giovedì 8 ottobre 2015

Il nodo è l'occupazione della Palestina

di Zvi Shuldiner
Quando diventa ancora più dif­fi­cile intra­ve­dere una solu­zione poli­tica al con­flitto israelo-palestinese, il ricorso alla vio­lenza torna a essere visto come l’unica rispo­sta pos­si­bile, ben­ché in realtà con­duca a un altro vicolo cieco.
Dap­per­tutto si levano gli alti lai dell’estrema destra israe­liana: «Farla finita con il ter­rore…». E i media, in Israele e all’estero, ana­liz­zano sapien­te­mente «il pro­blema del terrore».
Ma il pro­blema è più grave: è l’occupazione, è la con­di­zione di un popolo, i pale­sti­nesi, pri­vato di ogni tipo di diritti e trat­tato bru­tal­mente dalla potenza occupante.
A breve distanza, il popolo siriano ini­zia a pagare il prezzo più duro degli ultimi cin­que anni, adesso che sta­tu­ni­tensi e russi si con­ten­dono il ruolo di «com­bat­tenti con­tro il ter­rore isla­mi­sta» e bom­bar­dano pro­vo­cando fiumi di san­gue che potreb­bero dege­ne­rare in un con­flitto molto grave gra­zie ai vari Obama, Putin ed Erdogan.
L’aria di Geru­sa­lemme sem­bra avve­le­nata e a poco a poco il feno­meno si sta allar­gando a tutto il paese. Gio­vedì scorso una cop­pia di coloni è stata attac­cata e assas­si­nata nelle vici­nan­zedi Nablus; sono soprav­vis­suti i quat­tro bam­bini, che si tro­va­vano sul sedile poste­riore. Tre giorni dopo, due israe­liani sono stati assas­si­nati men­tre uno di loro tor­nava con la fami­glia dalla pre­ghiera al Muro del pianto, nella città vec­chia di Geru­sa­lemme. Fatti come que­sti, e i con­ti­nui lanci di pie­tre insieme agli scon­tri quo­ti­diani alla Spia­nata delle moschee hanno pro­vo­cato un coro infer­nale con­tro il «ter­rore cri­mi­nale», visto che «il primo mini­stro pro­pone la pace ma loro rispon­dono con gli omicidi…è il risul­tato degli inci­ta­menti di Abu Mazen, un cri­mi­nale come Arafat».
Sarebbe tedioso citare tutte le enor­mità che sono state dette e ascol­tate. Eccone un rias­sunto: noi israe­liani siamo le vit­time e occorre una rea­zione forte, non i deboli passi di Neta­nyahu, un repu­li­sti come l’azione deci­siva di Sha­ron nel 2002.
E soprat­tutto è neces­sa­rio ripren­dere mas­sic­cia­mente la costru­zione di inse­dia­menti nei ter­ri­tori occupati.
Con una coa­li­zione di estrema destra il «povero» Neta­nyahu non può dire che il pro­blema siano i mini­stri mode­rati che lo fre­nano. Di fronte al circo delle Nazioni unite e alla «tra­ge­dia di chi tace men­tre vogliono ster­mi­narci», Neta­nyahu sem­bra capire — almeno in parte — che ripren­dere uffi­cial­mente il pro­getto di amplia­mento delle colo­nie, come chiede l’estrema destra, signi­fi­che­rebbe iso­lare ulte­rior­mente Israele. Il suo discorso alle Nazioni unite è stato solo una pro­te­sta ridi­cola rispetto a una bat­ta­glia persa: il ten­ta­tivo di impe­dire l’accordo con l’Iran.
Incre­di­bil­mente, la cecità è gene­rale e col­pi­sce anche fuori di Israele. Nei ter­ri­tori occu­pati i coloni con­ti­nuano con i loro attac­chi, pren­dono a sas­sate le auto, chiu­dono strade, incen­diano. Tre morti bru­ciati vivi aspet­tano ancora una rispo­sta dai nostri invin­ci­bili ser­vizi segreti. Alla vio­lenza dei coloni si aggiunge la rou­tine della vio­lenza da parte della poli­zia e dell’esercito. Sono quasi quo­ti­diane le noti­zie di pale­sti­nesi morti per mano delle cosid­dette «forze dell’ordine»; uccisi per­ché minac­cia­vano la vita di nostri sol­dati, o per­ché sem­brava nascon­des­sero un col­tello, o per tutte le buone ragioni che poli­ziotti e sol­dati accam­pano per spa­rare con­tro pale­sti­nesi di ogni età. Negli ultimi giorni sono già cen­ti­naia i feriti pale­sti­nesi, e non si con­tano gli stessi morti.
Neta­nyahu guida un governo di estrema destra che può al mas­simo fare dichia­ra­zioni accet­ta­bili alle orec­chie dei capi di Stato esteri in visita, ma non può con­durre una poli­tica seria ed effi­cace verso la pace. Que­sta ragione strut­tu­rale acui­sce la debo­lezza del governo di Abu Mazen. Cir­con­dato da non pochi oppor­tu­ni­sti e fun­zio­nari cor­rotti, quest’ultimo non può van­tare alcun risul­tato effet­tivo per il suo popolo; e, il che è ancora più grave, non può por­tarlo a una reale unità con Hamas. Lo ripe­te­remo fino alla fine: piac­cia o no, senza una vera unità fra i pale­sti­nesi non si può arri­vare alla pace.
Hamas che non è ancora riu­scito a recu­pe­rare dalla scon­fitta dell’ultima guerra, l’Autorità pale­sti­nese di Abu Mazen che non rie­sce a otte­nere alcun risul­tato tan­gi­bile: ecco un con­te­sto ideale per que­sto governo israe­liano di estrema destra che vuole solo bal­lare la danza dell’annessione stri­sciante. E’ allora facile vedere il risul­tato: presso entrambi i popoli cre­scono la paura e l’odio, la ven­detta diventa poli­tica e la catena di san­gue si autoa­li­menta a un ritmo sem­pre più veloce. Se non si inter­rompe que­sta catena, anche se nei pros­simi giorni la situa­zione si cal­masse si veri­fi­che­ranno ben pre­sto nuove esplo­sioni. I lea­der delle due parti potranno anche cer­care di con­trol­lare la situa­zione, ma in entrambi i campi saranno in molti a non voler seguire que­sta strada. A volere più sangue.
Nuvole scure si adden­sano e le pro­spet­tive di un miglio­ra­mento non sono vicine. In sot­to­fondo, le alle­gre esplo­sioni degli aerei di Putin e di Obama che bom­bar­dano ogni giorno i «pro­pri» ter­ro­ri­sti, a van­tag­gio del grande sta­ti­sta Bashar al Assad.

Fonte: il manifesto 

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