di Alfonso Gianni
Non era difficile comprendere, fin dall'inizio, che l'uscita della
Grecia dalla Eurozona - probabilmente più definitiva che temporanea -
non avrebbe fatto altro che consolidare l'egemonia tedesca sull'euro.
Non a caso è stato Schauble a proporla. Averla evitata, grazie ad un
accordo in sé certamente non bello e alla tenacia del governo greco, ha
spaccato per la prima volta il fronte della Troika, con la richiesta
esplicita del Fondo monetario internazionale, di ridurre, ovvero
tagliare, l'entità complessiva del debito greco che non è solvibile,
anche perché inesorabilmente destinato ad aumentare, malgrado la
momentanea riduzione dovuta alle restituzioni operate dalle autorità
greche ai creditori istituzionali.
Non è un risultato da poco.
Soprattutto perché esso ha contribuito ad allargare e approfondire la
discussione anche in Germania, il paese che ha guidato con ferocia il
tentativo di capovolgere la stessa situazione politica greca,
determinatasi in base alle elezioni di gennaio, e poi rafforzata
dall'esito del recente referendum. Anche il grande paese tedesco appare
meno monolitico di prima, malgrado che la socialdemocrazia abbia persino
tentato di scavalcare a destra l'intransigenza della Merkel. Per
fortuna non tutto il mondo intellettuale tedesco è prono alle politiche
di austerità e si entusiasma per gli inchini di Sigmar Gabriel alla
nuova Lady d'acciaio.