di Valentina Porcheddu
Se l’impietosa Europa della Troika continua ad accanirsi – con la durezza e la «violenza» alla quale assistiamo da mesi – affinché la Grecia estingua il suo debito, l’Ellade prova ad avanzare le proprie richieste al Vecchio (e astuto) continente. Tra i paesi che i greci considerano debitori figura anche l’Italia. Nel caso che ci riguarda, a esser chiamati in causa non sono i risarcimenti dei crimini di guerra come per la Germania. Le rivendicazioni contro l’Italia somigliano piuttosto alla domanda di restituzione morale e materiale dei fregi del Partenone, smantellati e trafugati da Lord Elgin nell’Ottocento e attualmente esposti al British Museum, nella «civilissima» Inghilterra.
Tutela evaporata
Gli archeologi italiani che, dall’istituzione della Scuola archeologica italiana di Atene (Saia) nel 1909, operano in terra ellenica non sono accusati di furti, reali o mascherati da legittime acquisizioni. Si può parlare invece di abbandono d’importanti monumenti e aree archeologiche riportate alla luce in più di un secolo di attività. La concessione di scavo accordata dai greci prevede, infatti, anche l’obbligo della tutela: dovere sancito dall’articolo 9 della nostra Costituzione, al quale l’Italia – com’è sotto gli occhi di tutti – non riesce a far fronte neppure in patria. Ora, le autorità elleniche chiedono con insistenza il restauro dell’altare del «Dio altissimo» (Theòs Hypsistos) e dell’Odeion di Gortyna, città cretese nella quale si dispiegarono le avventure pioneristiche dell’archeologia italiana.
Fu proprio nell’agorà di Gortyna che, nel 1884, Federico Halbherr scoprì la «Grande Iscrizione», un testo giuridico in dodici colonne iscritto sulle pareti di un edificio pubblico di età classica. Nella vicina Festòs – sito celebre per il ritrovamento di un enigmatico disco in terracotta e per la presenza di un maestoso palazzo minoico che eguaglia la bellezza della reggia di Cnosso – i greci esigono che l’Italia s’impegni nel restauro del quartiere di Chalara. Area che rivela una stratigrafia eccezionale, dai più recenti livelli tardo-romani a quelli minoici, passando per notevoli strutture di età classica ed ellenistica: qui lo scorso inverno sono crollati i pilastri di cemento sui quali poggiavano i muri superstiti di una villa romana smontata e rimontata da Doro Levi negli anni ’50 del XX secolo.
Sempre a Creta, gli italiani devono provvedere alla conservazione del complesso di Haghia Fotinì e delle strutture pertinenti alla villa minoica di Haghia Triada, vanto dell’archeologia italiana dopo lo scavo del 1902–7, durante il quale fu rinvenuto il sarcofago dipinto che si trova su tutti i manuali liceali di storia dell’arte.
La copertura della villa è stata realizzata qualche anno fa per intercessione dell’allora presidente Napolitano ma adesso si attendono con urgenza operazioni di consolidamento e un impianto per lo smaltimento delle acque. Dall’isola di Creta a quella di Lemno (Egeo settentrionale), la situazione non migliora: il sito preistorico di Poliochni – un esteso abitato dell’età del Bronzo con una preesistenza di età neolitica, considerato la più antica città d’Europa – necessita di interventi immediati dopo i crolli invernali che hanno colpito i suoi sorprendenti edifici costruiti con la tecnica della pietra a secco.
A Efestia, altra illustre città nella quale la Saia svolge indagini da circa ottant’anni, sono state messe in evidenza mura di età protostorica che ricoprono un insediamento della tarda età del Bronzo e alle quali si sovrappongono – con un’impressionante stratigrafia – case di età romana. Nel 2014, a causa del mancato restauro di un originale edificio termale, è stato negato il permesso a svolgere ulteriori ricerche.
Quest’anno, grazie all’abnegazione di Emanuele Greco – direttore della Scuola archeologica Italiana di Atene, che dal 2001 dirige la missione sull’isola – il Kas (Comitato di settore greco) ha rilasciato l’autorizzazione per portare avanti lo scavo di un vasto stanziamento arcaico, ma con il vincolo a procedere contestualmente al restauro delle Terme romane (pena il ritiro della concessione).
Tutti gli interventi sopra descritti dovrebbero gravare sul bilancio della Saia, che – vittima dei tagli del Mibact – è arrivata a una dotazione finanziaria di soli 380mila euro, somma che non è sufficiente neppure a coprire le spese ordinarie della Scuola. Se a ottobre non arriverà nelle casse del nostro unico istituto archeologico di ricerca all’estero un contributo straordinario, non resterà che mettere i sigilli a un secolo di scoperte e di memoria storica dell’Italia. «Lo scorso anno, quando il governo svedese ha minacciato di chiudere gli istituti archeologici di Roma, Atene e Istanbul, poche centinaia di firme di operatori del settore hanno indotto il governo a cambiare opinione. In due diverse tornate, la Saia ha raccolto, attraverso appelli on line, diecimila firme: basteranno a salvarla?», ci dice preoccupato Emanuele Greco.
Una visita necessaria
Sarebbe auspicabile che il ministro Franceschini – il quale in aprile ha annunciato la nascita della Scuola archeologica di Pompei, in vista di un gemellaggio con quella di Atene – si recasse in Grecia. D’altra parte, se eventi «glamour» come la recente inaugurazione della Palestra Grande di Pompei con gli affreschi di Moregine paiono inevitabili per il rilancio del nostro bistrattato patrimonio archeologico, una presa di coscienza dei disastri della ricerca – magazzini, contenenti centinaia di reperti in corso di studio, chiusi per la mancanza di sicurezza d’immobili storici di proprietà dello Stato italiano a Creta e Lemno – dovrebbe essere imperativa. Almeno che – in tempi di Grexit – non si voglia favorire, con l’indifferenza e l’inadempienza, anche l’uscita dell’archeologia italiana dalla Grecia.
Fonte: il manifesto
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