di Marco Viola
Pochi giorni dopo la dibattutissima affermazione del Ministro Poletti, secondo cui “prendere 110 e lode a 28 anni non serve a un fico, è meglio prendere 97 a 21 anni”, una parte della stampa nostrana ha suggerito una tesi ancora più radicale: tutto sommato, per lavorare è meglio non laurearsi affatto. Questa tesi sarebbe fondata su alcuni dati emersi dall’edizione 2015 del rapporto OCSE Education at a Glance – o, più verosimilmente, della nota paese relativa all’Italiapresentata al MIUR il 24 novembre. In particolare, ha pesato la constatazione che “L’Italia e la Repubblica Ceca sono i soli Paesi dell’OCSE dove il tasso di occupazione tra 25 e 34 anni è il più basso tra i laureati [62%] rispetto alle persone che hanno conseguito, come più alto titolo di studio, un diploma d’istruzione secondaria superiore (o post secondaria non terziaria) [63%]”. Ma derivando da questi dati una raccomandazione a non laurearsi si compie un salto logico discutibile. Discutiamolo.
Laurearsi non aiuta a trovare un impiego? A una prima occhiata, la tabella presentata dall’OCSE sembra dire in modo inequivocabile che laurearsi non è conveniente per i giovani della fascia d’età 25-34.
Non stupisce dunque trovare affermazioni come quelle della blogger Silvia Pagliuca, che suggerisce che “forse, per lavorare, è meglio stare lontani dalle università”, o del giornalista Raffaele Nappi, che apre così un articoloCorriereUniv.it: “conviene ancora investire tempo e denaro per conseguire una laurea? Forse no. Soprattutto in Italia”. D’altro canto, quest’interpretazione è stata suggerita dalla stessa OCSE, che nella nota paese ha suggerito:
"La prospettiva di un ritorno d’investimento relativamente basso e incerto, dopo un lungo periodo trascorso nel sistema dell’istruzione, potrebbe spiegare l’interesse limitato dei giovani italiani ad intraprendere gli studi universitari (pag. 4)."
Insomma, secondo Avvisati e Marconi (curatori della nota paese), la scarsa partecipazione agli studi universitari da parte dei nostri laureati (siamo ultimi trai paesi OCSE, superati di recente persino dalla Turchia!) potrebbe essere spiegate elegantemente come una scelta perfettamente razionale da parte dei (non) studenti.
Si potrebbe – e anzi si deve – ricordare le altre cause, tutt’altro che trascurabili, alla base della contrazione delle immatricolazioni nei nostri atenei (dai 306mila del 2007/2008 ai 270mila del 2014/2015): ad esempio, il proliferare dei corsi a numero chiuso, le tasse universitarie tra le più alte al mondo e ciò nonostante in aumento, un sistema di diritto allo studio finanziato “con timidezza” e normato in modo approssimativo.
Fatta questa debita premessa, è sensato immaginare che molti neodiplomati (in particolare se poco abbienti), messi spalle al muro dalla crisi economica, decidano di non imbarcarsi in un percorso di studi che credono offrire “un ritorno d’investimento relativamente basso e incerto”.
Il problema è che questa credenza non sembra pienamente giustificata. Vediamo perché.
Un errore metodologico? Nel presentare il XVII Rapporto sulla Condizione Occupazionale dei Laureati italiani, il 16 aprile 2015 il Consorzio AlmaLaurea diramava un comunicato stampa in cui emergevano dati di tutt’altro tipo. “Ancora oggi, e nonostante le difficoltà del nostro Paese” dichiarava il Fondatore Andrea Cammelli, “la laurea tutela il giovane sul mercato del lavoro più di quanto non lo faccia il solo diploma”. E addirittura, il secondo paragrafo del comunicato (significativamente intitolato “Eppure la laurea è ancora una garanzia contro la disoccupazione”) si apriva con la seguente dichiarazione:
"La documentazione relativa alla disoccupazione per età e titolo di studio conferma che, sebbene nella fase di ingresso al mercato del lavoro tutti i giovani italiani, laureati inclusi, incontrino difficoltà maggiori che in altri paesi, resta vero che la laurea continua a rappresentare un forte investimento contro la disoccupazione. I laureati godono di vantaggi occupazionali rispetto ai diplomati sia nell’arco della vita lavorativa sia, e ancor più, nelle fasi congiunturali negative come quella che stiamo vivendo (pag. 5)."
Peraltro, laddove la recessione economica ha influenzato negativamente le possibilità di inserimento nel lavoro, AlmaLaurea mostra come questo impatto abbia colpito con più durezza i neodiplomati rispetto ai neolaureati: tra il 2007 e il 2014, il tasso di disoccupazione sarebbe aumentato dell’8,2% per i neolaureati (25-34 anni), a fronte di un aumento del 17,7% per i neodiplomati (18-29 anni).
Come spiegare quest’apparente contraddizione tra il messaggio dell’OCSE e quello di AlmaLaurea? Instradato dal prof. Francesco Ferrante, uno dei curatori dell’indagine (che per questo ringrazio), ho trovato la risposta nella nota 1 (pag. 3) del Rapporto completo della (che a sua volta riprende un problema già affrontato nel Rapporto dell’annoprecedente, nota 2, pag.3), che spiega:
"è prassi comune, soprattutto sui media ma non solo, confrontare la performance dei neolaureati e dei neodiplomati a parità di età. Evidentemente si tratta di un scelta impropria in quanto il confronto va effettuato a parità di tempo di permanenza nel mercato del lavoro."
