
di Marta Fana
Un governo sordo al richiamo del presidente dell’Istat Giorgio
Alleva sull’uso strumentale dei dati relativi al mercato del lavoro,
ieri ha ricominciato a dare i numeri celando ovviamente quelli
scomodi. Renzi ha dimenticato di parlare, ad esempio, dei dati
riguardanti i buoni lavoro «voucher» che il report dell’Osservatorio
Inps sul precariato ha dato in fortissimo aumento: +74% rispetto al
primo semestre del 2014. Questa è la nuova frontiera del precariato
che attraversa tutte le generazioni, utilizzata soprattutto al
Nord, che il governo fa finta di ignorare mentre sbandiera i dati sui
contratti a tempo indeterminato ormai stabilmente precari.
A giugno, il numero dei contratti a tempo indeterminato
è negativo (-4.759).L’Inps ammonisce sull’uso di questi dati che non
sono confrontabili con quelli dei mesi precedenti visto che, da
giugno di quest’anno, considerano solo i lavoratori dipendenti
del settore privato e quelli degli enti pubblici non economici,
assenti nelle rilevazioni precedenti.
Mentre l’Istat chiede
maggiore integrazione delle fonti, qui ci ritroviamo nella
situazione di non poter confrontare le informazioni relative ai
mesi di uno stesso semestre.
Dovrebbe saperlo Filippo Taddei che riporta le variazioni tra primo
semestre 2014 e 2015 senza neppure considerare le cessazioni.
Analizzando i dati notiamo che la differenza è positiva, ma
inferiore di oltre diecimila contratti: non 252.177 ma 237.247.
I contratti a tempo indeterminato sono nel primo semestre 2015, al
netto delle cessazioni, 136.269, meno della metà rispetto alle
trasformazioni, 331.917. Inoltre, l’incidenza delle sole
attivazioni relative a questa tipologia contrattuale
diminuisce fortemente rispetto al balzo in avanti registrato nel
primo trimestre di quest’anno, passando dal picco del 44.8% di marzo
al 34.5% di giugno. Considerando i contratti netti, L’incidenza si
ridimensiona fortemente: la quota di quelli a tempo indeterminato
rappresenta soltanto il 21%, a fronte del 72% costituita dai
contratti a termine.
Parliamo di contratti, neppure nuovi nella maggior parte dei
casi, e non di posti lavoro come invece pensano Debora Serracchiani
e Andrea Marcucci (Pd). I posti di lavoro diminuiscono di 96 mila tra
maggio e giugno, come certificato dall’Istat a fine luglio.
Mentre l’occupazione diminuisce, così come i posti di lavoro, lo
stesso non possiamo dire per il numero di imprese che chiedono gli
sgravi sul costo del lavoro e di fatto li ottengono.
Nei primi sei mesi del 2015, il numero di rapporti di lavoro
instaurati con la fruizione dell’esonero contributivo sono 674.874.
Per ogni nuovo contratto a tempo indeterminato (incluse le
trasformazioni) sono state approvate 1,44 domande di
defiscalizzazione: il 44% in più rispetto ai contratti netti. Che
le imprese non domandino più lavoro è un altro dato che il governo
dimentica di pubblicizzare: nel secondo trimestre del 2015,
sostiene l’Istat, il numero di posti vacanti non cambia rispetto al
primo trimestre di quest’anno. Un’ulteriore evidenza che gli sgravi
alle imprese sono un profitto utile netto pagato dai contribuenti,
soprattutto quelli più deboli che avrebbero bisogno di vedere le
tasse pagate utilizzate per la spesa pubblica.
Anche a giugno le retribuzioni teoriche dei neo assunti a tutele
crescenti diminuiscono: — 1.6%. I dettagli riportati dall’Inps
sulle tipologie orarie dei nuovi contratti non risultano utili in
quanto nulla si dice delle caratteristiche dei rapporti cessati.
Lo stesso vale per la qualifica professionale.
Fonte: il manifesto
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