di Corrado Oddi
È appena stata battezzata la nuova tribù degli
“antibenicomunisti” capitanati dall’Istituto Bruno Leoni
e promossa da Pierluigi Battista sulla grande stampa (il Corriere
della Sera di giovedì scorso). L’obiettivo è imputare al
“benicomunismo” di essere la «solita minestra statalista
e dirigista che ha nutrito per oltre un secolo la sinistra». Si
tratta di una formidabile mistificazione, ma ancor più significa
non comprendere proprio il carattere innovativo
e contemporaneo che sta alla base della teoria e dei movimenti dei
beni comuni.
Per dirla in estrema sintesi, è evidente che Battista è poco
avvezzo ad un pensiero che si situa dentro la specificità del
capitalismo finanziario e della sua crisi e che si distanzia
proprio da un’idea di pubblico statalista che ha accomunato la
cultura della sinistra novecentesca, sia quella di estrazione
comunista che di quella socialdemocratica.
