mercoledì 14 ottobre 2015

Lo spirito incostituente

di Norma Rangeri 
Il vice­pre­si­dente della Lom­bar­dia, arre­stato ieri per cor­ru­zione, è stato dav­vero sfor­tu­nato. La magi­stra­tura è inter­ve­nuta, pur­troppo per lui, prima che il nuovo Senato dei con­si­glieri regio­nali diven­tasse realtà. Per­ché tra i tanti obbro­bri che il governo del “fare” vor­rebbe rega­larci con il Senato delle regioni c’è appunto quello di un ramo del Par­la­mento for­mato dalla classe poli­tica più squa­li­fi­cata del nostro paese. Ma pro­tetta, domani, dall’immunità.
La nuova Costi­tu­zione di Renzi e Ver­dini ha tagliato un impor­tante tra­guardo. Con la bene­di­zione di Napo­li­tano. L’ex Pre­si­dente della Repub­blica, «il vero padre di que­sta riforma», secondo la mini­stra Boschi, è inter­ve­nuto per bene­dire la sua crea­tura. In fondo rico­no­scen­dovi quella “grande riforma” dise­gnata da Craxi ai vec­chi tempi della Prima Repubblica.
Con il voto finale alla prima let­tura del pro­getto con­tro­ri­for­ma­tore si mette agli atti lo “spi­rito inco­sti­tuente” che ha segnato que­sti lun­ghi mesi di for­sen­nato attacco alla nostra Carta costi­tu­zio­nale. A par­tire dall’anomalia, scon­si­de­rata, di essere una revi­sione della legge fon­da­men­tale ori­gi­nata non da un’iniziativa par­la­men­tare, ma da una pro­po­sta di governo.
Anzi, e più pre­ci­sa­mente, dalla volontà di un pre­si­dente del con­si­glio e “capo” di un par­tito i cui elet­tori non sono mai stati chia­mati a pro­nun­ciarsi su que­sto pro­getto di mano­mis­sione della Costituzione.
Al con­senso par­la­men­tare e elet­to­rale sono stati pre­fe­riti i patti del Naza­reno e i suc­ces­sivi accordi con quei galan­tuo­mini di Verdini&Co. Con le con­ti­nue, ripe­tute for­za­ture dei rego­la­menti par­la­men­tari det­tati e pie­gati ai tempi impo­sti dall’esecutivo. Uno stra­vol­gi­mento delle regole della discus­sione per­fet­ta­mente coe­rente con i con­te­nuti della riforma.
Prin­ci­pal­mente fina­liz­zata alla crea­zione di un pre­mie­rato senza con­trap­pesi, come in nes­sun paese euro­peo. Dise­gnato sulla silhouette di quello che nel suo inter­vento in dis­senso dal gruppo del Pd, Wal­ter Tocci ha defi­nito «il dema­gogo che potrà fare quello che vuole».
Del resto, di essere il domi­nus anche del futuro potere legi­sla­tivo que­sto pre­si­dente del con­si­glio se ne fa vanto («le riforme si fanno, l’Italia cam­bia, avanti tutta più decisi che mai»). Con moti­va­zioni di bassa lega (meno sena­tori, meno costi della poli­tica) e disprezzo per le mino­ranze, a comin­ciare da quelle del suo par­tito. Ber­sani e i fedeli della “ditta” hanno maso­chi­sti­ca­mente scelto di farsi umi­liare fino a votare la tra­sfor­ma­zione del Par­la­mento in cassa di riso­nanza dei pic­coli Cesare. Di oggi e di domani.
La prima pagina del mani­fe­sto di ieri, con il docu­mento fir­mato dai sei illu­stri costi­tu­zio­na­li­sti (Rodotà, Vil­lone, Azza­riti, Car­las­sare, Pace e Fer­rara) è entrata nell’aula di palazzo Madama gra­zie alla sena­trice di Sel, Lore­dana De Petris, che ne ha illu­strato il senso davanti all’assemblea.
Il docu­mento spiega per­ché e come, que­sta riforma, nell’abbinamento con la nuova legge elet­to­rale, costi­tui­sce una tor­sione auto­ri­ta­ria delle isti­tu­zioni, in defi­ni­tiva della demo­cra­zia par­la­men­tare: «Uno stra­vol­gi­mento dell’impianto della Costi­tu­zione del ’48, sulla sovra­nità popo­lare, sulla rap­pre­sen­tanza, sulla par­te­ci­pa­zione demo­cra­tica, sul diritto di voto».
Tut­ta­via ancora non è stata scritta la parola definitiva.
Se si veri­fi­che­ranno le con­di­zioni per poterci espri­mere in un refe­ren­dum, saremo chia­mati, come già nel 2006, a una grande bat­ta­glia che potrà farci sve­gliare dall’incubo can­cel­lando que­sto frutto avve­le­nato del renzismo.
Va comun­que preso atto che il pre­si­dente del con­si­glio sta segnando punti a suo favore: gra­zie alla forza dei numeri e agli squal­lidi tra­sfor­mi­smi, vince. Però non con­vince. Per lui con­tano le ban­die­rine della con­qui­sta, come quelle che accom­pa­gna­rono la mar­cia trion­fale di Ber­lu­sconi. Ma Renzi sta facendo anche terra bru­ciata nel suo par­tito, per­ché ne sta distrug­gendo quel poco che resta della sua storia.

