La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

martedì 11 agosto 2015

Messico. Ancora spari sulla verità

di Geraldina Colotti
«Non abbas­sate i riflet­tori, siamo costan­te­mente nel mirino». Così ci aveva detto Omar Gar­cia, uno degli stu­denti scam­pati alla mat­tanza di Iguala: uno dei 43 nor­ma­li­stas delle scuole rurali di Ayo­tzi­napa, scom­parsi il 26 set­tem­bre del 2014 e tut­tora al cen­tro di ricer­che e mobi­li­ta­zioni nello stato del Guerrero.
Nel mirino era da tempo anche Miguel Angel Jime­nez Blanco, lea­der della poli­zia comu­ni­ta­ria di Xal­tian­guis, una zona rurale del muni­ci­pio di Aca­pulco, sem­pre nel Guer­rero. Sabato lo hanno ucciso con un colpo alla tem­pia men­tre era al volante del suo taxi. In uno dei fine set­ti­mana più san­gui­nosi del Guer­rero sono state ammaz­zate quin­dici per­sone. Dome­nica, sono stati ritro­vati i corpi di quat­tro uomini e di una donna, semi­se­polti alla peri­fe­ria di Aca­pulco, sede dell’omonimo porto turi­stico nel Paci­fico mes­si­cano, e ad altis­simo tasso di violenza.

Nel 2013, per aiu­tare la popo­la­zione stri­to­lata dalla nar­co­po­li­tica, Blanco aveva fon­dato la poli­zia comu­ni­ta­ria di Xal­tian­guis. Attual­mente, insieme al gruppo che gui­dava, stava cer­cando le tracce di circa 300 desa­pa­re­ci­dos, pro­ba­bil­mente sepolti in una delle tante fosse comuni clan­de­stine nei din­torni della città di Iguala. Lì sono scom­parsi i 43 nor­ma­li­stas, attac­cati dalla vio­lenza con­giunta di poli­zia locale e nar­co­traf­fi­canti men­tre sta­vano rac­co­gliendo fondi per una mani­fe­sta­zione nazio­nale. Subito dopo, la Union de Pue­blos y Orga­ni­za­cio­nes del Guer­rero (Upoeg) ha chie­sto a Jime­nez Blanco di appog­giare la ricerca dei fami­gliari e degli atti­vi­sti, che sono stati orga­niz­zati in brigate.
Il lavoro della poli­zia comu­ni­ta­ria ha con­sen­tito di sco­prire nella zona una ses­san­tina di fosse comuni. L’ultima, rin­ve­nuta di recente, con­te­neva i cada­veri di 20 donne e di 109 uomini. Nes­suno di loro, però, appar­te­neva ai 43 stu­denti. La noti­zia del maca­bro ritro­va­mento si era aggiunta a quella dei cin­que corpi — il foto­re­por­ter Ruben Espi­nosa e quat­tro donne — sco­perti in un appar­ta­mento di Città del Mes­sico con evi­denti segni di tor­tura e vio­lenza ses­suale. Espi­nosa scap­pava da Vera­cruz, uno degli stati più vio­lenti del paese, dove le aggres­sioni ai gior­na­li­sti non si contano.
Il foto­re­por­ter era nel mirino del gover­na­tore Javier Duarte, sul quale anche una delle atti­vi­ste uccise insieme a lui — Nadia Vera — aveva con­dotto una video-inchiesta. Con la loro morte, sale a 13 il numero dei cro­ni­sti ammaz­zati a Vera­cruz, su un totale di 88 uccisi dal 2000. Il Mes­sico del neo­li­be­ri­sta Enri­que Peña Nieto è un grande cimi­tero per l’opposizione sociale e per i senza-futuro, in balìa di mafie e mise­ria: secondo cifre uffi­ciali, circa 25.700 per­sone risul­tano desa­pa­re­ci­das negli ultimi anni, in mag­gio­ranza durante la pre­si­denza Nieto, ini­ziata nel 2012.
Per Espi­nosa, come per i 43 stu­denti, è par­tita una grande mobi­li­ta­zione inter­na­zio­nale, testi­mo­niata anche dall’appello pub­bli­cato dome­nica su que­sta nostra ultima pagina e sul sito: «Siamo tutti Espi­nosa, #Méxi­co­No­sUrge». Un grido di rivolta con­tro l’arroganza del potere, finora imper­mea­bile all’onda di grande cam­bia­mento che ha tra­sfor­mato il volto dell’America latina, dal Vene­zuela alla Boli­via, dall’Ecuador al Nica­ra­gua: e che si sta avvi­ci­nando al Cen­troa­me­rica, come indi­cano le grandi mani­fe­sta­zioni popo­lari con­tro la cor­ru­zione e l’impunità, in Gua­te­mala e in Hon­du­ras. In que­sti giorni, i con­ta­dini col­piti dalle misure di auste­rità di Nieto e dalle con­se­guenze del vasto piano di pri­va­tiz­za­zioni che ha inve­stito il paese, sono di nuovo scesi in piazza: per chie­dere l’abolizione del pac­chetto deno­mi­nato «Pre­su­pue­sto Base Cero». Il governo ha però respinto le loro richie­ste, addu­cendo l’abbassamento del prezzo del petro­lio.
Intanto, anche il governo colom­biano — che a sua volta con­tende al Mes­sico il tri­ste pri­mato delle fosse comuni e del para­mi­li­ta­ri­smo — ha chie­sto che venga fatta chia­rezza sulla morte di una sua cit­ta­dina, Mile Vir­gi­nia Mar­tin, una delle per­sone vio­len­tate e tor­tu­rate insieme a Espi­nosa. Per i cin­que assas­si­nii di Città del Mes­sico è stato arre­stato un uomo con pre­ce­denti penali per vio­lenza ses­suale e la magi­stra­tura sem­bra orien­tata all’ipotesi della rapina. Una pista rifiu­tata dalle asso­cia­zioni per la difesa dei diritti umani e la libertà di stampa, che denun­ciano un altro cri­mine di stato.
Nel Guer­rero, i fami­gliari dei 43 hanno annun­ciato l’inizio di uno scio­pero della fame e sono tor­nati a denun­ciare la poli­tica del dividi et impera por­tata avanti dal governo, che sta offrendo forti somme come “risar­ci­mento” per far ces­sare le ricer­che. Per lo stato, i 43 sono stati uccisi e bru­ciati in una disca­rica di Cucula da un gruppo di nar­co­traf­fi­canti a cui li aveva con­se­gnati la poli­zia locale. Per le fami­glie, sono invece pro­ba­bil­mente stati inghiot­titi dalla mac­china mili­tare, che tor­tura, reclude ed eli­mina nelle caserme.
Una pista seguita anche da Angel Jime­nez. Insieme a un mani­polo di donne corag­giose, Jime­nez accom­pa­gnava un gruppo di ricerca deno­mi­nato “Los otros desa­pa­re­ci­dos de Iguala” (gli altri scom­parsi di Iguala). La sua morte ha susci­tato grande com­mo­zione nella comu­nità. In un omag­gio in rete, è stato defi­nito «il mago di Oz, che ha aiu­tato la gente a tro­vare il corag­gio di uscire a cer­care i fami­gliari». Un «seme» che rischia di per­dersi, sepolto nel terrore.

Fonte: il manifesto

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