di Marta Fana
Questa apparente dicotomia trova eco nelle parole del governo che
giudica il reddito minimo come uno strumento meramente assistenzialista,
quindi negativo, perché fonte di sprechi e di disincentivo al lavoro.
In Italia, bisogna creare lavoro (sic!) non assistenzialismo, dice.
Peccato però che l’attuale sistema di welfare italiano sia già, senza
reddito minimo, caratterizzato da forte assistenzialismo, familismo e da
una marcata dose di corporativismo, proprio perché fondato non tanto
sui diritti, intesi come declinazione formale dei bisogni materiali
degli individui, quanto sull’appartenenza a un determinato gruppo (come
nel caso dell’assegno di disoccupazione per lavoratori dipendenti e non
per i precari autonomi, come le partite iva).
Questo tipo di
argomentazione, alquanto diffusa, sembra far prevalere un’idea di fondo:
il sistema Italiano è irriformabile e, di conseguenza, ogni tentativo
di migliorare il rapporto tra Stato e cittadini sarebbe
controproducente. Allo stesso tempo però, difendendo l’attuale sistema
si stravolgono quotidianamente i concetti di welfare e lavoro: il lavoro
diventa welfare, il volontariato lavoro che dà accesso al welfare.