Nota di approfondimento: Zagrebelsky: riformatori questi? No, esecutori di progetti altrui

Ave­vamo chie­sto al pro­fes­sor Gustavo Zagre­bel­sky di sot­to­scri­vere l’articolo che abbiamo pub­bli­cato ieri con le firme di sei tra i più auto­re­voli costi­tu­zio­na­li­sti ita­liani, e che ripub­bli­chiamo oggi qui accanto. Zagre­bel­sky ha pre­fe­rito non fir­mare, ma ha aggiunto delle moti­va­zioni che rite­niamo valga la pena far cono­scere – con il suo con­senso — ai nostri let­tori. «Dopo averci pen­sato, ho deciso di non fir­mare, non per­ché non sia d’accordo sugli argo­menti, pro­po­sti all’attenzione dei respon­sa­bili della riforma. La ragione — sostiene l’ex pre­si­dente della Corte costi­tu­zio­nale - è un’altra: la totale irri­le­vanza dell’invito alla rifles­sione presso chi si appella sem­pli­ce­mente all’argomento della forza. Una delle espres­sioni più ricor­renti, in que­sto tempo di auto­ri­ta­ri­smo non solo stri­sciante ma addi­rit­tura con­cla­mato come virtù, è «abbiamo i voti», «abbiamo i numeri». Una con­ce­zione della demo­cra­zia da scuola ele­men­tare! Dun­que, che cosa serve discu­tere? Un bel nulla. Oltre­tutto, ho l’impressione che i nostri rifor­ma­tori, tronfi dei loro numeri rac­co­gli­ticci in un con­sesso che ha rag­giunto il grado più basso di cre­di­bi­lità, non agi­scano in libertà, ma come ese­cu­tori di pro­getti che li sovra­stano, di cui hanno accet­tato di farsi pas­sivi e arro­ganti ese­cu­tori in nome di inte­ressi o poco chiari, o indi­ci­bili ch’essi rias­su­mono nel ridi­colo nome di «gover­na­bi­lità»: parola di cui non cono­scono nem­meno il signi­fi­cato. Non dis­sento nel merito, ma sono certo della totale inef­fi­ca­cia dell’invito al con­fronto. Mi astengo, dun­que, dal fir­mare — con­clude Zagre­bel­sky -, i tempi dell’impegno ver­ranno quando saranno chia­mati i cit­ta­dini a espri­mersi, saranno duri e immi­nenti. Allora sarà un’altra storia».

Fonte: il manifesto 

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