mercoledì 12 agosto 2015

Grecia-Italia, il restauro mancato

di Valentina Porcheddu
Se l’impietosa Europa della Troika con­ti­nua ad acca­nirsi – con la durezza e la «vio­lenza» alla quale assi­stiamo da mesi – affin­ché la Gre­cia estin­gua il suo debito, l’Ellade prova ad avan­zare le pro­prie richie­ste al Vec­chio (e astuto) con­ti­nente. Tra i paesi che i greci con­si­de­rano debi­tori figura anche l’Italia. Nel caso che ci riguarda, a esser chia­mati in causa non sono i risar­ci­menti dei cri­mini di guerra come per la Ger­ma­nia. Le riven­di­ca­zioni con­tro l’Italia somi­gliano piut­to­sto alla domanda di resti­tu­zione morale e mate­riale dei fregi del Par­te­none, sman­tel­lati e tra­fu­gati da Lord Elgin nell’Ottocento e attual­mente espo­sti al Bri­tish Museum, nella «civi­lis­sima» Inghilterra.
Tutela eva­po­rata
Gli archeo­logi ita­liani che, dall’istituzione della Scuola archeo­lo­gica ita­liana di Atene (Saia) nel 1909, ope­rano in terra elle­nica non sono accu­sati di furti, reali o masche­rati da legit­time acqui­si­zioni. Si può par­lare invece di abban­dono d’importanti monu­menti e aree archeo­lo­gi­che ripor­tate alla luce in più di un secolo di atti­vità. La con­ces­sione di scavo accor­data dai greci pre­vede, infatti, anche l’obbligo della tutela: dovere san­cito dall’articolo 9 della nostra Costi­tu­zione, al quale l’Italia – com’è sotto gli occhi di tutti – non rie­sce a far fronte nep­pure in patria. Ora, le auto­rità elle­ni­che chie­dono con insi­stenza il restauro dell’altare del «Dio altis­simo» (Theòs Hyp­si­stos) e dell’Odeion di Gor­tyna, città cre­tese nella quale si dispie­ga­rono le avven­ture pio­ne­ri­sti­che dell’archeologia italiana.
Fu pro­prio nell’agorà di Gor­tyna che, nel 1884, Fede­rico Hal­b­herr sco­prì la «Grande Iscri­zione», un testo giu­ri­dico in dodici colonne iscritto sulle pareti di un edi­fi­cio pub­blico di età clas­sica. Nella vicina Festòs – sito cele­bre per il ritro­va­mento di un enig­ma­tico disco in ter­ra­cotta e per la pre­senza di un mae­stoso palazzo minoico che egua­glia la bel­lezza della reg­gia di Cnosso – i greci esi­gono che l’Italia s’impegni nel restauro del quar­tiere di Cha­lara. Area che rivela una stra­ti­gra­fia ecce­zio­nale, dai più recenti livelli tardo-romani a quelli minoici, pas­sando per note­voli strut­ture di età clas­sica ed elle­ni­stica: qui lo scorso inverno sono crol­lati i pila­stri di cemento sui quali pog­gia­vano i muri super­stiti di una villa romana smon­tata e rimon­tata da Doro Levi negli anni ’50 del XX secolo.
Sem­pre a Creta, gli ita­liani devono prov­ve­dere alla con­ser­va­zione del com­plesso di Haghia Fotinì e delle strut­ture per­ti­nenti alla villa minoica di Haghia Triada, vanto dell’archeologia ita­liana dopo lo scavo del 1902–7, durante il quale fu rin­ve­nuto il sar­co­fago dipinto che si trova su tutti i manuali liceali di sto­ria dell’arte.
La coper­tura della villa è stata rea­liz­zata qual­che anno fa per inter­ces­sione dell’allora pre­si­dente Napo­li­tano ma adesso si atten­dono con urgenza ope­ra­zioni di con­so­li­da­mento e un impianto per lo smal­ti­mento delle acque. Dall’isola di Creta a quella di Lemno (Egeo set­ten­trio­nale), la situa­zione non migliora: il sito pre­i­sto­rico di Poliochni – un esteso abi­tato dell’età del Bronzo con una pre­e­si­stenza di età neo­li­tica, con­si­de­rato la più antica città d’Europa – neces­sita di inter­venti imme­diati dopo i crolli inver­nali che hanno col­pito i suoi sor­pren­denti edi­fici costruiti con la tec­nica della pie­tra a secco.
A Efe­stia, altra illu­stre città nella quale la Saia svolge inda­gini da circa ottant’anni, sono state messe in evi­denza mura di età pro­to­sto­rica che rico­prono un inse­dia­mento della tarda età del Bronzo e alle quali si sovrap­pon­gono – con un’impressionante stra­ti­gra­fia – case di età romana. Nel 2014, a causa del man­cato restauro di un ori­gi­nale edi­fi­cio ter­male, è stato negato il per­messo a svol­gere ulte­riori ricer­che.
Quest’anno, gra­zie all’abnegazione di Ema­nuele Greco – diret­tore della Scuola archeo­lo­gica Ita­liana di Atene, che dal 2001 dirige la mis­sione sull’isola – il Kas (Comi­tato di set­tore greco) ha rila­sciato l’autorizzazione per por­tare avanti lo scavo di un vasto stan­zia­mento arcaico, ma con il vin­colo a pro­ce­dere con­te­stual­mente al restauro delle Terme romane (pena il ritiro della concessione).
Tutti gli inter­venti sopra descritti dovreb­bero gra­vare sul bilan­cio della Saia, che – vit­tima dei tagli del Mibact – è arri­vata a una dota­zione finan­zia­ria di soli 380mila euro, somma che non è suf­fi­ciente nep­pure a coprire le spese ordi­na­rie della Scuola. Se a otto­bre non arri­verà nelle casse del nostro unico isti­tuto archeo­lo­gico di ricerca all’estero un con­tri­buto straor­di­na­rio, non resterà che met­tere i sigilli a un secolo di sco­perte e di memo­ria sto­rica dell’Italia. «Lo scorso anno, quando il governo sve­dese ha minac­ciato di chiu­dere gli isti­tuti archeo­lo­gici di Roma, Atene e Istan­bul, poche cen­ti­naia di firme di ope­ra­tori del set­tore hanno indotto il governo a cam­biare opi­nione. In due diverse tor­nate, la Saia ha rac­colto, attra­verso appelli on line, die­ci­mila firme: baste­ranno a sal­varla?», ci dice pre­oc­cu­pato Ema­nuele Greco.
Una visita neces­sa­ria
Sarebbe auspi­ca­bile che il mini­stro Fran­ce­schini – il quale in aprile ha annun­ciato la nascita della Scuola archeo­lo­gica di Pom­pei, in vista di un gemel­lag­gio con quella di Atene – si recasse in Gre­cia. D’altra parte, se eventi «gla­mour» come la recente inau­gu­ra­zione della Pale­stra Grande di Pom­pei con gli affre­schi di More­gine paiono ine­vi­ta­bili per il rilan­cio del nostro bistrat­tato patri­mo­nio archeo­lo­gico, una presa di coscienza dei disa­stri della ricerca – magaz­zini, con­te­nenti cen­ti­naia di reperti in corso di stu­dio, chiusi per la man­canza di sicu­rezza d’immobili sto­rici di pro­prietà dello Stato ita­liano a Creta e Lemno – dovrebbe essere impe­ra­tiva. Almeno che – in tempi di Gre­xit – non si voglia favo­rire, con l’indifferenza e l’inadempienza, anche l’uscita dell’archeologia ita­liana dalla Grecia.

Fonte: il manifesto

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