La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci
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martedì 28 luglio 2015

La lunga marcia dei neoliberali per governare il mondo

 
di Luciano Gallino
Quando apro le finestre al mattino, di questi giorni, lo sguardo mi cade inevitabilmente sul Mont Pélerin, al di là del lago. È una montagnola svizzera a pochi chilometri da Montreux, nota sin dagli anni Venti per i buoni alberghi e il clima mite. È anche il luogo da cui ha avuto inizio, con la fondazione della Mont Pélerin Society (Mps) nel 1947, la lunga marcia che ha portato il neoliberalismo a conquistare un’egemonia totalitaria sull’economia e la politica dell’intera Europa. Con le drammatiche conseguenze di cui facciamo ancor oggi esperienza. Gramsci avrebbe trovato di grande interesse la strategia adottata dalla Mps per conquistare l’egemonia, intesa nel suo pensiero come un potere esercitato con il consenso di coloro che vi sono sottoposti. Anziché costituire l’ennesima fondazione o un think tank specializzato nel promuovere questo o quel ramo dell’economia, Mps scelse di costruire su larga scala un “intellettuale collettivo”.

Produzioni e società in transizione

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di Maria Maranò
La conferenza Onu sui cambiamenti climatici di Parigi 2015, per scongiurare l’aumento della temperatura del pianeta oltre i 2°C (meglio 1,5°), dovrà fissare obiettivi e tappe per una forte riduzione dei gas serra e dotarsi di strumenti e governance per raggiungerli.
Questo appuntamento e tutto ciò che ne seguirà e che dovrà essere conquistato, potranno essere un catalizzatore per mettere in campo politiche innovative che rilancino il sistema industriale europeo e nazionale. Al contempo si dovrà intervenire sui modelli sociali, culturali, comportamentali. Riconsiderare, quindi, l’intero sistema produttivo e il welfare.
Quali sono i soggetti su cui fare leva, le alleanze da costruire, i vincoli e le opportunità per un’economia fossil free, più giusta e democratica? Tra le novità che si sono evidenziate con maggiore forza in questi anni di crisi ne sottolineo due. La prima è che le questioni ambientali e sociali sono facce della stessa medaglia. Vanno tenute insieme una più giusta distribuzione della ricchezza e una buona produzione di ricchezza.

Così l'UE cede il passo agli interessi dei mercati

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di Francesco Martone
Nel giorno del processo a Tsipras l’Europarlamento ha votato il Rapporto Lange. Così l’Europa della cittadinanza cede il passo all’austerity, all’ordoliberismo e agli interessi dei mercati
Per un paradosso o una significativa coincidenza lo stesso giorno nel quale processava Alexis Tsipras, il Parlamento Europeo avrebbe votato il rapporto Lange sul Transatlantic Trade and Invest- ment Partnership (Ttip). Raffigurazioni plastiche ed evidenti di come il progetto europeo di spazio di cittadinanza comune abbia ceduto il passo a quello elitario dell’austerity, e dell’ordoliberismo a tutti i costi, e agli interessi delle imprese e dei mercati anche a costo della sopravvivenza di uomini e donne in carne ed ossa.
Il tema centrale del rapporto Lange riguardava la cosiddetta «Investor to State Dispute Settlement» (Isds). La sua approvazione è stata giustamente condannata dagli attivisti delle campagne internazionali contro il Ttip essendo potenzialmente lesiva dei diritti umani, dell’ambiente e del lavoro: è infatti un meccanismo che — seppur nelle correzioni addotte come compromesso al ribasso dal gruppo socialista — subordina tuttora il «corpus» dei diritti umani alla prevalenza degli interessi delle imprese e del mercato.

lunedì 27 luglio 2015

Il vecchio liberismo contro i beni comuni








di Corrado Oddi

È appena stata bat­tez­zata la nuova tribù degli “anti­be­ni­co­mu­ni­sti” capi­ta­nati dall’Istituto Bruno Leoni e pro­mossa da Pier­luigi Bat­ti­sta sulla grande stampa (il Cor­riere della Sera di gio­vedì scorso). L’obiettivo è impu­tare al “beni­co­mu­ni­smo” di essere la «solita mine­stra sta­ta­li­sta e diri­gi­sta che ha nutrito per oltre un secolo la sini­stra». Si tratta di una for­mi­da­bile misti­fi­ca­zione, ma ancor più signi­fica non com­pren­dere pro­prio il carat­tere inno­va­tivo e con­tem­po­ra­neo che sta alla base della teo­ria e dei movi­menti dei beni comuni.

Per dirla in estrema sin­tesi, è evi­dente che Bat­ti­sta è poco avvezzo ad un pen­siero che si situa den­tro la spe­ci­fi­cità del capi­ta­li­smo finan­zia­rio e della sua crisi e che si distan­zia pro­prio da un’idea di pub­blico sta­ta­li­sta che ha acco­mu­nato la cul­tura della sini­stra nove­cen­te­sca, sia quella di estra­zione comu­ni­sta che di quella socialdemocratica.