giovedì 8 ottobre 2015

Un like contro Facebook

di Benedetto Vecchi
Una sen­tenza che per Mark Zuc­ke­berg è un rospo da ingo­iare senza poter pro­te­stare. Ieri, infatti, la Corte dell’Unione ha con­si­de­rato sba­gliata e da riscri­vere inte­ra­mente la norma che con­sente a Face­book, ma per esten­sione potrebbe riguar­dare tutte le imprese dei Big Data (Goo­gle com­presa, dun­que), di poter «espor­tare» nei suoi ser­ver i datti rac­colti sugli utenti euro­pei del social net­work. Per la Corte, la pri­vacy è un diritto ina­lie­na­bile della per­sona e nes­suna impresa può vio­larlo, anche se c’è un accordo com­mer­ciale che con­sente di ela­bo­rare i dati indi­vi­duali fuori dal ter­ri­to­rio europeo.
La sen­tenza non è con­tro Face­book, ma con­tro una norma dell’Unione euro­pea, ma dalla società di Mark Zuc­ke­berg sono arri­vate subito alcune dichia­ra­zione dove viene chie­sto all’Unione Euro­pea di modi­fi­care la norma e che il social net­work è dispo­ni­bile a fare la sua parte affin­ché ven­gano rispet­tate le indi­ca­zioni emerse ieri dalla Corte.
Tutto ha ini­zio con l’interpellanza di Maxi­mi­lian Schrems, un utente austriaco del social net­work, che chie­deva che i suoi dati non dove­vano essere «espor­tati» al di fuori dei con­fini dell’Unione euro­pea. Un’operazione dive­nuta prassi con­so­li­data dopo che era stato siglato un accordo com­mer­ciale nel 2000 — il Safe Har­bor — che con­sen­tiva alle imprese sta­tu­ni­tensi di poter uti­liz­zare e spo­stare i dati per­so­nali nei ser­ver loca­liz­zati negli Stati Uniti. È noto che la norme euro­pee sulla pri­vacy sono molti più sen­si­bili alla difesa e sal­va­guar­dia dei dati per­so­nali delle leggi sta­tu­ni­tensi. C’è però da dire che le diret­tive euro­pee sono chiare, in mate­ria di pri­vacy, anche se i diversi paesi che fanno parte dell’Unione euro­pea non hanno modi­fi­cato le legi­sla­zioni nazio­nali secondo lo «spi­rito euro­peo». Nella sen­tenza della Corte è pro­prio richia­mata que­sta dif­fe­renza di impo­sta­zione con una sot­to­li­nea­tura che non pia­cerà nep­pure al Dipar­ti­mento di Stato, visto che gli Stati Uniti sono con­si­de­rato un paese che non difende ade­gua­ta­mente il diritto alla riservatezza.
Imme­diata, la rea­zione di Face­book, che ha annun­ciato che rispet­terà la sen­tenza e inter­rom­perà dun­que l’esportazione dei dati, ma chiede la rapida aper­tura di un tavolo di trat­ta­tiva per non incor­rere in nes­suna san­zione e per risol­vere una situa­zione che poten­zial­mente può cau­sare per­dite eco­no­mi­che rilevanti.
L’accusa di vio­lare la pri­vacy è d’altronde un nervo sco­perto per Face­book. Il social net­work di Mark Zuc­ke­berg è stato infatti più volte cri­ti­cato per la sua dispo­ni­bi­lità a col­la­bo­rare con la «Natio­nal Secu­rity Agency» (Nsa) e con le altre orga­niz­za­zioni sta­tu­ni­tensi pre­po­ste alla difesa della sicu­rezza nazio­nale. Le stesse orga­niz­za­zioni che hanno moni­to­rato, cioè «spiato» le comu­ni­ca­zioni di cit­ta­dini sta­tu­ni­tensi e non solo, come hanno più volte soste­nuto e denun­ciato, ad esem­pio, Edward Sno­w­den o Julian Assange. Oltre al rischio del con­trollo poli­zie­sco sulle pro­prie pre­fe­renze, stili di vita, ami­ci­zie, con­ver­sa­zioni on-line, Faceb­ook è stato sotto il mirino di mediat­ti­vi­sti, per­ché il «modello di busi­ness» del social net­work si basa pro­prio sull’elaborazione, impac­chet­ta­mento e ven­dita dei dati rac­colti. Ed è noto­rio che i dati indi­vi­duali, almeno negli Stati Uniti, sono di pro­prietà di Face­book, senza che il sin­golo possa fare un gran­ché per tutelarsi.
C’è anche un altro risvolto della sen­tenza della Corte euro­pea, che non ha molto a che fare con la pri­vacy, ma con una car­sica guerra com­mer­ciale tra Europa e Stati Uniti. Per quanto riguarda l’hi-tech, tra l’Unione euro­pea e le major della Rete — Apple, Goo­gle, Face­book, Ama­zon — è inol­tre in corso un brac­cio di ferro su molti aspetti, dalle ipo­tesi di posi­zione mono­po­li­sta agli esca­mo­tage messi in campo da que­ste imprese per sfug­gire nel paga­mento delle tasse. Alle con­di­zioni di lavoro negli sta­bi­li­menti euro­pei. Finora è stato un sus­se­guirsi di stop and go, che ha alter­nato san­zioni eco­no­mi­che a stig­ma­tiz­za­zioni, multe e impo­si­zioni a modi­fi­care il soft­ware affin­ché sia garan­tita la concorrenza.
I rap­porti tra Unione euro­pea e imprese made in Usa non sono mai stati sem­plici. Il pre­ce­dente più cla­mo­roso è la con­danna e la san­zione eco­no­mica a Micro­soft per posi­zione domi­nante. e ini­zia­tiva ana­lo­ghe, anche se di minor impatto, sono venute anche con­tro Google.

Fonte: il manifesto 

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