceva Marx, all’anarchia delle forze produttive.I livelli d’intervento oggi non possono più essere soltanto nazionali.Alla globalizzazione capitalistica neoliberista occorre contrapporre una globalizzazione d’interventi democratici.Ciò significa porre la questione della democratizzazione delle istituzioni economiche e politiche sovranazionali che abbiano effettivi poteri di intervento sui processi economici globali (Riforma dell’ONU, del WTO, della Banca mondiale e del FMI). Ma anche questi obiettivi rischiano di rimanere un’utopia se, realisticamente, non si incardinano nella costruzione, in pari tempo, di poli economici e statuali sovranazionali di segno democratico e progressista in grado di riequilibrare lo strapotere delle multinazionali e di metterlo sotto controllo.Una serie d’interventi che richiamano alla mente, in un panorama del tutto nuovo rispetto ad allora, quella sorta di “governo mondiale” auspicato da Enrico Berlinguer a metà degli anni ’70.

SOCIALISMO COME?
Le contraddizioni prodotte dallo sviluppo capitalistico nella sua fase postfordista riproporrebbero con forza il rilancio delle idee e dei valori del socialismo. Un socialismo moderno depurato da ogni ideologismo utopistico volto alla creazione, per atti essenzialmente politici, di una società autoregolata priva di contraddizioni di classe. Un socialismodisancorato da una concezione industrialista volta all’illimitato sviluppo delle forze produttive e, viceversa, innervato dalla categoria dello sviluppo sostenibile. Da intendersi, fondamentalmente, come superamento dell’anarchia delle forze produttive, come direzione democratica dei processi economici e del mercato per volgerli alla promozione dell’eguaglianza, della libertà, del benessere sociale e ambientale e dei diritti per tutti gli uomini. Nato per rispondere essenzialmente alla contraddizione di classe del novecento, il socialismo può riproporsi oggi, paradossalmente proprio nel momento più basso della sua storia, come risposta alla contraddizione ambientale che chiama in causa non solo una classe ma la comune natura umana di tutti gli uomini.
Ma perché, invece, il socialismo oggi vive di vita così grama, con le sue organizzazioni nazionali, i partiti, e internazionali, l’Internazionale socialista e il Pse europeo, del tutto ininfluenti sulle vicende mondiali? Come mai un movimento nato con un’ impronta internazionalista marcata da quell’appello, “proletari di tutto il mondo unitevi”, oggi vive rinchiuso e recluso dentro stentati confini nazionali, mentre l’appello ad unirsi sembra essere stato felicemente raccolto proprio dai suoi antagonisti: le oligarchie capitalistico-finanziarie?Perché le rivolte che stanno producendo in vari paesi e continenti le politiche neoliberiste non sono intercettate dall’ideale socialista ma, prevalentemente, da movimenti nazionalistici, populisti e xenofobi?
Le risposte possono essere diverse, ma la principale di esse riguarda la demolizione dei valori e dei princìpi del socialismo da parte del pensiero unico neoliberista anche sul terreno delle idee. Il socialismo appare oggi come un pugile suonato, messo al tappeto da una gragnuola di colpi, materiali e ideali, da cui stenta a rialzarsi,il più micidiale dei quali è stato l’illusione subalterna di poter trovare un accomodamento col neoliberismo smussandone le punte più antisociali. La “terza via” blairiana è stata una specie di uppercut da ko. Per rimetterlo in piedi, le forze che fanno ancora riferimento ai suoi valori e ai suoi orizzonti dovrebbero rilanciare con forza l’analisi critica accompagnata da una forte denuncia culturale e politica delle conseguenze sociali negative dei processi neoliberisti, cosa che anche altre forze di varia ispirazione stanno facendo a modo loro e nella loro dimensione, vedi la Chiesa con papa Francesco. Inoltre, contemporaneamente, dovrebbero dedicarsi a riorganizzare gli esclusi, a rimettere insieme, nelle forme innovative possibili, il “proletariato” moderno prodotto dalla rivoluzione tecnologica,unendolo alle sensibilità trasversali dei movimenti ambientalisti. Ciò richiede un lavoro di organizzazione certosino che solo può essere fatto se si è animati dall’indignazione più profonda verso le ingiustizie del tempo e dagli ideali più solidi di liberazione umana e di progresso civile.Se il socialismo non ritrova i destinatari primi del suo messaggio, non potrà rialzarsi.
L’opera non è di poco conto. Ma è di valore anche gnoseologico, secondo l’assunto marxiano per cui l’azione politica trasformatrice è anche fonte di conoscenza sul terreno delle idee. Quello che è avvenuto sul piano sociale, ideale e culturale non è stata solo una semplice modificazione dei rapporti di forza fra capitale e lavoro, è stato un vero e proprio sfondamento sociale e culturale da parte delle forze neoliberiste operanti nel capitalismo. Ricostruire una reazione e poi una controffensiva che riproduca su scala globale un movimento in grado di mutare in senso positivo lo stato di cose presenti, è una via lunga e difficile, quasi un ricominciare dalle fondamenta per riedificare con i nuovi materiali prodotti dalla globalizzazione neoliberista un edificio abbattuto. Solo allora – per parafrasare il vecchio Marx – l’umanità balzerà dal suo seggio e potrà dire: ben scavato vecchia talpa!

Fonte: malacoda.eu 

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