
di Roberto Ciccarelli
Con gli incentivi alle imprese a giugno sono aumentate le
trasformazioni dei contratti precari in contratti a tempo
indeterminato «a tutele crescenti». Non sono nuovi posti di lavoro,
ma stabilizzazione dell’esistente, mentre si registra il boom del
precariato con i voucher (+74%). Oggi chi ha un lavoro lo mantiene,
sia pur precariamente, e con uno stipendio più basso. Chi non ce
l’ha, stenterà a trovarlo. La crescita c’è, ma non produce nuova
occupazione. E i posti di lavoro persi nella crisi non saranno
recuperati. Questa la situazione fotografata ieri dall’
Osservatorio Inps sul precariato e dal rapporto Mediobanca
«Ricerche & Studi» con stime sul lavoro nelle grandi imprese per
il 2015.
Per l’Inps a giugno le trasformazioni dei contratti precari in
contratti a tempo indeterminato sono aumentate del 30,6%.
È cresciuta la quota di assunzioni con rapporti stabili sul totale
dei rapporti di lavoro attivati/variati: dal 33,6% del primo semestre
2014 al 40,8% dei sei mesi 2015.
Le nuove assunzioni nel periodo sono
state 952.359, le trasformazioni dei contratti precari sono
331.917. Nel primo semestre di quest’anno è aumentato il numero di
nuovi rapporti di lavoro a tempo indeterminato nel settore privato
(+252.177), mentre restano stabili i contratti a termine (cioè la
maggioranza dei nuovi occupati) e si riducono le assunzioni in
apprendistato (-11.500). Per l’Inps aumenta anche il lavoro full time
rispetto al part time: i rapporti di lavoro a tempo pieno
rappresentano il 63,4% del totale delle nuove assunzioni nei primi
sei mesi del 2015, in aumento di 1,1 punti percentuali rispetto allo
stesso periodo del 2014.
Mediobanca ha presentato uno dei risvolti di questa «bolla
contrattuale»: nelle grandi imprese l’occupazione è calata l’anno
scorso dell’1,1%. E il 2015 non sarà diverso. Per la cronaca: l’Istat
sostiene che la disoccupazione a giugno è tornata al 12,7%, quella
giovanile al 44,2%. Poi Mediobanca si sofferma sulle vendite sul
mercato interno crollate nel 2014 del 4,3%. I grandi gruppi
licenziano in Italia: dall’inizio della crisi nel 2008 gli operai
sono diminuiti del 8,5%. Nella sola manifattura c’è stato un crollo
del 12,3%. Tagli più contenuti tra i quadri, il ceto medio dei
«colletti bianchi»: meno 2%. Nei gruppi esteri che hanno investito in
Italia c’è stata una falcidia dei dipendenti: meno 19% tra gli
operai, quasi l’8% in meno di impiegati. Chi ha mantenuto il posto
guadagna di meno: dal 2006 il potere di acquisto è diminuito del
2,3%, con segnali di tenuta solo nella manifattura (+1%) e un costo
del lavoro nei gruppi pubblici in media superiore del 25% rispetto
a quelli privati. Guglielmo Loy, segretario confederale Uil,
sostiene che a giugno i dati Inps hanno registrato la fiammata di
marzo e aprile sulle assunzioni a tempo indeterminato «frutto della
poderosa dose di incentivi che costeranno 11 miliardi in tre anni».
Ma l’effetto eccitante sta terminando considerato che c’è un calo
da due mesi. «A giugno — continua Loy — la quota di contratti fissi
sul totale delle assunzioni, con il 34,5%, continua a calare (-5% su
maggio e –10% su aprile) e torna ai livelli di alcuni mesi del 2014».
Renzi ha esaltato i dati sulle conversioni dei contratti: «Il
Jobs Act non aumenta i precari, ma le stabilizzazioni — ha scritto
su facebook — Come avevamo promesso, il Jobs Act non aumenta
i precari, ma le stabilizzazioni. L’Italia riparte, amici, con
buona pace di chi si augurava il contrario. Tutto il resto è noia…».
Ha citato Sandra Mondaini che, di solito, aggiungeva «che barba» alla
noia. Renzi si riferiva alla minoranza Pd e opposizioni: i dati
Inps sono diventati un’altra occasione per polemizzare. Su twitter
il vice segretario Pd Guerini è stato esplicito: «Noi: più
contratti stabili, crescono assunzioni a tempo indeterminato
Loro: valanghe di emendamenti, soldi cittadini sprecati
#italiariparte». La prima fila Pd, con Orfini, Taddei, Zanda
e Serracchiani, ha stabilito che è «di sinistra» pagare le imprese
per stabilizzare i loro precari con un nuovo contratto precario,
quello «a tutele crescenti». Di una cosa si è certi ad agosto: in
mancanza di domanda interna il Pd non parla più di nuovi posti di
lavoro. Il principio di realtà si fa sentire. Ed è più forte della
noia che produce la propaganda.
Fonte: il manifesto
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