di Robert Fisk
Gli esplosivi polverizzano i siti storici in Medio Oriente, le ruspe cancellano antiche tombe e templi, forti storici vengono abbattuti e facciate del periodo Ottomano vengono distrutte. La residenza della moglie preferita dell’uomo più rispettato in un’intera religione è stata trasformata addirittura in gabinetti. In che modo il mondo può impedire questa crudele dissacrazione ed estinzione di un’eredità che appartiene a tutto il genere umano? Naturalmente mi riferisco a quei tagliatori di teste iconoclasti musulmani wahhabiti-salafiti….i Sauditi!
E il mondo non farà assolutamente nulla. Griderà e si arrabbierà e insulterà quando i tagliatori di teste iconoclasti, musulmani wahhabiti-salafiti dell’Isis faranno saltare in aria, riducendoli in pezzettini, le rovine romane di Palmira, ma non oserà mai protestare contro la distruzione intenzionale delle antiche tombe, case, templi ed edifici del Profeta dell’Islam, Maometto e dei suoi parenti ed amici più stretti amici.
Naturalmente potremmo concludere che le rovine romane sono più preziose delle antichità dell’Islam, ma questa sarebbe una reazione altrettanto razzista che suggerire che l’impero romano era più importante dell’impero islamico.
Naturalmente potremmo concludere che le rovine romane sono più preziose delle antichità dell’Islam, ma questa sarebbe una reazione altrettanto razzista che suggerire che l’impero romano era più importante dell’impero islamico.
No, la vera ragione per cui ignoriamo il danneggiamento vandalico di così tanti siti musulmani, è che non possiamo, non vogliamo, non dobbiamo criticare i Sauditi la cui mostruosa ricchezza zittisce tutti noi in misura così oscena, che il nostro Primo Ministro fa mettere la bandiera a mezz’asta quando muore il tirannico governante saudita. Non si possono dare consigli – non si deve articolare neanche il sussurro più
debole – che può collegare i nostri amici sauditi al culto apocalittico che si chiama Isis , che segue con assoluta determinazione la fede sunnita wahhabita adottata 270 anni fa dagli antenati dell’attuale monarchia saudita.
Nei giorni scorsi, abbiamo giustamente pianto per la polverizzazione del magnifico Arco di trionfo di Palmira, di 1.800 anni fa – probabilmente eretto per celebrare la vittoria dell’Imperatore Aureliano sulla Regina Zenobia che fu in seguito trascinata – in stile Isis – attraverso le strade di Roma – e la perdita dell’entrata al magnifico colonnato romano senza copertura che, dobbiamo temere, sarà ugualmente raso al suolo quando l’esercito siriano, protetto dall’aviazione russa, riprenderà la città. Aver ridotto Palmira in macerie è stato un crimine di guerra, secondo l’ONU. Ma quando il paese con centinaia, forse migliaia di sostenitori dell’Isis e donatori – spazzerà via la storia islamica dell’Arabia, compreso il 90% dei siti della Mecca che hanno mille anni, presteremo la stessa attenzione a questo massiccio vandalismo che prestiamo ai danni sofferti da una vetrata con l’illustrazione della Natività in una chiesa della Contea di Kerry (in Irlanda).
Date un’occhiata a che cosa è successo nel regno dell’Arabia Saudita. Una biblioteca è stata costruita sopra l’abitazione dove era nato il Profeta Maometto alla Mecca nel 570 d.C. – forse anche questa potrebbe essere sostituita da grattacieli – e la bella moschea Bilal, che risale allo stesso periodo, è stata distrutta. La prima moglie di Maometto, Khaddijha, viveva in una casa alla Mecca che è stata trasformata in gabinetti. L’Hotel Hilton alla Mecca è stato costruito dove sorgeva la casa di Abu Bakr, suocero di Maometto, il suo amico più intimo e futuro Califfo. Centinaia di case Ottomane sono state distrutte in Arabia Saudita e le architetture Ottomane intorno alla Grande Mosche stanno venendo abbattute per progetti di “espansione” del pellegrinaggio. Cinque delle famose “Sette Moschee”, costruite dalla figlia di Maometto e da quatto compagni del Profeta, sono state demolite 90 anni fa. E, dopo che il professore libanese (cristiano) Kamal Salibi ha pubblicato un libro nel 1985, indicando che molti villaggi sauditi avevano nomi biblici ebrei di località, sono arrivate le ruspe a eliminarli.
Questa grottesca distruzione della storia musulmana è direttamente collegata alla purga dall’Isis del passato tramite la fede wahhabita, che i sauditi adottarono ricavandola dagli insegnamenti di Mohamed ibn Abul Wahhab, che predicava che l’Islam doveva ritornare alla purezza dei suoi primissimi principi. Da questa idee venne la nozione che quasi ogni monumento storico rappresenta una scusa per l’idolatria, precetto questo adottato con intenso entusiasmo dalle tribù saudite. Quando Abdul Aziz ibn Saud si trasferì alla Mecca negli anni ’20, tra le sue prime azioni ci fu la distruzione del cimitero dove Khadijah era sepolta, insieme alla tomba di uno degli zii del Profeta. Lo stesso destino attendeva le tombe della figlia di Maometto, Fatima e del nipote del Profeta, Hasan ibn Ali. Così iniziò la distruzione vandalica dei cimiteri, delle tombe, dei santuari e degli edifici storici in tutta l’Asia sud-occidentale: dai santuari sciiti in Pakistan ai magnifici Budda di Bamyan alle antiche biblioteche di Timbuctu; dalle antichità della Mecca alle chiese di Mosul e alle rovine romane di Palmira. Anche belle – sebbene danneggiate dalla guerra – le moschee della Bosnia che hanno centinaia di anni sono state abbattute a favore delle mostruosità di cemento finanziate dai Sauditi che stanno ora comparendo nei Balcani. Questo odio della storia è parte integrante della retrograda convinzione wahhabita in cui il passato ha soltanto una presenza spirituale, mentre i resti fisici servono a ricordarcene soltanto l’imperfezione.
Non è che sia sconosciuta l’autodistruzione della storia dell’Arabia Saudita – The Independent è stato uno dei primi giornali occidentali a darle pubblicità nei giorni precedenti all’Isis. Né – possano i santi preservarci da tale follia e gli avvocati di quel regno – dobbiamo mai suggerire che il regime saudita appoggi l’Isis. Però, se dobbiamo capire proprio che cos’è l’Isis e che cosa rappresenta e chi l’ammira – allora dobbiamo studiare molto più attentamente le spaventevoli abitudini che collegano l’Isis, i Talebani e al-Qaida alla gente di un paese il cui re chiama se stesso il “Custode dei Due Nobili Santuari” della Mecca e di Medina.
Pubblicato su www.znetitaly.org
Originale: The Independent
Traduzione di Maria Chiara Starace
Traduzione © 2015 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY NC-SA 3.0
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