Bisogna peraltro considerare che i 25-34enni laureatisi tra il 2007 e il 2014, volendo inserirsi nel mondo del lavoro, si ritrovavano di fronte a uno scenario molto difficile a causa della crisi economica; i loro coetanei che non hanno proseguito gli studi, potendosi inserire cinque anni prima, si sono ritrovati presumibilmente avvantaggiati da un mondo del lavoro più permeabile.
E infatti, spostando il focus dalla domanda “quante probabilità di lavorare ha un neo-diplomato/laureato trai 25 e i 34 anni?” alla domanda “quante probabilità di lavorare ha un neo-diplomato/laureato a un anno dal conseguimento del titolo?”, il grafico che ne emerge sembra suggerire un ragionamento diametralmente opposto a quello ricavabile dai dati OCSE:
Dunque? Procedendo con prudenza, vediamo quali conclusioni possiamo ricavare da quanto esaminato finora. Per farlo, è opportuno tener conto di un altro dato emerso dal rapporto OCSE (e ripreso nella nota paese), relativo ai vantaggi in termini di reddito per i possessori di laurea rispetto ai possessori del solo titolo di diploma: in Italia sarebbe pari al 43% – di contro a un 60% della media OCSE.
Per quanto diversi giornalisti (ma ance gli stessi redattori della nota paese) abbiano guardato con allarme alla posizione sotto la media (come se una diseguaglianza reddituale di due volte o superiore, quale quello di Colombia, Brasile e Cile, fosse un obiettivo socialmente desiderabile!), resta il fatto che lo stipendio medio è più alto per chi ha una laurea piuttosto che per chi non ce l’ha. Resta pur sempre vero che la laurea potrebbe essere una cattiva opzione per chi ha fretta di percepire un reddito: come enfatizzato dal rapporto JobPricing 2015, se da un lato “maggiori sono gli anni dedicati allo studio (e migliore è il titolo di studio ottenuto), più elevata è la retribuzione percepita”, dall’altro “la differenza di retribuzione tra i laureati e i non laureati tende a crescere all’aumentare dell’età anagrafica, in particolare dopo il trentacinquesimo anno di età”. Peraltro, se ritorniamo un attimo alla tabella presentata all’inizio dell’articolo, scopriamo che gli over 45 laureati in Italia hanno possibilità occupazionali migliori non solo rispetto ai diplomati, ma anche delle controparti con pari grado di istruzione rispetto alla media OCSE.
In altre parole, statisticamente si può dire che: buttarsi nel mondo del lavoro come laureati comporta un maggiore investimento iniziale – sia in termini di costo degli studi, che, come accennato prima, in Italia è particolarmente elevato e mal calmierato dal sistema di diritto allo studio, che in termini di costi opportunità, cioè mancato reddito per gli anni di studio – ma anche una migliore prospettiva di ritorno economico sul lungo periodo.
Una domanda maliziosa – Chi frequenta questo tipo di letteratura giornalistica avrà forse riscontrato una certa sollecitudine dei media italiani a fornire sempre l’interpretazione più sospettosa riguardo al valore della laurea (o alcuni tipi di laurea) vis-à-vis il mondo del lavoro. Giuseppe De Nicolao sul Manifesto parlò di “un filone giornalistico ben consolidato, quasi un genere letterario […] Secondo [cui] il lavoro c’è, ma nessuno lo vuole perché i disoccupati, soprattutto i giovani, sono un po’ choosy e non si adattano a svolgere lavori manuali di cui esisterebbe una domanda insoddisfatta”. Gli esempi più recenti di questa diffidenza si sono manifestati nelle parole di Poletti, come anche negli editoriali sparati a raffica dal vice-direttore dal Fatto Quotidiano, Stefano Feltri, che passò il Ferragosto a ingarbugliarsi in dati per cercare di estorcervi la dimostrazione dell’inutilità delle lauree umanistiche o sociali (toppando); ma questa ostilità agli studi perdura da molto più tempo, ed è abbracciata e promossa da un numero vasto e trasversale di figure – dai politici ai giornalisti, passando per numerosi economisti di ispirazione liberista fino agli organizzatori dei corsi di formazione (una rassegna di esempi si può trovare qui). Ma perché?
In quanto alle persone laureate e benestanti consigliare agli altri – ai figli dei meno abbienti – di non studiare, la malizia suggerirebbe che ci sia all’opera un ragionamento in mala fede, come se si affiggesse una scritta “pericolo” sulla porta dell’ascensore sociale così da potersi godere il proprio posto sul terrazzo evitando che si sovrappopoli.
Ma uno studioso del settore mi ha suggerito anche un’altra spiegazione, per così dire “psicanalitica”, complementare e altrettanto convincente: la narrazione della laurea inutile assolve a una potente funzione consolatoria in un Paese dove i laureati rappresentano una netta minoranza della popolazione. Come a dire: la volpe legge più volentieri quelle recensioni che le dicono che l’uva faceva schifo. E purtroppo, spesso e volentieri giornalismo e politica preferiscono assecondare il senso comune dei lettori piuttosto che prendersi la briga di sottoporlo a scrutinio.
Articolo apparso originariamente su UniNews24
Fonte: Roars.it
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